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Perchè l’Inghilterra ha Tre Leoni sulla maglia

Perchè l’Inghilterra ha Tre Leoni sulla maglia

Il logo dell’Inghilterra sulla maglietta della Nazionale: perchè ci sono i Tre Leoni. La storia completa.

La risposta semplice alla domanda di perchè sulla maglia dell’Inghilterra sono presenti i Tre Leoni è molto semplice. Già presente fin dalla prima partita internazionale contro la Scozia nel 1872, i tre felini sono il simbolo della federazione calcistica inglese, la FA. Comunque la scelta proviene dalla Storia ed è molto più antica di quella che si pensi.

Occorre risalire al 12° secolo, quando uno stendardo con tre leoni in oro su uno sfondo rosso venne portato in battaglia per dare fierezza ed ispirare le truppe a dare il massimo nel combattimento.

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La prima volta accadde con Enrico I, conosciuto anche come il “leone d’Inghilterra”, che aveva un leone nel logo della sua casata, quando prese il potere nel 1100. Poco dopo, sposò Adeliza, il cui padre aveva anch’esso un leone nello scudo, e per commemorare l’evento volle aggiungere un secondo leone allo stemma.

Nel 1154, i due leoni divennero tre quando Enrico II sposò Eleanor d’Aquitaine, che aveva un leone nello stemma del casato. Più tardi, nel corso del secolo, Riccardo Cuor di Leone (1189-1199)cominciò ad usare i tre leoni d’oro su di uno sfondo scarlatto come simbolo del trono d’Inghilterra e da quel momento, cominciò ad essere utilizzato per l’esercito Reale ad ogni passaggio di monarchia.

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Così, quando nel 1863 la FA venne alla luce, sembrò cosa naturale fissare il logo della federazione su tale scudo reale. Da allora, solo una volta il disegno venne modificato, nel 149, quando la corona sulla testa dei leoni venne rimossa per differenziare il simbolo da quello della nazionale di inglese di cricket.

Recensioni: Giovanni Micheletto, il «conte di Sacile»

Recensioni: Giovanni Micheletto, il «conte di Sacile»

Essere chiamato il Conte di Sacile dopo aver trascorso una vita in bicicletta è un titolo che fa pensare soltanto a meriti sportivi: Giovanni Micheletto, originario del piccolo centro del Friuli Venezia Giulia, non fu un semplice ciclista, sebbene vanti nel suo palmares una vittoria al Giro d’Italia, nell’unica edizione che si disputò nella forma a squadre, nel 1912 con la formazione dell’Atala, oltre a vantare un successo ad una tappa del Tour de France ed un Giro di Lombardia.

Micheletto, smessi i panni da ciclista, seppe essere imprenditore nonchè uomo molto attivo nel corso della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale e distinguendosi per la sua opera come Presidente dell’Ospedale cittadino. La vita completa di un personaggio che fece grande Sacile e che sapeva pedalare anche con la “testa”.

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Giovanni Micheletto, il «conte di Sacile»
Giacinto Bevilacqua
Editore: Alba Edizioni
Collana: Storie a pedali
Anno edizione: 2018
In commercio dal: 15/05/2018
Pagine: 140 p., Brossura
EAN: 9788899414337

Mondiali: squadre imbattute non vincenti

Mondiali: squadre imbattute non vincenti

Arrivare alla Coppa del Mondo e dover fare le valigie dopo il primo turno: la sorte che capita a metà delle compagini che accedono alla fase finale del campionato del mondo di calcio. Ancora peggio però, se a doversene tornare mestamente in patria è chi è rimasto intonso in termini di sconfitte.

Ecco le squadre imbattute non vincenti.

Nel Mondiale di Germania 1974, la Scozia, una formazione che non ha mai goduto di gran fortuna nelle rassegne iridate, riuscì a pareggiare con Brasile e Yugoslavia, ma, quando si trovò ad affrontare la Cenerentola del girone, gli africani dello Zaire, seppe vincere soltanto per 2-0 mentre i rivali, Brasile (3-0) e Yugoslavia (9-0) seppero fare meglio eliminando gli scozzesi per differenza reti.

Ci vollero quasi una trentina d’anni per ritrovare una situazione simile. A Sudafrica 2010 la Nuova Zelanda, inserita nel girone con l’Italia, seppe fare pari e patta con tutti e tre le nazionali del girone iniziale: Slovacchia, Italia appunto ed infine Paraguay, finendo addirittura davanti agli Azzurri nella classifica finale del girone. E sempre la nazionale tricolore fu protagonista di un’altra situazione simile, quando a Spagna 82 il Camerun sorprese tutti con tre pareggi con Perù, Polonia e gli azzurri di Bearzot, venendo rispedita a casa per un goal di differenza.

