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Aldo Cantarutti: il bomber della fantasia

Aldo Cantarutti: il bomber della fantasia

Aldo Cantarutti è uno di quei personaggi che ha fatto la storia più fuori dal campo che sul prato verde, e non per colpa sua, ma per una famosa citazione che lo fece salire agli onori della cronaca nel corso degli Anni 80, quando i cosiddetti B-movie non avevano ancora quel ruolo storico che poi gli è stato attribuito successivamente.

La carriera, sebbene non possa vantare trofei importanti per la vita di un calciatore come uno scudetto od una Coppa dei Campioni, recita però l’onesto percorso lavorativo di un atleta che seppe farsi valere in Serie A con 95 presenze, in cui impresse il suo segno con 21 reti. Mentre  nella Serie B mise in fila 175 presenze con 47 reti.
Con un record che potrebbe far sbellicare dalle risate, se non che avrebbero potuto cambiargli radicalmente il corso della vita: ben 3 reti, non sono mai esistite nella realtà.

Aldo Cantarutti: la sua carriera

Cresce nelle giovanili del Torino, che gli da modo di esordire in Serie A il 10 aprile 1977 in Torino-Catanzaro, successo dei granata per 3-1. Lascia i piemontesi, che lo cedono per un biennio in prestito. Nel 1977-1978 gioca nel Monza, segnando 2 reti in 18 partite e passando di ruolo come ala sinistra.
Poi, un passaggio poco fortunato alla Lazio, in Serie A, con appena 9 gare disputate.

Svincolatosi dal Torino, passa nella 1979-80 al Pisa di Romeo Anconetani e mette a segno 6 reti in 24 partite.L’anno dopo, stagione 1980-1981, le reti raddoppiano, diventano ben 12 le segnature.

Il presidente del Catania Angelo Massimino nell’estate 1981 lo acquista per circa 900 milioni di lire. Segna 10 reti il primo anno, mentre contribuisce con 11 gol al ritorno in Serie A degli etnei nella successiva stagione.

Centravanti titolare del Catania 83/84, Cantarutti firmò subito una doppietta nell’incoraggiante vittoria del rossazzurri contro il Pisa, sua ex compagine, per quello che sarà il primo ed unico successo stagionale degli etnei. Ben presto, infatti, l’annata dei siciliani finì su un binario morto precipitando all’ultimo posto solitario.
La stagione che avrebbe dovuto lanciare Cantarutti nell’elite del calcio italiano, però gli riserva un poco gradito imprevisto: il 31 dicembre 1983, un infortunio costrinse l’attaccante al riposo forzato.:

La squadra retrocede all’ultimo posto, con 14 reti segnate, di cui 4 portano la firma di Cantarutti. E potevano essere cinque, se non fosse apparso il fantasma della VAR, allora solo nelle menti di pochi. Arriva il giorno di Catania-Milan e Aldo Cantarutti si rende autore di una sforbiciata che lascia di sasso il portiere rossonero Piotti: palla spiovente in area, stop di petto, controllo di coscia e girata al volo.

Se non fosse che la giacchetta nera di quel giorno, il signor Benedetti, non corre subito ad indicare il centrocampo, ma rimane fermo ed impassibile nell’area rossonera con il braccio alzato.

La splendida segnatura rimane solo nelle menti e nei ricordi dei nonni sulla sedia a dondolo annullata per gioco pericoloso. Un capolavoro sprecato e per soli sette minuti alla fine della partita. I giocatori rossazzurri protestarono in modo veemente, alcuni tifosi catanesi invasero il rettangolo di gioco. Per riportare la calma, in campo dovettero entrare anche i carabinieri. La scriteriata ed ingiusta decisione di Benedetti penalizzò una squadra già spacciata, ultima in classifica ed avviata a retrocessione certa. E siccome le sanzioni non vengono mai per nulla, lo stadio Cibali subì la pesante squalifica di ben 7 turni, per i tumulti che seguirono questa decisione.

Ma per il nostro attaccante, le storie tese non sono finite qui: Aldo entra, suo malgrado, anche in una celebre pellicola: nel film “Al bar dello sport”, Lino Banfi vince un miliardario 13 al Totocalcio grazie alla doppietta di Cantarutti in Juventus- Catania 1-2. Vittoria dei catanesi in rimonta. Nella realtà la partita finì con il successo dei bianconeri  per 2-0, con insolita doppietta del compianto  difensore Gaetano Scirea.

