Frasi famose di Adani

Se in campo Lele Adani da Brescia non ha lasciato il segno, nel senso di goal sensazionali o di trofei alzati al cielo, sicuramente  non si può parlare di un difensore che lasciasse il campo senza aver dato il massimo e forse anche di più, convinto che il successo o la sconfitta della sua squadra dipendesse dal suo maggior impegno possibile. Ecco che allora non si può non parlare di un giocatore “moscio” e che avesse come unico scopo essere messo a libro paga: per Gabriele contava la vittoria ed anche se non nasci campione, il bello è poter fare il mestiere che sognavi da bambino.

Poi smessi i panni di calciatore, il passaggio ai microfoni è diventato forse casuale o voluto, sempre che ci sia un destino per ogni persona. Eccolo allora trasformarsi in tifoso, critico, esperto e difensore, quando serve, di quelle persone che sono in difficoltà in campo professionale.

A volte però, litigare con la lingua italiana è diventato l’obbiettivo per l’uomo che ha saputo coltivare amicizie disinteressate nel mondo del pallone e sembrare ancora un atleta, anche in giacca e cravatta.

Le frasi famose di Adani

Il punto è che Dybala gioca pensando in maniera più evoluta di tutti.

Dybala deve stare lì dove sta, perché dà un enorme contributo al gioco ed è troppo importante come riferimento per i compagni. Lui è una sorta di regista d’attacco. Pensate a Messi: lui la posizione se la sceglie, ma non è che poi non fa gol. Un altro esempio? Suarez: corre come un mediano, lavora come un trequartista ma segna come una punta. Ecco: i top d’attacco non solo segnano, ma giocano e segnano. Così Dybala appunto, che se ci pensate potrebbe giocare anche da esterno, come faceva all’Instituto (nel tridente). Paulo è preziosissimo anche in corsia: mette la palla forte e precisa.

Dal punto di vista dei numeri, Messi ha fatto anche qualcosa di più, rispetto a Diego. Poi, però, c’è qualcosa che non si spiega. Maradona, a volte… sembra che le sue gesta siano condizionate dal creatore, che influiscano sul creato, e tutti ne son complici: […] questa è la differenza tra un numero uno e IL numero uno, che è Diego.

Almeyda andava il doppio degli altri per forza della natura, per anima e palle che gli permettevano ciò. Poi i giocatori sono “ignoranti” dal punto di vista medico, non sono in grado di giudicare se una cosa è buona o no. Io so solo che gli integratori quando hai bisogno di vitamine li prendono tutti, come quando se hai mal di testa prendi un Aulin. Matìas è una persona schietta, ma il suo fare non è allusivo. Lui si attribuisce un pensiero ma non dice mica di dire la verità!“

Non possiamo rendere “schemi” una parola vuota. La tecnica di cui parla Allegri, le intese, la condizione fisica, il coraggio, sono tutte condizioni dell’animo umano che danno vita al calcio. Li vuoi chiamare “schemi”? Per me è una parola cinica, fredda, non ha tanto senso. Li chiamiamo principi di gioco? No, idee! Idee!

Ogni squadra dovrebbe avere un mancino, secondo me; i mancini sono veramente l’essenza della qualità nel calcio. […] L’Inter, in questo momento, non ha un vero e proprio mancino tra i titolari, perché Perisic è un mancino atipico e non ha la qualità per entrare in mezzo al campo. Ma tra quelli che abbiamo individuato questa sera, ti dico chi sarebbe il giocatore perfetto per l’Inter: Politano. Se Berardi rimane al Sassuolo, Politano è sprecato, largo a sinistra.

Il regista è al centro di tutto ma non è solo al centro del campo.

l’ultima parola nel calcio è la loro

Non è vero! Non è vero, Mauri’! Ma è impossibile così! La tripletta con questa giocata! Non è vero, ditemi che è un copione, è impossibile! Ma andiamo via, cosa dobbiamo dire… che giocata ha fatto…

Si dice che gli inglesi abbiano inventato il calcio, e che gli argentini abbiano inventato l’amore per il calcio. E quando l’amore diventa frustrazione, ansia, paura? Quando le gambe non girano, i risultati non arrivano, i campioni non si trovano? Perché questo è quello che sta accadendo all’Argentina: la difficoltà, la paura di non passare il turno. L’Argentina è a un passo dal baratro e stasera affronta una squadra giovane, fiera, che gioca bene al calcio, che è il Perù.

Se Ronaldo si gira e scappa, non ti resta che sparargli.

Al gol di Vecino avrei voluto che San Siro potesse contenere 64 milioni di italiani perché tutti godessero della magia del calcio. Infatti assolvo quelli che dopo mi hanno insultato, perché sono tifosi delle altre squadre che avrebbero voluto vivere un’emozione simile. La loro protesta era un grido d’amore per il calcio. Gli addetti ai lavori che invece hanno scritto contro sono dei deboli di spirito e mi spiace per loro che non abbiano il sacro fuoco. L’emozione non ha colori né bandiere. Avrei urlato così per qualsiasi altra squadra”.

Ho chiuso la carriera distrutto dalla fatica e ho capito che stare bene lo devi a te stesso e basta”.

Io non devo niente a nessuno, ma tutto al calcio. Ho trasformato in un lavoro il mio amore. Dove c’è un pallone che rotola c’è un cuore che batte. Quello che non sopporto è la superficialità di alcuni addetti ai lavori.

Il calcio è bello universalmente, ma talento e passione che ci sono lì (in Uruguay) sono unici, ti tirano fuori le passioni primordiali, le viscere. Noi abbiamo la Champions come riferimento, ma il calcio è globale e da quelle parti è una religione. Gli inglesi dicono di avere inventato le regole del calcio, ma la passione ce l’hanno messa argentini e uruguaiani. È un senso di appartenenza, un quotidiano. Lì la famosa mistica è rivelata.

Pensate a Milito. Inizia al Racing, va in Spagna, poi Genoa e Inter. Diventa l’eroe del Triplete ma chiude al Racing. E vince pure lo scudetto! Io sento certe cose, tanto che ho segnato all’esordio in Champions sia con la Fiorentina sia con l’Inter e l’ultima maglia indossata è stata quella della Sammartinese, dove la mia “vita” è iniziata. Le ultime forze ho voluto dedicarle al mio paese natale. C’è un trasporto che manda in campo pensieri e anima. Certe cose non avvengono per caso.

Il calcio è una stella cometa, va oltre gli incarichi, i soldi, la visibilità. Con Mancini ci sentiamo spesso, ci confrontiamo, analizziamo tante cose. Abbiamo un rapporto ancora migliore dopo il mio no, ha capito che mi sarebbe piaciuto ma che facendo il divulgatore ho una missione superiore a quella dell’allenatore, il cui ruolo è più circoscritto: lo pagano per fare risultato.

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