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Fabian Carini: il portiere famoso per lo scambio Juve-Inter

Fabian Carini: il portiere famoso per lo scambio Juve-Inter

La carriera di Fabian Carini. La storia del portiere uruguaiano. Le maglie indossate, le vicende di calciomercato, i trasferimenti.

Difficilmente la tradizione del Sudamerica parla di grandi portieri: più facile ritrovare attaccanti e registi di classe assoluta piuttosto che ritrovare un atleta forte tra i pali: la carriera professionale di Fabian Carini rispecchia in parte quello appena scritto, sebbene diventi protagonista, suo malgrado, di una delle trattative di calciomercato più strane della Serie A.

Nato a Montevideo il 26 dicembre 1979 e dunque uruguaiano, Carini fu protagonista sui campi di calci dalla fine degli Anni Novanta fino all’attuale decade, con alterne fortune. A suo merito il fatto di aver militato in due delle più famose squadre italiane, ovvero Juventus ed Inter. Oltre ad un passaggio nella Liga Spagnola, Carini vanta più di 70 presenze con la nazionale del suo paese.

Il suo ritiro dal calcio giocato è avvenuto indossando la maglia della Juventud nel 2017, compagine uruguaiana, per poi dirigersi in cabina come commentatore per la rete televisiva FOX.

Debuttò in nazionale ad appena 20 anni d’età, vantando 8 partite in veste di capitano. Partecipò come titolare ai Mondiali di Corea e Giappone nel 2002 collezionando tre presenze.

La stagione prima era entrato nell’orbita Juventus, che lo acquisì: peccato che nella stessa sessione di mercato era arrivato un certo Gianluigi Buffon che praticamente gli tarpò le ali in maglia bianconera. L’occasione parve arrivare nell’estate 2004, entrando a far parte dell’affare come pedina di scambio per Fabio Cannavaro, che arrivò dall’Inter in cambio di Carini. Le carriere da quel punto ebbero una separazione completa: mentre il neo difensore juventino divenne campione del mondo e Pallone d’Oro 2006, il giovane portiere sudamericano iniziò una lenta discesa.

Biografia, palmares, statistiche: Héctor Fabián Carini Hernández nacque il 26 dicembre 1979 a  Montevideo, Uruguay. Debuttò come professionista nel 1997 tra le fila del Danubio. Nel 2001 l’approdo in Europa, firmando per la Juventus, rimanendo una sola sola stagione. Passa allo Standard Liegi in prestito per un paio di annate, per poi diventare  fondamentale pedina di scambio. Nel 2004 passa infatti all’Inter, salvo raccogliere poche presenze e scendere nell’isola firmando per il Cagliati. Nel 2007 attraversa il Mediterraneo e sigla un accordo con il Real Murcia, allora militante nella massima serie spagnola. Annata sfortunata visto che il club retrocede e Carini rimedia poche presenze. Meglio tornare in patria o quasi, pensi l’ancora giovane estremo difensore, siglando un accordo con i brasiliani dell’Atlético Mineiro. Fa ritorno a casa nel 2011 quando si accorda con il celebre Peñarol mentre nel 2013 varca il confine per andare in Equador, dove lo aspetta il Deportivo Quito. Il 2014 sembra l’anno della pace dei sensi con la maglia della Juventud, appendendo i guanti al chiodo nel 2017 a causa di un dlore lombare cronico. Il palmares è misero, con soltanto una Coppa Italia in maglia Juventus. Vestirà la casacca della nazionale dell’Uruguay in 74 occasioni.

Fabian Carini: la carriera in video

Matteo Mammì: chi è il fidanzato di Diletta Leotta

Matteo Mammì: chi è il fidanzato di Diletta Leotta

Lavori in televisione ed il tuo fidanzato è un personaggio legato in qualche modo al mondo della Tv e delle emittenza: il fidanzato di Diletta Leotta è Matteo Mammì, nipote del famoso ministro Oscar Mammì delle telecomunicazioni degli Anni Novanta che divenne celebre per l’omonima Legge Mammì che trasformò il sistema radiotelevisivo italiano e che legittimò il duopolio televisivo tra Rai e Fininvest.