Lasciata Catania, il nostro Cantarutti gioca con Ascoli e poi nella 1986-87 va alla Atalanta (sempre in Serie A). Resta all’Atalanta anche in B e vi segnerà nella 1987-1988 il 4 gol più importante della sua carriera. Ma questa volta sarà reale. Timbra il gol dell’1-1 in trasferta contro lo Sporting Lisbona nei quarti di finale della Coppa delle Coppe 1987-1988 che vale la qualificazione dell’Atalanta alle semifinali. Nello stesso anno conquista la sua seconda promozione in carriera, rimanendo poi tra i cadetti, nel Brescia.

A ottobre 1988 viene acquistato dal Lanerossi Vicenza. È l’ultimo capitolo della sua carriera da calciatore: con i veneti torna a segnare conquistando la salvezza nel campionato di Serie C1. Poi lascia il calcio giocato.

Cantarutti ha anche avuto una brevissima parentesi azzurra. Il 21 febbraio 1979 Azeglio Vicini lo fece esordire con l’Under-21 nella partita contro la Nazionale maggiore Sovietica, perdendo 1-0. Non riuscirà mai più a vestire l’azzurro, se non fosse stato che quei tre goal fantasma…

Frasi famose di Pippo Inzaghi

Frasi famose di Pippo Inzaghi

Prima grande bomber di razza, capace di autentici goal di rapina sorprendendo gli avversari, poi una volta appese le scarpette al chiodo, la voglia di insegnare calcio ha trovato subito il massimo del palcoscenico immaginabile da Pippo Inzaghi, con la serie A da affrontare sulla panchina del suo Milan che lo reso vincente in Italia, Europa e nel Mondo, senza dimenticare il successo a Germania 2006 con la maglia della nazionale.

Ma le prime difficoltà incontrate, in un’epoca in cui i rossoneri stavano lentamente facendo marcia indietro, lo ha costretto alla necessaria e giusta gavetta, come si compete ai grandi. Eccolo allora vincere il torneo di Lega Pro con il Venezia e poi assaporare i playoff con i lagunari nella stagione successiva, mostrando anche un bel calcio.

E poi chissà, il Bologna in Serie A e magari l’inizio della carriera 2.0

Le frasi famose di Pippo Inzaghi

Io penso, spero, che un giocatore allenato da Pippo Inzaghi debba sapere che si deve guadagnare il posto sul campo. Con me si parte tutti da zero.

La prima e unica cosa che voglio che voi sappiate per sempre è questa: ho giocato e vinto per Noi. Giocare e vincere senza condividere le emozioni è nulla, invece io e voi, noi, abbiamo fatto tutto insieme. Abbiamo sperato, abbiamo sofferto, abbiamo esultato, abbiamo gioito. E abbiamo alzato le coppe e gli scudetti insieme ai nostri cuori. Siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda. E questo non ce lo toglierà mai nessuno.

[Dopo l’infortunio dell’11 Novembre 2010 contro il Palermo] La vita e il calcio sono così. Un minuto prima giochi e lotti, un minuto dopo ti tieni il ginocchio fra le mani. Ed è un minuto dopo che ti guardi attorno. E io attorno a me ho tutti voi. Grazie. Mi avete emozionato tutti, la Società, il Mister, i miei compagni di squadra, i miei tifosi. Io guardo voi e voi abbracciate me. In fondo al vostro cuore lo sapete, come lo so io, che è dura, ma io non mollo.

[Riferito al gol segnato alla Repubblica Ceca duranti i Mondiali 2006] Nell’azione del gol ho pensato solo a far finta di darla a Barone sulla destra, cercare di scartare Cech, ma era un rischio perché è alto quasi due metri e non dovevo allungarmi troppo. In quei momenti, però, se pensi troppo diventa tutto molto difficile.

Finché starò bene indosserò questa maglia [Milan], questa è l’ultima maglia della mia carriera.

Nel mio Milan non c’è spazio per chi non lotta.

Montella dice che non ero forte tecnicamente? Se mi trova uno che fa 316 gol mi fa piacere.

La cosa più importante è ricreare il DNA Milan. Quando sono venuto qui oggi, ho visto un entusiasmo che mi ha fatto venire i brividi

Io sono molto autocritico, anche troppo: quando le cose vanno male penso sempre che la colpa sia dell’allenatore

La cosa che mi rende felice è che anche se perderemo qualche partita, lo faremo solo contro chi è più forte, non chi ha più voglia

Non dimentichiamoci da dove veniamo. L’anno scorso questa squadra eè arrivata ottava (durante la sua stagione al Milan come allenatore)

Avremo la bava alla bocca

Martin Hoffman, il bomber più giovane della Germania Est

Martin Hoffman, il bomber più giovane della Germania Est

Per Martin Hoffmann, la giovane età non è mai stata un problema.

