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Recensioni: Il calcio sopra le barricate

Recensioni: Il calcio sopra le barricate

Racconto e cronaca si fondono sapientemente nelll’opera di Francesco Caremani, giornalista freelance che collabora con diverse testate italiane,, quando parlare del 68 rischia spesso di essere un tentativo melanconico di raccontare  un’epoca di rivoluzioni e spiriti liberi. A guidare è sullo sfondo il successo dell’Italia agli Europei, rimasto tuttora l’unico  per mezzo degli interventi dei personaggi che hanno vissuto in maniera profonda quell’epoca, si riesce a percepire la distanza fra calciatori e mondo reale, dove le coscienze rimangono personale.

Senza trascendere nel romanticismo o lasciandosi andare a commenti sul meglio o peggio di allora, si intuisce come il calcio abbia sempre e comunque avuto la considerazione di elemento della società. A distinguerne i tratti forse, sono più i tifosi che gli atleti stessi, dipingendo la vittoria o la sconfitta come parti indissolubili del vivere quotidiano.

Il calcio sopra le barricate

Francesco Caremani

Dimensione: 15×21

Num. Pag. 192
Prezzo: Euro 15,00
ISBN:978889914467

La maglia da calcio di Che Guevara

La maglia da calcio di Che Guevara

Politica e sport vanno a braccetto fin da quando è nato il mondo e le icone del pallone hanno talvolta contribuito ad interrompere un conflitto o a rasserenare momenti di tensioni nei diversi paesi. Che Guevara è uno di quei personaggi che poco ha avuto a che vedere con lo sport, sebbene in diverse curve degli stadi italiani e non il suo volto campeggi come simbolo di lotta e ribellione. E qualche anno fa, una compagine brasiliana, il Madureira, vestì sulla divisa di casa il volto fiero del combattente argentino che lottò al fianco di Fidel Castro per liberare Cuba dagli americani.

Il Madureria è una squadra di Rio de Janeiro fondata nel 1914 che milita nel terzo livello del calcio brasiliano. Nel 2013 divenne famoso a livello mondiale per aver appunto scelto il Che da collocare sulla maglia, riscuotendo un notevole successo mediatico.

Concretamente, la maglia di casa granata aveva il volto di Che Guevara, nell’immagine resa celebre dal fotografo Alberto Korda. Ancora più impattante la divisa del portiere, che rappresentava la bandiera cubana in verticale e la faccia del medico argentino.

Nella parte laterale, oltre al celebre volto, vi era il motto simbolo della sua lotta: “Hasta la victoria siempre”.

Ma qual’è fu il motivo di tale scelta, con un simbolo di Cuba e della lotta per la libertà? Nel 1963, il Madureira svolse una tourneè a Cuba, giocando cinque partite con altrettanti successi. In uno di questi matches, Che Guevara, a cui piaceva il gioco del calcio, scese sul terreno per salutare i giocatori della compagine brasiliana e scattò una foto con loro.

E per commemorare il 50° anniversario di tale evento, il club decise di rendere omaggio alla memoria del Che e di Cuba facendo disegnare una maglietta che portasse tali simboli in giro per il mondo.

 

Quando il Tour de France passò vicino al Muro di Berlino

Quando il Tour de France passò vicino al Muro di Berlino

Era il 9 novembre 1989 quando il Muro di Berlino cadde definitivamente, aprendo le porte dell’Est Europa all’Occidente. Di li a pochi mesi il blocco sovietico si sfaldò rapidamente e non ci vollero più passaporti o documenti speciali per viaggiare da una parte all’altra. La Germania terminerà poi di essere divisa in Est ed Ovest e tutto prese la piega attuale. Ma il ciclismo e precisamente il Tour de France avevano già fatto conoscenza del Muro e della sua particolarità. La Grand Boucle era infatti già transitata due anni prima, partendo da Berlino Ovest e passando attraverso il Muro in diversi passaggi della tappa speciale. Ed i corridori non mancarono di farsi riprendere in pose particolari, con lo sfondo fatto di mattonelle che ebbero un peso notevole nella Storia del mondo.