Diletta Leotta che divenne celebre per alcune foto hot rubate a sua insaputa, ha ormai ale spalle una carriera luminosa nel mondo del calcio: nel 2012 il passaggio a Sky, dapprima come una delle conduttrici di Sky Meteo 24. Poi, il balzo in avanti, facendosi conoscere nella stagione 2015-2016 come una conduttrici più apprezzate del team di Sky Sport, occupandosi del campionato di Serie B.

Che lavoro fa il fidanzato di Diletta Leotta

Anche Matteo lavora nel mondo delle televisione: è infatti da anni nello staff dirigenziale di Sky Sport, rivestendo dal 2013 il ruolo di direttore senior programmazione e produzione, ruolo assunto dopo aver in precedenza svolto la carica di direttore acquisizioni e vendite.

Negli ultimi tempi si è sparsa la voce che la coppia intenda convolare a nozze entro breve tempo. Nel frattempo la bella Diletta è passata a DNEZ, il nuovo canale che trasmetterà a partire dalla stagione 2018/19 tre partite di Serie A in diretta, fra cui l’anticipo delle 20.30 del sabato sera.

Frasi famose di Ancelotti

Frasi famose di Ancelotti

Carlo Ancelotti è uno dei più grandi allenatori che l’Italia ha donato al calcio mondiale. Nato a Reggiolo nel 1958, dopo una vita passata sui campi con le maglie di Roma e Milan, vincendo praticamente tutto, ha conosciuto la parola vittoria anche una volta smessi i panni d’atleta ed ha cominciato a sedersi sulle panchine più importanti d’Europa: Real Madrid, Milan, Chelsea, Juventus, Bayern Monaco rappresentano il Gotha del pallone ed in fatto di palmares il tecnico emiliano può vantare al momento in bacheca 3 Champions League, 3 Supercoppe europee, 2 Mondiali per clubs, oltre a scudetti in Italia, Inghilterra, Germania e Francia.

E sebbene Ancelotti abbia sempre avuto a che fare con presidenti dalla presenza ingombrante come Abramovich, Florentino Perez e Silvio Berlusconi, ha sempre mantenuto una dialettica entro i confini, con semplicità, praticità e pronto al dialogo  costruttivo. Ecco allora che ripercorre le parole più celebri del tecnico di Reggiolo sono un piacevole passatempo.

Frasi famose di Ancelotti

Per arrivare ai livelli di Pirlo deve mangiarne di pane! Nella sua posizione deve lasciare il pallone molto velocemente. Tuttavia nei controlli è fantastico. Non sente la pressione dell’avversario. Speriamo che in futuro diventi ancora più rapido nelle giocate.

Ho allenato qua due anni, mi sono trovato molto bene con la tifoseria, con una parte della tifoseria, con la società. Ho imparato moltissimo in questa società, poi ho avuto dei problemi con alcuni tifosi, ma cosa posso dire? I due anni che ho passato qui mi hanno aiutato moltissimo a crescere.

Pirlo? Io non l’avrei mai ceduto. O al massimo l’avrei dato al Chelsea o al Psg, visto che avrebbe trovato me. Scherzo, naturalmente… Mettiamola così: forse Pirlo voleva più soldi e il Milan non glieli voleva dare. È andato a prenderli alla Juventus.

L’esperienza mi dice che ogni allenatore che si rispetti deve allenare il Real Madrid almeno una volta nella sua vita. È il club più grande del mondo, un’esperienza bellissima, quasi unica. Quello che succede a Madrid non accade in nessun’altra squadra. I tifosi che ha in qualsiasi parte del mondo sono tantissimi. Ti aspettano ovunque, in hotel, all’aeroporto… È un’esperienza unica che vale la pena vivere. Anche quando ti mandano via.

I procuratori, gli agenti? Troppo influenti. Molti club gli hanno consegnato potere. La parte più importante del calcio sono i calciatori, non i procuratori e nemmeno noi allenatori.

Berlusconi mi ha sempre e solo criticato quando giocavamo bene. Quando giocavamo male, ci sosteneva. Non ha mai versato benzina sul fuoco nei momenti brutti. Ma si, adora interferire […]. È bravissimo a motivare e a dare sostegno. A differenza di altri presidenti con cui ho avuto anche a che fare.