Al Campionato del Mondo del 1974 giocò tutte e sei le partite, di cui cinque come titolare mentre, nella partita inaugurale contro l’Australia, entrò nel secondo tempo al posto di W. Loewe. Il suo gol segnato al Cile il 18 giugno all’Olympiastadion di Berlino Ovest lo fece diventare uno dei più giovani marcatori di sempre nella storia della competizione.
Due anni dopo, nel luglio del 1976, al torneo di calcio dei XXI Giochi Olimpici di Montréal, giocò tutte e cinque le partite, di cui quattro da titolare perché nella gara inaugurale a Toronto, contro il Brasile, subentrò negli ultimi minuti sempre al posto di Loewe.

Sono complessivamente 16 le sue reti in Nazionale A, tra le quali la tripletta siglata il 13 ottobre 1979 a Berlino Est contro la Svizzera.

Vestì unicamente la maglia bianco-blu del Magdeburgo, ritirandosi nel 1985 dopo 256 presenze e 78 reti complessive. Nel suo personale palmares la vittoria nella Coppa delle Coppe 1973-74, quando i tedeschi dell’Est superarono in finale il Milan.

Iniziò la carriera di allenatore nel settore giovanile del suo amato club, per poi andare a dirigere la prima squadra nel biennio 1994-96 e, successivamente, nella stagione 2002-03, in veste di salvatore della patria. Poi, tornò ad “investire” sui giovani allenando le squadre del vivaio e ritirandosi a vita privata nel 2013.

Biografia: Martin Hoffman nacque a Gommern, il 22 marzo 1955, piccolo centro della Sassonia che fece parte della Germania Est fino al 3 novembre 1990. Alto 169 centimetri, nel suo palmares vanta i seguenti trofei:

3 Oberliga, 5 Coppe della Germania Est, 1 Coppa delle Coppe

1 Oro Olimpico a Montreal 1976

Frasi famose di Antonio Cassano

Frasi famose di Antonio Cassano

Le frasi celebri del talento di Bari, Antonio Cassano. Tutte le citazioni che hanno reso celebre il calciatore di Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria, Inter, Milan e Parma.

Antonio Cassano avrà pure smesso con il calcio giocato, ma di giocare con le parole non avrà mai fine, visto che il talento di Bari Vecchia non ha mai saputo mancare di dire la sua su tanti argomenti ed esperienze legate al calcio giocato, sebbene abbia davvero sprecato un talento cristallino nel corso degli anni per via di comportamenti al di sopra delle righe, in campo e fuori.

E poi per Cassano, nato il 12 luglio 1982, quando ancora tutta Italia stava festeggiando la vittoria del Mondiale di Spagna 82 contro la Germania Ovest, il pallone è stata la sua salvezza, viste le difficoltà ambientali di vivere in una parte della città dove delinquere spesso è soltanto un modo per sopravvivere.

Frasi famose di Antonio Cassano: elenco completo

A scuola avevo due in tutte le materie. Un risultato straordinario, ottenuto grazie a un impegno costante. Sono stato bocciato sei volte, tra elementari e medie.

Spesso ho giocato grandi partite dopo aver fatto sesso. Andatevi a vedere Roma-Juve 4-0. Avevo fatto le sei la domenica mattina, con una delle tante amiche che avevo in quel periodo. A Madrid era ancora più facile, perché eravamo in albergo, tutti sullo stesso piano, così sopra e sotto potevi invitare chi volevi e raggiungerla nel cuore della notte. Avevo un cameriere amico. Il suo compito era portarmi tre o quattro cornetti dopo aver trombato. Portava i cornetti sulla scala, io accompagnavo quella là e facevamo lo scambio: lui prendeva la tipa, io mi sfondavo di cornetti. Sesso più cibo, la notte perfetta.

Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato. Anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario. Me ne mancano ancora 8 prima di pareggiare.

Quattro fidanzate in 11 anni sono poche. In compenso ho avuto qualche altra avventura. Diciamo tra 600 e 700 donne, una ventina delle quali appartengono al mondo dello spettacolo.

Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda.

Giocavo tra le bancarelle, tutti mi volevano in squadra con loro e scommettevano 10, 15 o 20 mila lire sulla squadra dove giocavo io. Io mica ero trimone, mica ero scemo: volevo il grano io, dovevano darmi la percentuale.

Io ho bisogno di sentirmi importante e alla Pinetina mi fanno sentire tale dal primo all’ultimo. Sento la fiducia dell’ambiente. Al Milan non mi facevano sentire importante. Volevo giocare, o almeno che fossero chiari con me.