Il Belgio, spesso squadra ostica ai Mondiali, si dovette accontentare di tornare a casa da imbattuta, quando a Francia 98 rimediò tre pareggi con Olanda, Messico e Corea del Sud.

Situazioni simili, ma con un numero maggiore di partite, capitò all’Inghilterra nel 1982, quando non arrivò fra le prime quattro sebbene fosse rimasta imbattuta: la formula di quel torneo prevedeva che dopo la prima fase, si disputasse un girone a tre. Gli anglosassoni rimediarono due pareggi con Spagna e Germania Ovest finendo l’avventura sul più bello.

Quattro anni prima era capitato al Brasile, che nell’edizione argentina della rassegna, finì terza dopo aver disputato ben sette partite senza mai perdere, cosa che invece capitò ai padroni di casa ed eterni rivali che vinsero la loro prima Coppa del Mondo rimediando una sconfitta con l’Italia.

Infine, c’è un elenco più lungo di compagini che non sono andate molto avanti nei Mondiali sebbene avessero uno zero nella casellina delle sconfitte, perdendo unicamente negli scontri ad eliminazione diretta ai calci di rigore. La lista include Brasile e Messico nel 1986, Italia nel 1990, ancora Italia ed Olanda nel 1998, Eire e Spagna nel 2002, Svizzera, Argentina, Inghilterra e Francia nel 2006, Costa Rica ed Olanda nel 2014, nonchè la Spagna nell’ultima rassegna del 2018.

Recensione: Gli italiani al Tour de France

Recensione: Gli italiani al Tour de France

Partecipare alla corsa francese è il sogno di tutti coloro che salgono in sella con l’obbiettivo di diventare protagonisti dello sport del pedale. Pochi prò riescono ad arrivare a pedalare sulle strade del Tour de France ed ancora meno sono coloro che indossano la maglia gialla sui Campi Elisi di Parigi. Gli italiani che hanno trionfato alla Grand Boucle hanno quasi scritto pagine epiche del ciclismo: da Bartali e Coppi che furono costretti a perdere diverse edizioni ( e probabili successi) per lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale per passare a Magni e Nencini, arrivando poi ai periodi moderni quando il Diablo Chiappucci seppe far sognare i tifosi e tremare il grande Indurain.

Nel libro le storie si susseguono, l’una diversa dall’altro, pagine dello stesso romanzo entusiasmante del ciclismo ed altrettanto epico per la difficoltà di arrivare ad alzare le braccia al cielo. E sebbene non di romanzo si tratti, i personaggi appartengono ad un’aurea assoluta che paiono coloro che sconfiggono il male (sportivo s’intende) in nome del tricolore. La speranza di poter presto aggiungere altri capitoli alla saga del Tour spetta a Nibali, Aru e a chi verrà nel corso degli anni, ben sapendo che vincere sulle strade della rivale Francia è cosa solo per assoluti Eroi del pedale.

Gli italiani al Tour de France di Giacomo Pellizzari

  • Genere: Altri sport
  • Listino:€ 15,00
  • Editore:De Agostini
  • Data uscita:29/05/2018
  • Pagine:280
  • Formato:brossura
  • Lingua:Italiano
  • EAN:9788851162313
Brasile-Argentina 1939: la Coppa è Nostra!

Brasile-Argentina 1939: la Coppa è Nostra!

La Coppa Roca era un torneo di calcio molto semplice, ma che si basava su una delle rivalità più storiche del calcio, ovvero Brasile-Argentina. Le due nazionali sudamericane si affrontavano in un duplice incontro, ad anni alterni, e sempre in maniera alterna, in casa di o dell’altra. Per vincere il prezioso trofeo occorreva vincere una partita e non perdere l’altra. Il 22 gennaio 1939, edizione che si teneva in casa del Brasile a Rio de Janeiro, la nazionale argentina conduceva i giochi dopo aver vinto la prima sfida con un netto e perentorio 5-1. L’ambiente dunque si preannunciava infuocato, non solo sul terreno di gioco, per vendicare la sconfitta subita. Ed il match, come venne testimoniato dai continui cambi di punteggio, non annoiò sicuramente il pubblico sugli spalti.

Dapprima passarono in vantaggio i verde-oro con una rete di Leônidas da Silva, ma il ribaltamento nel punteggio fu rapido: gli ospiti, con Bruno Rodolfi ed Enrique García misero il muso avanti, mettendo fin dalla prima frazione di gioco il sigillo sulla vittoria della coppa. Ma il Brasile non ci stava a mollare di fronte agli “odiati cugini”, tanto da pervenire al pareggio poco prima del termine della frazione di gioco.