Esistono due tipi di rabbia. Quella innescata dalla mente. A volte mi sono arrabbiato con i miei giocatori per il loro atteggiamento sbagliato. In tali situazione può esser buono per l’atmosfera generale parlare chiaro e duro. L’altra forma di rabbia viene dal cuore, dai sentimenti. Per questa rabbia non si può fare niente: non posso controllarla.

[Riferito al “cucchiaio” contro l’Inghilterra] Avete visto che cosa ha fatto Pirlo? Soltanto i geni hanno queste intuizioni. Andrea è immenso e non ci sono altri aggettivi da aggiungere.

Sì [ero interista]. Il mio idolo era Mazzola. Ero stato comprato, diciamo, da tifoso, perché avevo mio cugino che viveva a Milano e mi aveva portato un completo dell’Inter, con la maglia e i pantaloncini, e da quel giorno ero diventato tifoso dell’Inter.

„Ale [Del Piero] non mi deve niente. Da me ha avuto quello che era giusto avesse, vista la sua grande e unica professionalità. Su Henry, invece, ho preso una cantonata: lo consideravo un giocatore di fascia, non mi sono accorto che era invece un fortissimo centravanti.“

[In risposta al coro Juventino: “Un maiale non può allenare”] È un’insopportabile mancanza di rispetto verso la figura del maiale.

Mi rivedo un po’ in Alberto Aquilani a livello tecnico, anche se rispetto a me lui è meno potente e più dinamico.

Non è da tutti fare quello che ha fatto oggi Paloschi, segnare al debutto dopo 18 secondi dall’entrata in campo è incredibile. Sono molto felice per lui, credo sia un predestinato, ha grande capacità realizzativa.

Il nostro è un rapporto a distanza, diciamo così. Però devo dire che quella di Mourinho è una presenza nel calcio italiano sicuramente positiva, sia per le capacità, che per quello che dice. Non è mai banale. Qualche volta è, diciamo così, un pò provocatorio, ma credo che sia una provocazione fatta con molta intelligenza.

Il giorno in cui smetterò di allenare, sicuramente Mourinho sarà un allenatore che mi interesserà seguire.

[Una battuta sulle serate in discoteca di Ronaldinho] Aveva il permesso fino alle 5 del mattino, è tornato alle 3, significa che non si stava divertendo.
[Su Yoann Gourcuff] Deve lavorare un po’ sotto l’aspetto mentale. È un grande giocatore, non ci sono dubbi, ma la testa è stata un problema quand’era con noi.

Per me la Champions League è… ehm… una bella sensazione.
For me Champions League is… ehm… a beautiful sensation.

[Su Paolo Maldini] È l’unico giocatore a cui non ho dato una multa per ritardo. Non tanto perché è tirchio

Il Milan ha avuto quattro grandi allenatori: Rocco, Liedholm, Sacchi e Capello. La storia dice che sono tutti ritornati.

John Hartley: il prete che vinse Wimbledon

John Hartley: il prete che vinse Wimbledon

La storia dello sport spesso mischia sacro e profano, ma arrivare ad avere un sacerdote campione mondiale o vincitore di un’importante competizione sportiva. E quando l’arte dello sport era ancora agli albori, alla fine del secolo 19°, fu proprio un prete a vincere il torneo di Wimbledon: si chiamava John Hartley.

John Thorneycroft Hartley nacque il 9 gennaio1848 en Tong, Inghilterra. Quando il torneo di tennis era ai primi anni, erano ammessi a partecipare anche gli appassionati dilettanti, tanto che gli iscritti svolgevano diverse professioni e tale Hartley era sacerdote della Chiesa Anglicana.

Il torneo cominciò a disputarsi nel 1877, con una formula abbastanza particolare. Il vincitore si assicurava un posto nella finale dell’anno successivo, lasciando quindi il lotto dei concorrenti a disputarsi il restante posto per l’ultimo atto. John Hartley venne proclamato vincitore dell’edizione 1879 in quanto il tennista vincente l’anno prima, Frank Hadow, non si era presentato.Tuttavia, venne dato titolo di finale la partita che si disputò fra il reverendo Hartley e l’irlandese Vere St. Leger Goold, con il successo del chierico per 6-2, 6-4, 6-2. Hartley divenne così il primo ed unico vincitore sull’erba di Wimbledon con il titolo di prete.

L’anno successivo, nel 1880, Hartley difese il titolo contro Herbert Lawford, e si confermò campione in carica per 6–3, 6–2, 2–6 e 6–3.