Non ho mai fatto cilecca, a meno che per cilecca non si attenda appunto essere veloci e un po’ egoisti.

Ho rifiutato tre volte il passaggio alla Juventus. Lì vogliono solo i soldatini, sul binario, sempre dritti. Io devo andare dove mi pare anche se poi lo pago sulla mia pelle.

Mi diverto a giocare a calcio, dopo il problema al cuore mi è tornata la voglia di fare il calciatore anche se la passione degli inizi è un’altra cosa. Il massimo era giocare in piazza a torso nudo.

Errori? Nella mia vita ne ho fatti un paio… Al minuto però.

Sopra il cielo c’è l’Inter.

[Su José Mourinho] Questo c’ha due coglioni grandi come una casa.

La Sampdoria l’ho detto, lo dico e lo continuerò a dire: è stata l’esperienza che mi ha cambiato la vita, resterà sempre nel mio cuore.

Nel 2006 Lippi è stato onesto: mi ha chiamato per dirmi che non avrei fatto parte della spedizione in Germania. Nel 2010 invece mi sa che è stato qualche giocatore a parlare male di me a Lippi.

[Su Riccardo Garrone] Se potessi tornare indietro non lo tratterei male. Mi voleva bene come un figlio, ora stiamo cercando di recuperare il rapporto. Anzi, mi piacerebbe chiudere la carriera in maglia blucerchiata e comunque Genova sarà la città dove vivrò quando avrò smesso di giocare.

Non contano i moduli, possiamo giocare con il 3-3-3, il 4-4-4 o il 5-5-5 di Oronzo Canà: quando ci sono giocatori di qualità puoi giocare in qualsiasi modo.

Se quel Bari-Inter non ci fosse stato sarei diventato un rapinatore, o uno scippatore, comunque un delinquente. Molte persone che conosco sono state arruolate dai clan. Quella partita e il mio talento mi hanno portato via dalla prospettiva di una vita di merda. Ero povero, ma tengo a precisare che nella mia vita non ho mai lavorato anche perché non so fare nulla. A oggi mi sono fatto 17 anni da disgraziato e 9 da miliardario me ne mancano ancora 8, prima di pareggiare.

Ho deciso di chiudere il rapporto dopo una presa per il culo durata sette mesi, sono stanco, ho deciso di lasciare tutto. Non ce l’ho con i tifosi di Parma, con i miei compagni e con chi lavora, ma con chi ha fatto un disastro dopo che avevamo fatto del Parma un giochino perfetto.

Se una donna ti piace, le rompi le palle. Se ci sta, bene, se non ci sta, bene lo stesso la vita va avanti.

Ma io per Allegri contavo come il due di coppe con briscola a bastoni. Per lui ero la quinta, sesta, settima punta, non so nemmeno io. Lui mi diceva che non poteva assicurarmi niente, e allora io me ne vado.

Sono ancora convinto che quando finirò di giocare io a calcio, diventerò grassissimo.

[Famosa gaffe] Ci sono froci in nazionale? Se penso quello che dico sai che cosa viene fuori…

[Parlando di Andrea Stramaccioni] È stata la persona peggiore mai incontrata nel mondo del calcio. Ne ho incontrate tante, ma lui… Non è stata una persona onesta, leale. Ti diceva una cosa davanti e tante altre dietro. Raramente sono arrivato alle mani con qualcuno ma con lui fu giusto alzare le mani. Era una persona che non mi piaceva e continua a non piacermi, e non mi piacerà mai. Perché se una persona nasce quadrata non può morire tonda.

Peter Bonetti The Cat: portiere saracinesca del Chelsea

Peter Bonetti The Cat: portiere saracinesca del Chelsea

Se il Mondiale 1966 conquistato in patria dall’Inghilterra vede gli storici del calcio ricordare prima di tutto campioni del calibro di Bobby Charlton, Geoff Hurst, Jimmy Greaves, Gordon Banks fra i principali, pochi ricordano che il portiere della nazionale dei Tre Leoni aveva un secondo estremo difensore di assoluto valore mondiale.

Tale portiere rispondeva al nome di Peter Bonetti, leggenda del Chelsea degli Anni 60/70.

Nato a Putney, periferia su di Londra, nel 1941 da genitori svizzeri, precisamente del Canton Ticino, Bonetti “non scelse un’epoca molto fortunata che gli permettesse di giocare in nazionale: dovette confrontarsi con un mostro sacro  come Banks e perse impietosamente, sebbene la sua carriera, unita ad un legame fortissimo con il Chelsea, gli permise di lasciare un’impronta storica. Con i Blues, in 18 anni di permanenza senza interruzioni, collezionò più di 720 presenze meritandosi l’appellativo di The Cat per la felina prontezza di riflessi che dimostrava fra i pali.