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Ma torniamo allo sport ed al ciclismo. Il Tour 1987 era iniziato con un prologo di 6 chilometri, vinto dall’olandese Jelle Nijdam della Superconfex. Il giorno seguente, la corsa prevedeva una tappa di 105 km con il passaggio nel settore ovest di Berlino, a cui faceva seguito una cronosquadre di 41 chilometri. La tappa in linea venne vinta ancora da un ciclista olandese, tale Nico Verhoeven, mentre il polacco Lech Piasecki prese sulle sue spalle la maglia gialla di leader.

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Nel pomeriggio poi, la corsa a cronometro vide l’affermazione della italiana Carrera guidata magistralmente dall’irlandese Stephen Roche che, dopo essersi aggiudicato nel maggio precedente l’edizione del Giro d’Italia, farà doppietta prendendosi la corsa francese, superando in un acerrimo duello lo spagnolo Pedro Delgado.

E Roche, non contento, si prenderà anche la maglia iridata a settembre sul circuito di Villach, realizzando un incredibile tris di successi.

Il video del passaggio del Tour de France nei pressi del Muro di Berlino:

Conservatori o Laboristi? Dipende da chi vince la Premier League

Conservatori o Laboristi? Dipende da chi vince la Premier League

Come va il Paese? Dipende da chi vince la Premier League, potrebbe rispondere un tifoso di calcio attento anche alla politica ed ai suoi andamenti. Ebbene, pare che ci sia una certa correlazione fra chi vince il titolo nel campionato più ricco e, forse, più importante al mondo e fra chi invece le elezioni e governa il Regno Unito.

E quali sono le squadre più legate alla stagione elettorale? Senza dubbio il Liverpool, che ha vinto in ben 7 stagioni in cui il popolo anglosassone si recava alle urne: 1906, 1922, 1923, 1964, 1966, 1979 e 1983, divisi in maniera equilibrata con tre successi dei  Laboristi, ed altrettanti dei Conservatori ed uno dei Liberali.

Passando agli altri campionati di calcio del Regno Unito, Rangers (in Scozia) e Linfield (Irlanda del Nord) hanno vinto 17 vole ciascuno il titolo nazionale negli anni elettorali. Mentre i Rangers Glasgow hanno trionfato in nove anni vincenti per i Laboristi, lo stesso numero è associato al club nordirlandese per quel che riguarda le vittorie dei Conservatori.

Per analizzare in maniera radicale (stavolta senza alcun significato politico), è più semplice riassumere in questo modo.

National/coalition Government: 1918, 1931, 1935, 2010. Liberal: 1892, 1906, Jan 1910, Dec 1910. Labour: 1923, 1929, 1945, 1950, 1964, 1966, Feb 1974, Oct 1974, 1997, 2001, 2005. Conservative: 1895, 1900, 1922, 1924, 1951, 1955, 1959, 1970, 1979, 1983, 1987, 1992, 2015.

Il Chelsea ha vinto addirittura le ultime quattro edizioni in cui si è votato mentre al massimo, gli altri clubs sono riusciti a vincere in un paio di occasioni. Ecco allora la lista completa: Arsenal two (two National/coalition), Aston Villa two (uno Conservatori, uno Liberal (x2)), Chelsea cinque (tre Conservatori, uno Laboristi, uno TBD), Everton due (entrambi Conservatori), Huddersfield Town uno (Conservatori), Leeds United due (uno Laboristi (x2), uno Conservatori), Liverpool sette (uno Liberal, tre Conservatori, tre Laboristi), Manchester United due (entrambi Laboristi), Portsmouth uno (Laboristi), Sheffield Wednesday uno  (Laboristi), Sunderland due (uno Liberal, uno Conservatori), Tottenham Hotspur uno (Conservatori), Wolverhampton Wanderers uno (Conservatori).”