Sfortunatamente per Hartley, non potè confermarsi campione in quanto la finale del 1881 perse con un secco 6-0, 6-1 y 6-1 contro William Renshaw, in quella che fu la finale più corta della storia, appena 37 minuti. Le cronache del tempo raccontano che il povero prete fu vittima del colera inglese, con episodi di diarrea. Nel 1882 non fece comparsa mentre nel 1883 fu eliminato al secondo turno.

Nel 1926, a ricordo del 50° della storia del torneo, ricevette una medaglia che gli fu consegnata dalle mani della Regina Maria, così come per tutti coloro che avevano vinto il torneo in passato ed erano ancora in vita.

Venne nominato vicario nella cittadina di Burneston, Yorkshire, e morì il 21 agosto 1935 presso Knaresborough, quando aveva 86 anni.

Gustaaf Deloor: il primo vincitore della Vuelta di Spagna

Gustaaf Deloor: il primo vincitore della Vuelta di Spagna

Gustaaf Deloor, il primo vincitore della Vuelta di Spagna, ebbe una vita non facile e decisamente da montagne russe, visti gli up and down che dovette affrontare durante la sua esistenza.

Gustaaf Deloor era un ciclista belga che svolse la sua carriera in gran parte durante gli Anni Trenta del secolo scorso.  La sua punta più alta fu la vittoria alla prima edizione della Vuelta di Spagna, aggiudicatasi nel 1935, successo bissato anche l’anno seguente. Un finale curioso, se si pensa che sul podio fu accompagnato dal fratello maggiore Alfons, classificatosi secondo nella generale.

Ma come per tanti sportivi, il conflitto bellico fu fatale per le speranze di conseguire successi in sequenza. E nel suo caso, lo scoppio della Guerra Civili spagnolo lo privò, quasi sicuramente, del successo nella corsa a tappe iberica oltre ad altre gare del panorama ciclistico come la Vuelta di Catalogna, allora la terza a corsa a tappe più antica del mondo dopo Tour de France e Giro d’Italia. Abbandonerà il ciclismo allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando venne fatto prigioniero dalle truppe naziste.

Un suo grande cruccio sarà non essere mai diventato campione del mondo; anzi, corse soltanto una volta la corsa iridata, a Berna nel 1936, quando si trovò in fuga con il francese Antonin Magne, ma la sfortuna ci mise lo zampino. Una foratura lo mise fuorigioco, mentre il transalpino compagno di fuga, alla fine della corsa vestirà l’agognata maglia di campione iridato.

Ed il rimorso di come andò a finire la corsa sempre gli rimarrà impresso, convinto che quel giorno avrebbe soddisfatto il suo grande desiderio sportivo.

Gustaaf nel 1937 si misurò sulle strade gialle del Tour de Francia, ma non con una compagine, bensì da indipendente, come allora si poteva fare; conquistò una tappa ed ottenne diversi piazzamenti nei giorni successivi. Curiosamente, in quell’edizione, il leader della corsa, il connazionale Sylvere Maes, ricevette una sanzione pesante che venne ritenuta indegna dalla nazionale belga tanto che in blocco si ritirò a sole quattro tappe dal traguardo finale di Parigi.

Come detto, prese parte al secondo conflitto bellico, trovandosi immischiato in una missione assai delicata, presso Fort Eben-Emmael, scenario di un’operazione con esploratori e paracadutisti che aveva come compito quello di conquistare un punto strategico, ritenuto inespugnabile e che serviva a proteggere il fiume Mosa.  Fatto prigioniero, venne inviato presso un campo di concentramento in territorio polacco, detto Stalag II-B. Qui, per sua fortuna, trovò un luogo tutto sommato accogliente per quello che si potrebbe definire un lager, diventando cuoco grazie al fatto che un soldato tedesco lo riconobbe per la sua professione di ciclista.

L’amnistia che ricevettero i soldati belgi permise a Gustaaf di fare rientro a casa, nonostante cammin facendo incontrò per strada altri reduci a cui invece la sorte aveva voltato le spalle. Si diede subito da fare, nonostante il conflitto non fosse ancora terminato: decise di aprire un’attività di gomme per biciclette e si rifiutò di lavorare per i nazisti che  in quel momento occupavano il Belgio, ed allora si mise nuovamente in cammino, destinazione Francia.

