Frasi famose di Dino Zoff

Dino Zoff è stato uno dei più grandi portieri della storia del calcio mondiale. A guardia dei pali di Napoli, Juventus ed Italia, Zoff si è aggiudicato ogni titolo possibile, oltre a dimostrare di essere un uomo che dava sicurezza nello spogliatoio e sul campo con poche parole. Fra i suoi più importanti titoli, Europeo 1968, il Mondiale di Spagna 1982 e numerosi scudetti con la maglia della Juventus. Unica pecca, non essere riuscito ad alzare al cielo la Coppa dei Campioni, sfuggitagli nel 1973 e nel 1983, anno che poi sancì il suo addio al calcio giocato.

Poi, passato ad allenare, ebbe una carriera abbastanza lunga, sebbene la fortuna, in particolare dopo alcuni risultati ottenuti alla guida della Juventus, non gli sorrise. Dopo l’accoppiata Coppa Italia-Coppa Uefa del 1990, la dirigenza bianconera lo liquidò per fare spazio alla fallimentare gestione Maifredi. Poi, passato alla Lazio, venne chiamato anche in veste di presidente al posto di Cragnotti.

Ma fu con l’Italia che raccolse il massimo: finale persa al golden goal, nell’Europeo 2000, contro la Francia ed aspre critiche che gli arrivarono da Silvio Berlusconi sul modo di gestire la partita, lo amareggiarono parecchio, spingendolo alla dimissioni.

Una parentesi alla Fiorentina, salvandola dopo essere subentrato, e poi il ritiro dalle scene con stile. Grazie Dino.

Frasi famose di Dino Zoff

[Sulla Juventus campione d’Italia e di Coppa Italia e finalista della Coppa dei Campioni nella stagione 1972/73] C’erano Causio, Haller, Bettega. La velocità insieme alla fantasia, la classe mescolata al dinamismo. Dopo arrivò gente come Benetti e Boninsegna, che aumentò forza fisica ed esperienza del gruppo. Ma quella prima Juve mi è rimasta nel cuore.

Le risponderò, allora. No, non fa bene. Ci sono delle regole. Ci sono delle sentenze. Al processo ci fu un’autoaccusa della Juve. E Moggi è stato condannato dalla giustizia sportiva.

[Su Enzo Bearzot] Quando si hanno dei principi come li aveva lui diventa facile compattare un gruppo, lui era un esempio per tutti.

Gigi è esploso prima, io sono maturato col tempo. Ma certo non mi sento inferiore.

Dissero che avevo preso gol da 30 metri; ma era un tiro quasi dal limite dell’area. Adesso li chiamano eurogol; allora scrissero che ero cieco.

Ho sempre desiderato essere portiere, forse perché in campo il portiere è un uomo solo e a me piacciono gli sport individuali.

[Dopo la vittoria al mondiale 1982] Ero rimasto allo stadio più degli altri per le interviste e tornai in albergo non con le guardie del corpo, come succede oggi, ma sul furgoncino del magazziniere. Gaetano mi aspettava. Mangiammo un boccone, bevemmo un bicchiere, ci sembrava sciocco festeggiare in modo clamoroso: mica si poteva andare a ballare, sarebbe stato come sporcare il momento. Tornammo in camera e ci sdraiammo sul letto, sfiniti da troppa felicità. Però la degustammo fino all’ultima goccia, niente come lo sport sa dare gioie pazzesche che durano un attimo, e bisogna farlo durare nel cuore. Eravamo estasiati da quella gioia, inebetiti. […] Gaetano torna sempre. Lo penso a ogni esagerazione di qualcuno, a ogni urlo senza senso. L’esasperazione dei toni mi fa sentire ancora più profondamente il vuoto della perdita. Gaetano mi manca nel caos delle parole inutili, dei valori assurdi, delle menate, in questo frastuono di cose vecchie col vestito nuovo, come canta Guccini. Mi manca tanto il suo silenzio.

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[Sulle parole di Antonio Cassano che aveva definito come «soldatini» i giocatori della Juventus] Questa è un’offesa che Cassano avrebbe dovuto risparmiare perché se fossero tutti come i Cassano la Juve non avrebbe quel curriculum di successi, di campionati e Coppe.

[Su Giacinto Facchetti] Ho uno splendido ricordo di Giacinto. Abbiamo giocato in Nazionale insieme per tanto tempo. Un ragazzo straordinario, non si poteva non volergli bene.

A me non importava della foto o dell’immagine TV. Io mi occupavo solo del campo. Diversamente dagli inglesi che pensavano che la maglia gialla attirasse l’attaccante, […] io mi ero convinto che non dovessi dare punti di riferimento ai tiri avversari e che perciò nero, grigio o beige, in Nazionale, fossero l’ideale.

Stare alla Juve era come lavorare alla FIAT. Risultati, ordine, disciplina.

Lo stile Juve si avvicina a un decalogo non scritto dei doveri dello sportivo professionista. Non è un di più che ha la Juve, è qualcosa che manca agli altri.

[Su Enzo Bearzot] Era un uomo vero, una grande persona. Ricordo che dopo le partite si fermava a parlare con i tifosi, spiegava le sue scelte, parlava di calcio, spesso rischiava di farci perdere il volo, allora mi toccava scendere dal pullman per portarlo su e partire.

[Rispondendo alla domanda di Maurizio Crosetti: Perché lei passa per musone?] Perché le parole di troppo sono fumo. Perché non mi è mai andato di giudicare, di criticare, di dire bugie pur di dire qualcosa. Perché la banalità uccide, invece il silenzio fortifica.

Io ho sempre tolto invece di aggiungere, ho cercato di semplificare i gesti, le modalità, per arrivare all’osso delle cose.

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