Quando una squadra ricorda le vittime di guerra

Quando una squadra ricorda le vittime di guerra

La guerra è una delle peggiori disgrazie che possono capitare all’umanità. Morti, distruzioni, famiglie distrutte, orfani e quanto di peggio l’animo dell’uomo può ricevere in cambio di una lotta per un pezzo di terra o per uno sbocco sul mare.

Lo sport non rimane immune alle sofferenze e non parliamo di carriere interrotte o di campionati sospesi e rinviati al termine del conflitto. Ci riferiamo a quando il mondo degli atleti mostra vicinanza, per quel poco che può offrire un gesto temporaneo, attraverso momenti di raccoglimento e maglie adornate a lutto.

Maglia del Blackpool in onore del BelgioDurante la prima guerra mondiale, il Blackpool  modificò la maglia utilizzata nelle partite casalinghe, abbandonando il suo kit dal rosso fuoco ad un nero-giallo-rosso tricolore in onore dei circa 8000 cittadini belgi rifugiatisi in città e scappati dalla guerra.

Più recentemente, nel settembre 2012, gli olandesi del Vitesse Arnhem fecero shift dal giallonero abituale al granata e blu in onore della  Prima Divisione aerea britannica che, con il loro intervento, contribuirono a liberare la città dagli invasori nazisti nel 1944. Il club invitò anche i veterani a partecipare alla serie di due incontri in cui sulla maglia venne apposto anche il logo della divisione aerea ed il motto  “No Bridge Too Far”, nessun ponte è troppo lontano.

Il gesto riscosse un tale successo emotivo che venne replicato anche l’anno successivo, contro il PEC Zwolle, mentre nel 2014, anno del 70° anniversario della battaglia, il Vitesse sposò il claret and blue in tutte le partite esterne.

 

 

 

 

Per la cronaca, il Vitesse si piazzò al quinto posto finale dell’Eredivisie, guadagnandosi poi la qualificazione in Europa League dopo i play-offs nazionali.

 

 

 

 

 

 

La maglia omaggio del Watford 2014-15

Nella stagione 2014-15, i londinesi del Watford stipularono una partnership con la Royal British Legion

per realizzare una divisa da gioco, solo per i matches in campo esterno, a strisce bianconere verticali che ricordava la stesa maglia indossata nel 1914.

 

 

 

 

Il Giorno del Ricordo , primo Novembre 2014.

 

Nella Grande Guerra combatterono ben 12 i calciatori provenienti dal club ed in un video celebrativo gli venne reso omaggio per l’opera fornita. Nel match casalingo del 1° Novembre 2014 contro il Millwall venne utilizzata, a celebrazione del Remembrance Sunday, il giorno che commemora le forze armate di Sua Maestà.

 

 

Maglia Hearts speciale

Un pò più a nord, in Scozia, gli Hearts realizzarono un crest e tolsero ogni sponsor dalla maglia per ricordare i caduti della Prima Guerra Mondiale, gesto che avevano già effettuato nel 2009, celebrando il 90° anniversario della conclusione del conflitto bellico.

MAREC, la squadra bulgara che omaggia l’eroe antifascista

MAREC, la squadra bulgara che omaggia l’eroe antifascista

Pronunciarlo o leggerlo in caratteri cirillici è praticamente impossibile, fino a che la lingua russa non sarà un must: Стефан Димитров Тодоров (Stefan Dimitrov Todorov) fu un eroe del partito comunista bulgaro, meglio  conosciuto come Станке Димитров (Stanke Dimitrov), ma ancora d più per il suo soprannome Марек, traducibile in Marec, o Marek .