Ma il suo giro del mondo era appena iniziato: con la prima moglie, Margrot, si diresse negli Stati Uniti sebbene conoscesse a malapena qualche parola d’inglese. Prima si installò a New York, dove fece parecchi lavori come meccanico, ma che duravano appena qualche giorno o al massimo qualche settimana, vista la sua scarsa conoscenza dell’inglese.

Il dopo ciclismo vide Gustaaf lavorare in un’impresa, Marquardt Corporation, che svolgeva indagini e costruiva sistemi a proplusione, forte anche di un appoggio nel governo americano e nella NASA, tanto da vedersi assegnata una parte del progetto per le missioni spaziali.

Una volta ottenuta la pensione, alla fine degli anni 70, decise di fare ritorno in Europa, tornando nella madre patria in Belgio.

Nel 1995 venne nuovamente invitato in Spagna per assistere alla Vuelta, motivo la celebrazione dei 50 anni trascorsi dalla sua prima vittoria. Ma per motivi di salute fu costretto a declinare.

Morì nell’agosto 2010 e venne omaggiato nella sua città natale di De Linge, dove una piazza venne ridenominata in ricordo dei due fratelli Deloor. Fece seguito anche una mostra fotografica con trofei e memorabilia vari dell’epoca.

Biografía, palmarés, statistiche: Gustaaf Deloor nacque a De Klinge (Belgio) il 24 giugno 1913 e morì a  Mechelen il 28 gennaio 2002. Fu un ciclista che passò molto giovane al professionismo e che vide la carriera stroncata causa la Guerra, prima quella Civile Spagnola e poi quella Mondiale. Le prime due edizioni della Vuelta di Spagna furono appannaggio suo, vincendo anche una tappa al Tour del 1937 ed aggiudicandosi la classifica finale del Giro di Svizzera 1936, anno in cui perse il Mondiale causa una foratura. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale dovette dire addio per sempre al ciclismo.

Priest Lauderdale: uno dei giocatori più alti della NBA

Priest Lauderdale: uno dei giocatori più alti della NBA

Essere molti alti nel basket NBA può essere importante e determinante, oppure costituire soltanto un particolare che ti rende famoso e celebre per una qualità che non è altro che un dono: questa è la storia di Priest Lauderdale, uno dei giocatori più alti che abbia mai calcato i parquet americani.

Pivot statunitense che giocò a cavallo degli Anni Novanta – Duemila, ebbe una breve parentesi nella NBA, fatto che gli permise di entrare nella Top Ten dei cestisti più alti in assoluto. Varcò poi l’Oceano per vestire la casacca del Real Madrid, sebbene fu un’esperienza che non lo vide mai nemmeno scendere in campo.

Pose fine alla sua carriera cestistica nel 2011 tra le fila del Chabeb Zahle in Líbano. Oggi risiede in Inghilterra, dove svolge l’incarico di direttore dei progetti speciali per l’Oxford City Sports Club.

I suoi 224 centimetri lo pongono nono nella classifica di tutti i tempi dei giocatori più alti dell’intera storia della NBA: Gheorghe Muresan, Manute Bol, Shawn Bradley, Yao Ming, Sim Bhullar, Chuck Nevitt, Pavel Podkolzin e Slavko Vranes sono quelli nell’ordine che lo precedono

Venne scelto al primo giro del draft NBA nel 1996 da parte degli Atlanta Haks.

Nello stesso draft ci furono nomi eccellenti della storia della pallacanestro americana:Allen Iverson, Kobe Bryant, Peja Stojakovic o Steve Nash, solo per citare i più famosi.

Ha giocato anche tre anni in Bulgaria, acquisendo poi la nazionalità.

E’ stato un vero zingaro dello sport della palla al cesto, viaggiando e giocando in paesi alternativi come Cipro, Iran, Venezuela, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Libano.

Nelle sue due stagioni nel basket NBA mise in fila 3.4 punti, 1.9 rimbalzi e 0.4 assist, non certamente qualcosa di eclatante.

Il contratto che ebbe a firmare con il Real Madrid, stagione 2000/01, non portò a nulla, tanto che sebbene mise la firma in calce, non scese mai in campo causa una scarsa forma atletica e problemi alle ginocchia.

