Racconto: La corda del buttero vanamente in caccia

Per la serie dei racconti del Pampa, proponiamo un resoconto semiserio di Grosseto-Varese dell’autunno 2011, con richiami allegorici al punteggio finale ed agli inconvenienti che possono accadere quando i punteggi si fanno grandi.

Un pentagono di gol e piaceri sadici ci regala la domenica di metà novembre nella Maremma toscana di fronte ad altrettanto biancorossi, questi più convinti di poter aspirare alla serie maggiore, secondo i voleri del loro Presidente vulcanico. Ma reduci da un sabato di festa, dove tale volontà di apparire e di piacere si è tramutata in disfatta e resa, forse definitiva, i maremmani aprono squarci nella loro barca in cui infilarsi diventa più divertente rispetto ad un filo nella cruna dell’ago.
Mister Giannini perde anche gli ultimi capelli rimasti sul suo cuoio, quando i suoi vedono il cuoio, quello di pelle plastificato, entrare nella propria porta e tale divario è ancor più accentuato dalla totale incapacità di offendere, poiché il solo Sforzini appare oggi giocatore di categoria mentre i suoi compagni, forse spaesati, paiono bambini in festa all’oratorio domenicale.

Maran aveva chiesto di tornare a fare punti e qui si vede molto di più di semplici scalate in classifica generale, i varesini paiono rifarsi sui poveri grossetani di tanti gol falliti fin qui e quando si vede un Cellini abile a sfruttare un contropiede partendo da meta campo, vanamente rincorso da un difensore, pare essere il Natale della Resurrezione per il povero Marco, restio ad alzare le braccia causa le scarse marcature realizzate. E siamo già sul 3-0 per noi, dopo che in pochi istanti di gioco prima Martinetti, su un mirabile assist di Pucino che dopo aver sombrerato il suo marcatore, poneva sulla testa del romano de Roma un pallone che era splendidamente portato nella rete avversaria con un colpo di testa a volo d’angelo. E appena il tempo di rimettere la sfera nel cerchio di centrocampo, il buon Carrozza s’inventava un golazo dopo dribbling secco sparando sotto l’incrocio.

Un due tre e invece di alzare la testa, si alzano ancora le braccia quando Zecchin pare inventare un gol da Subbuteo, al momento in cui l’estremo di casa accenna ad una mossa di wrestling cadendo su Martinetti e rimanendo per le terre mentre il pibe veneto azzecca la porta sguarnita per la sua prima segnatura quest’anno.
Poi sul più bello quando in genere la festa finisce, ancora Cellini la spinge in fondo al sacco e dagli spalti paiono provenire più che fischi, generici mormorii di protesta, come quando la pellicola al cinema s’inceppa e lo spettacolo non prosegue. Quando una squadra è intelligente, porta rispetto di fronte a dei bambini che il pallone non l’hanno mai visto in 45 minuti e così, basta solo proporre il caparbio Nadarevic, dopo un recente infortunio, goloso altrettanto di marcare per tenere alta la palla in una seconda frazione che deve servire solo a far trascorrere mestamente, per gli altri, il tempo. Tanto è che lo stesso bosniaco riesce ad accendere gli animi grossetani, pur poco infuriati per la solenne scoppola casalinga, e forse più per qualche parola di troppo e si rende necessaria la marcatura del bestione Sforzini per scaldare i tiepidi cuori Maremmani, a tal punto che vedere rincorrere una sfera in fondo alla porta serve a rendere triste questa smanceria.

Di più il Grosseto non riesce a mostrare oggi, ed i suoi carri armati rimangono nella scatola del Risiko, mentre questa sera vedremo una graduatoria di fede biancorossa che ci allieta e ci inorgoglisce.
A Grosseto i cinghiali non vedono ghiande. A presto.

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