L'eroe MarekStanke Dimitrov nacque il 5 febbraio 1889 a Dupnitsa (località distante circa 50km dalla capitale Sofia) e durante la sua vita si distinse per attività politiche contrarie all’ideologia fascista che purtroppo imperversarono nello scorso secolo in Europa, portando al secondo e tragico conflitto mondiale. Le sue idee politiche addirittura, lo portarono ad adottare appunto il nickname di M.A.R.E.C. che non significava altro che Marxista – Antifascista – Rivoluzionario – Emigrante – Comunista.

A partire dal 1947, anche lo sport volle rendergli omaggio, attraverso la squadra di calcio del M.A.R.E.C. di Dupnitsa, militante nel campionato bulgaro. Fondata nel 1919 con il nome di Slavia, subì diversi cambi di denominazione (ben nove) fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. La sua casa è lo Stadio Bonchuk, ed i colori sociali sono maglia rossa, pantaloncino bianco e calzettoni azzurri.

La fedeltà che lega i tifosi al club è ampiamente

Il logo del Marek

nota nel paese: le tifoserie rivali indicano Dupnitsa  come “la città con le ruote”, tale è la massa di fans che segue le imprese delle squadre nelle diverse città della Bulgaria. Fino al termine dell’epoca comunista, nel 1989, il centro era chiamato Stanke Dimitrov.

Al grande seguito e popolarità non si accompagna però un palmares eclatante, tanto che per i tifosi è già importante aver militato dal 2001 al 2008 nella serie A nazionale ed aver partecipato ad alcune edizioni della Coppa Intertoto.

Ma il suo risultato più eclatante fu in Europa: nel secondo turno della Coppa Uefa 1977-78, sconfisse nel match casalingo d’andata niente di meno che il Bayern Monaco per 2-0. Al ritorno, nel vecchio Stadio Olimpico della città della Baviera, i bulgari persero per 3-0 e vennero così eliminati dalla competezione.

Nel 2010 la federazione negò l’iscrizione al club per motivi finanziari alla Serie B e così la compagine dovette ripartire dall’ultimo gradino della piramide, corrispondente alla quarta divisione regionale.

Il cambio di nome, obbligatorio, portò ad una leggera modifica, in M.A.R.E.C. 2010 e da quel momento è ripartita la scalata ai vertici del calcio. Attualmente milita nella Трета аматьорска футболна лига (la terza serie amatoriale).

 

Intervista con: Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello

Intervista con: Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello

Calcio e politica possono andare d’amore e d’accordo, non tanto per le fedi, quanto per gli intrecci, a volta pericolosi, spintisi oltre il rettangolo verde. E personaggi che poi hanno scritto la Storia, non sono rimasti immuni al fascino di un pallone che rotola, cercando di influenzarne la traiettoria o di seguirla secondo il personale interesse.

Conosciamo allora Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello assieme a Fabio Belli, edito da Rogas Edizioni.

 

Come nasce la passione per il calcio: presentati al pubblico di barcalcio.net e perché il calcio è la tua passione

Mi chiamo Marco Piccinelli, sono giornalista e studente universitario.  La passione per il calcio, in realtà, nasce recentemente. Non mi ha mai appassionato il pallone di cui si parlava nel periodo liceale, di cui si dibatteva il lunedì il giorno dopo la domenica di campionato, in cui ci si accapigliava per il rigore non dato e per “il moviolone”, di biscardiana e maccio-capatondiana memoria. Mi piaceva il “calcio di nicchia”, amavo il Venezia quando era in Serie A (ero piccolissimo, un bimbetto delle elementari) e sono rimasto fedele a quella squadra, a tutte le vicende che sono accadute e ripetute, come i fallimenti e le ripartenze della società, appassionandomi, ora, alle vicende del Venezia 1907, squadra di Terza Categoria veneta che ha acquisito il simbolo del centenario (quello della salvezza centrata da Paolo Poggi, per capirci) e gli ha dato nuova linfa e più ampio respiro, nonostante la categoria che occupa. Ho avuto la fortuna di collaborare con una testata regionale di sport dilettantistico e giovanile (il Nuovo Corriere Laziale) e questo non ha fatto altro che aumentare la predilezione per gli argomenti “di nicchia” e, in questo caso, al “calcio di nicchia”, dilettandomi con partite di Eccellenza, Promozione, Prima, Seconda e Terza Categoria.