Nella sua esperienza bulgara, disputò anche l’Eurolega, quando ancora non era a licenze limitate, con la maglia del Lukoil Academic, portando a casa un rendimento da doppia-doppia, con 19.3 punti e 11.3 rimbalzi di media a partita.

Biografia, palmares, statistiche: Priest Lauderdale nacque il 31 agosto 1973 a Chicago. Debuttò come professionista in Europa, militando in Grecia per la formazione del Peristeri nel 1995. L’anno seguente ci fu il debutto nel magico mondo della NBA con gli Atlanta Hawks e quello successivo il passaggio ai Denver Nuggets. da li poi, iniziò il suo peregrinare per mezzo mondo: Grand Rapids Hoops, Fort Wayne Fury, Gaiteros del Zulia, Apollon Limassol, Lukoil Academic, Al-Ittihad Jeddah, Saba Mehr Kazvin, Al Nasr, Al-Hilal, Shandong Lions, Mahram Teherán, Saba Mehr Qazvin, BC Chernomorets, Levski Sofia e Chabeb-Zahle, fino al giorno del suo ritiro.

Victor Fastré, il vincitore della Liegi-Bastogne-Liege che morì in guerra

Victor Fastré, il vincitore della Liegi-Bastogne-Liege che morì in guerra

Era il 1909 quando il ciclista belga Victor Fastré colse la vittoria più importante della sua carriera, il successo nella classica delle Ardenne, la Liegi-Bastogne-Liegi, sebbene non fosse stato il primo a tagliare il traguardo. Era infatti stato battuto allo sprint, in un gruppo di 8 corridori, ma il vincitore originale venne squalificato. Fastré all’epoca aveva appena 18 anni e 362 giorni d’età….

All’anagrafe Joseph Henri Fastré, era nato a Liegi il 19 maggio 1890, secondo figlio di Hubert Henri e Marie-Catherine Leunen. Si era poi unito al club ciclistico locale Cyclists Pesant Club Liège e si era piazzato 23-esimo alla sua prima classica delle Ardenne, corsa quando era appena un teenager. Poi, l’anno seguente si iscrisse alla corsa riservata ai dilettanti ed alla fine dei 235 chilometri di gara, ebbe la possibilità di lottare per il successo finale.

Un suo connazionale, Eugène Charlier, fu primo sulla linea del traguardo ma venne squalificato dai giudici di gara perchè riconosciuto nell’aver utilizzato un’altra bici per arrivare sulla linea bianca, diversa da quella con cui era partito. Fastré così, si vide riconosciuto il successo senza appello.

Divenne professionista l’anno successivo ed entrò a far parte della formazione francese Alcyon, militandoci per un paio di stagioni. Poi, il rientro in patria, puntando decisamente più sulla pista.  E nei velodromi arrivarono anche i primi guadagni, oltre che i successi in sequenza. Nel luglio 1914, vinse al velodromo di Anversa, ma appena due settimane dopo, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale portò alla conclusione della sua fulgida carriera.

Ed appena due mesi dopo l’inizio del conflitto, l’unità di Fastré si trovò a Rotselaar nel Brabbante, dove l’esercito belga stava cercando di arrestare l’avanzata tedesca, tentando di distruggere le linee di supporto.  Il 12 settembre il 25° reggimento di cui Fastré faceva parte, si trovò a superare il ponte di Molen. Il fuoco dell’artiglieria tedesca si scatenò contro le avanguardie belghe in quella che venne chiamata la Battaglia del Mill, con molti ufficiali tragicamente  periti o feriti, come lo stesso Fastré. Pur di salvare la pelle, molti soldati si trovarono a tentare la salvezza gettandosi nel fiume e provando a nuotare, sotto l’incedere del fuoco nemico che fece molte vittime.

Circa 300 soldati persero la vita in quella triste mattina di fine estate. I soldati caduti venne inizialmente seppelliti in Rotselaar prima di essere  trasferiti nel cimitero belga di Veltem nel 1925.

Fra  le vittime, anche Victor Fastré, che aveva appena 24 anni. Postumo, ricevette la medaglia militare dell’Ordine di Leopoldo, rimanendo tuttora il vincitore più giovane della Liegi-Bastogne-Liegi.

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