Alla ripresa della seconda frazione di gioco, Adílson realizzò il 3-2; mancavano appena quattro minuti al termine dell’arduo confronto che il direttore di gara, il brasiliano Oliveira Monteiro (in quell’epoca le spese di viaggio andavano contenute) fece di tutto per diventare protagonista principale, decretando un rigore per i padroni di casa. Non fosse mai, gli argentini si ritennero defraudati, protestando in maniera accesa ritenendo (a loro avviso) la decisione ingiusta e totalmente errata.
Talmente furiosi che l’undici ospite non ci pensò troppo ad abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta. Peracio, incaricato di calciare il rigore, trovò di fronte a sé la porta sguarnita e non ebbe chiaramente difficoltà a trasformare il penalty.
Il direttore di gara, vista la situazione assai insolita, decretò la fine della gara prima dell’ultimo giro di lancetta, poiché a centrocampo non v’era più nessuno che potesse riprendere il gioco regolarmente.

E l’Argentina? Rientrò qualche giorno dopo in patria.…..in compagnia della Coppa Roca: i dirigenti federali si rifiutarono di lasciarla ai brasiliani, segno ulteriore della forte rivalità che tuttora persiste in campo calcistico. Qualche mese più tardi, la diplomazia riuscirà a riprendere il controllo della situazione.
Nel febbraio 1940 le due nazionali si rincontrarono, per assegnare il trofeo. E sul terreno di San Paolo, nel duplice confronto, l’Argentina stabilì la sua superiorità (momentanea), pareggiando 2-2 ed una settimana dopo, trionfando per 3-0, facendo ritorno a casa, questa volta con la Coppa Roca per giusti meriti.

Freemasons’ Tavern: il pub dove nacque il calcio in Inghilterra

Freemasons’ Tavern: il pub dove nacque il calcio in Inghilterra

Alla Freemasons’ Tavern in Great Queen Street a Londra, il 26 ottobre 1863 si incontrano i rappresentanti di undici club britannici, con l’intento di unificare le regole del gioco del football. Fra le varie proposte sembra essere fin da subito quella avanzata da F.W Campbell, che propone una mozione in favore dell’uso delle mani e del gioco violento: “Dare calci agli avversari questo è il vero gioco del football! E’ stato così nel passato, nessuno ha il diritto di vietarlo attraverso nuove regole. Chi è contro i calci negli stinchi è troppo vecchio per lo spirito del nostro gioco”, esclamerà nella sala.

La proposta non potè che porovocare clamore in sala: finora infatti non era nemmeno prevista la figura neutrale di una persona, l’arbitro appunto, che avesse il compito di risolvere le situazioni controverse ed il gioco del calcio, sia a livello tattico che tecnico, era solo un abbozzo di quello moderno. Ma l’idea parve assai rivoluzionaria, tanto che le cose non presero la piega desiderata e la mozione verrà bocciata con 13 voti contrari e solo 4 favorevoli. Nasce dunque la Football Association, che in data 8 dicembre 1863 approverà il primo regolamento ufficiale, con 14 regole base che diventeranno 17 soltanto nel 1938 in virtù dell’intervento dell’International Board.

E Campbell ? Ebbene darà origine alla scissione nel 1871 fonderà la Unione Britannica del Rugby.

Il Freemason’s Arms Pub, inaugurato nel 1860 e situato nei pressi della più nota Covent Garden, dopo più di un secolo, è ancora aperto, come in ogni buona tradizione inglese che si rispetti.

Recensioni: Pittat’

Recensioni: Pittat’

L’esordio letterario di Riccardo Giammarino, giornalista e scrittore napoletano, avviene con un’opera che rende omaggio al Napoli, squadra rappresentante del Sud che supera ogni barriera economica e differenza rispetto ai grandi clubs del Nord con la passione immarcescibile dei suoi tifosi che non contano i trofei in bacheca per tifare più o meno intensamente azzurro.

L’amore della città per la squadra e della squadra per la città è la vera forza che caratterizza gli uomini che indossano la maglia partenopea. Attraverso un viaggio a Napoli emerge l’amore che lascia le sue tracce indelebili sui muri, segno e non trasformazione della passione che rimane immutata, mai caduta nemmeno quando il club scende negli inferi della Serie C e poi della Serie B.

Sono i giocatori ad essere amati e non esaltati, perchè la forza si mette in campo la domenica e ricevere un murales come premio per gli sforzi fatti sul prato non è derivazione di goals o parate, quanto di affetto ricambiato con i fatti e non con le dichiarazioni a mezzo stampa o battendosi il petto dopo una vittoria.

Pittat’. La storia del calcio. Napoli raccontata dalle mura della città
Riccardo Giammarino
Editore: Giammarino
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 01/01/2017
Pagine: 140 p., Brossura
EAN: 9788894211955

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