 La presentazione di Calcio e Martello

Calcio e politica: perchè hai voluto approfondire il legame o scoprirlo 

Prima, per la verità, è arrivata la politica: ho iniziato a seguire qualche riunione di qualche collettivo studentesco nel periodo del liceo, di quelle “formazioni” studentesche che nascono e muoiono nel giro di un anno scolastico. In quel periodo mi sono avvicinato alle idee del comunismo, ho iniziato a militare nel PdCI di Tor Bella Monaca (nel ‘fu’ Partito dei Comunisti Italiani) e ora nel Partito Comunista e nel Fronte della Gioventù Comunista.

Il legame fra le due tematiche è avvenuto quasi naturalmente: quando mi sono avvicinato al FGC il movimento del calcio popolare a Roma era dominato da una squadra di Terza Categoria, l’Ardita San Paolo (successivamente ‘Ardita’), gestita come si confà ad una squadra di calcio popolare e popolata (chiedo scusa per il bisticcio) da compagni del Fronte. Partecipavano alla vita della squadra, andavano a sostenere la squadra, gremivano i gradoni di qualsiasi campo e macinavano chilometri per seguire i propri colori. Banale, verrebbe da dire, ordinario per qualsiasi ultrà o sostenitore della propria squadra. L’Ardita, però, era diversa, era davvero un’altra cosa. Sfortunatamente ho vissuto solo gli ultimi due anni di vita della squadra, il cambiamento del nome da Ardita San Paolo ad Ardita, dunque lo spostamento dal quartiere a Pietralata, ma le emozioni che ho vissuto sui gradoni del “Nicolino Usai” le porterò sempre con me. I sabati e le domeniche di questa stagione calcistica non sono più gli stessi senza i giallo-neri all’Usai. Ma tant’è…

 Marco Piccinelli, l'autore

Perchè nell’opera l’Europa dell’Est è al centro dei tuoi racconti

Il libro, scritto con l’amico e collega Fabio Belli, ‘Calcio e Martello’, tratta del calcio al di là della cortina di ferro, per così dire. Il calcio socialista, quello che ci interessava trattare e di cui abbiamo scritto, è stato un calcio considerato ‘minore’ fin dai tempi del mondo diviso in due, tra capitalismo e socialismo. Il calcio socialista, tuttavia, non è stato inferiore a nessun altro movimento occidentale: nel libro, ad esempio, abbiamo avuto modo di raccogliere le testimonianze dirette di chi ha giocato contro squadre della Germania Est, Oddi (Cesena – Magdeburgo), De Agostini (Juventus – Karl Marx Stadt) e Pruzzo (Roma – Carl Zeiss Jena), ebbene tutti e tre hanno avuto la stessa opinione: i giocatori tedeschi orientali non erano inferiori a nessuno. Nel caso di Pruzzo, poi, è ancora più definitiva la sua opinione, dato che ci ha detto, semplicemente: “erano più forti”, mettendo a tacere tutto quel che si è scritto il “dopo” della partita di ritorno (Carl Zeiss Jena – Roma) che ha visto l’eliminazione dei giallorossi dalla competizione internazionale. Se si calcola, poi, che a cavallo della dissoluzione del socialismo, tra il 1989 e il 1990, il Karl Marx Stadt, nient’altro che una squadra da metà classifica nella DDR Oberliga ha tenuto testa alla Juventus di De Agostini e Schillaci passando addirittura in vantaggio al Delle Alpi, ci si rende conto della dimensione dello “scontro” in atto.  Dico questo perché nei paesi socialisti ogni sport aveva pari dignità e considerazione: chi praticava atletica leggera aveva la stessa importanza (anzi, forse ne aveva di più) di chi dava calci ad un pallone. Esattamente il contrario di quel che accade in occidente. Politicamente e calcisticamente il socialismo era davvero “in espansione”, come avrebbe detto Max Collini (Spartiti/OfflagaDiscoPax): Sparwasser, Yashin, Lobanowskij, la Jugoslavia, l’Ungheria, gli arbitraggi “fantasiosi” nei mondiali dell’86 in URSS-Belgio che hanno impedito la vittoria definitiva del socialismo sul capitalismo (sia a livello di immaginario politico che calcistico/sportivo) sono state storie che l’occidente ha rimosso e che ha bollato come “inferiori”.
Il nostro piccolo lavoro, diciamo, si può incasellare come “manuale di primo approccio”, di “entry level” (per dirla all’inglese) di quel che fu quel mondo e di come l’occidente ha tentato di sottodimensionare  il movimento calcistico socialista.

 

Dopo questo libro quali spunti andrai ben presto (ne sono convinto) ad appronfondire

Di spunti ce ne sarebbero moltissimi, a partire dalle altre storie che non abbiamo inserito nel libro, come la vittoria della Nord Corea Socialista sull’Italia; la vicenda del portiere Dukadam dello Steaua Bucarest che parò quattro rigori di fila nella partita contro il Barcelona a Siviglia vincendo la Coppa. Quest’ultima vicenda, ad esempio, è stata strumentalizzata dalla propaganda occidentale come mai prima, quasi.

 

Se potessi schierare idealmente una formazione composta da politici, di qualunque epoca, chi faresti giocare ed in che ruolo

Bella domanda.. Non sono molto bravo a far conciliare tattiche/calcio/politica ma un ruolo sicuramente ce l’ho ben chiaro: Pietro Secchia e Antonio Gramsci in attacco. In difesa metterei Lussu, Cossutta, Ingrao. Al centro campo non saprei davvero chi inserire. In porta certamente Spadolini, ma più per la “stazza fisica che per il partito rappresentato.

 

Calciatori, allenatori, presidenti, tifosi: una frase per identificare ciascuna di queste componenti del mondo del pallone

Non saprei ridurre a una frase questi quattro mondi così diversi tra di loro, di certo il mondo del calcio (così come globalmente) è cambiato molto. I calciatori, una volta, erano persone come Socrates o Yashin, modelli da seguire, o miti per una consistente parte politica come Sparwasser. Ora il capitale controlla (più che “comanda”, semplicemente) le vite di calciatori e allenatori imponendo un modello di vita pubblica e privata fatta di eccessi (penso ai contratti miliardari e alla tendenza di arricchirsi sempre di più). I presidenti agiscono sempre più come grandi capitalisti, dato che le società che gestiscono sono quasi tutte quotate in borsa. I tifosi ora non sono più “tifosi” nel senso stretto del termine ma “clienti”.

 

Cosa rappresenta per te l’espressione calcio moderno: modernità, abuso di un termine, verità che non ti appassiona.

Sono arrivato a questa domanda avendo già scritto, forse, o avendo fatto capire, quel che significa per me “calcio moderno”: un modello di calcio che non solo non mi appassiona ma che è sostanzialmente la rovina stessa del movimento calcistico. Il calcio dei grandi capitali non potrà durare così tanto, non con gli interessi milionari che circolano dietro alle società calcistiche. Il capitalismo, lo diceva anche Lenin, è destinato all’autodistruzione. Ora, magari questo sistema calcistico (e politico) avrà una fine tra centinaia di anni, o io non ne vedrò la fine e a causa di queste parole sarò tacciato di stupidità e simili, ma è quel che credo: il capitalismo è insostenibile e il suo riflesso nel mondo del calcio, il cosiddetto, calcio moderno, è destinato all’entropia.

 

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