Fu la madre ad avviarlo al gioco del calcio, scrivendo una lettera a Ted Drake, all’epoca allenatore del Chelsea, chiedendogli di poterlo portare ad effettuare un provino a Stamford Brigde. Già nella prima stagione vincerà la FA Cup con la squadra giovanile e debuttando in prima squadra. Da quel momento la porta dei Blues avrà un solo guardiano.

Diversamente, in quell’epoca il club londinese non era tra i Top Teams, tanto che Bonetti assaggiò dapprima la cadetteria, contribuendo con parate determinanti alla promozione in massima serie alla fine del campionato 1962-63. In quella squadra militava anche Terry Venables, che  diventerà negli Anni Novanta il ct della nazionale d’Albione.

Oltre allo stile elegante, Bonetti diventerà celebre per i suoi lunghissimi rilanci con le mani, tali da diventare punto fondamentale per rapide ripartenze in un calcio inglese già improntato sui ritmi elevati.

Eroica fu la sua prestazione nella finalissima a Wembley di FA Cup contro il Leeds, effettuando veri e propri interventi miracolosi, rimanendo in campo anche da infortunato.

“Bloccato” da Gordon Banks negli Anni 60 (celebre la parata del secolo sul colpo di testa di Pelè in Brasile-Inghilterra) ed arrivato agli inizi della decade successiva un altro grande numero uno come Peter Shilton, Bonetti ebbe l’occasione della vita nei mondiali messicani. Banks infatti era rimasto vittima di un’intossicazione alimentare e dovette dare forfait nei quarti di finale contro la Germania Ovest. Purtroppo non riuscì a sfoderare una prestazione degna della sua fama, tanto che gli vennero attribuite parte delle colpe per la sconfitta subita ai tempi supplementari (3-2 il risultato finale).

Il 14 giugno 1970 a Leon diventerà così la sua ultima apparizione con i Bianchi.

Concluse la carriera in Scozia con il Dundee United, registrando solo cinque presenze. Nella classifica All-Time dei giocatori con più presenze nel Chelsea, è secondo con 729, alle spalle del solo Ron Harris, suo compagno di squadra per un ventennio circa, giunto alla cifra record di 795 partite giocate.

Bonetti rimase nel mondo del calcio per qualche anno, lavorando al Chelsea (ovviamente), Manchester City ed in nazionale come assistente tecnico.

Il palmares di Peter Bonetti

Coppa di Lega inglese:  1964-1965
Coppa d’Inghilterra: 1969-1970
Competizioni internazionali – Coppa delle Coppe: 1970-1971
Nazionale Campionato mondiale: 1966

Ahmed Hassan: chi ha il record di presenze in nazionale

Ahmed Hassan: chi ha il record di presenze in nazionale

Chi è  l’egiziano Ahmed Hassan, il recordman di partite giocate in nazionale. Biografia, vita e fatti del calciatore dell’Egitto che detiene il primato a livello mondiale.

Vestire la maglia della nazionale per un’eternità significa entrare nella Leggenda: non contano i titoli vinti o le reti segnate, ma superare la barriera delle 100 presenze in nazionale è un primo forte e chiaro segno distintivo. E per Ahmed Hassan, addirittura il muro di 200 in campo ascoltando l’inno nazionale è stato molto molto vicino.

Ahmed Hassan è nato a Maghagha il 2 maggio 1975, un piccolo centro dell’Egitto situato sul lato ovest del Nilo. Dopo aver  giocato in patria per due anni, esordendo nel professionismo calcistico, a soli 22 anni emigra in Turchia dove giocherà anche con il prestigioso Besiktas. Poi un triennio in Belgio all’Anderlecht, con cui conoscerà i successi nel torneo nazionale (2), a cui unirà due trionfi nella Supercoppa ed uno in Coppa belga.

Nel frattempo diventa idolo incontrastato in patria: la nazionale dell’Egitto conquista successi continentali a raffica. Dopo aver vinto nel 1998 la Coppa d’Africa in Burkina Faso, realizza un fantastico tris 2006-2008-2010 e diventando il giocatore africano più titolato. A ciò si unisce il fatto che conquista la palma di miglior giocatore nei tornei continentali 2006 e 2010.

Tra le note di merito, la partecipazione a due edizioni della Confederations Cup a distanza di dieci anni l’una dall’altra, (1999-2009); nella seconda, disputatasi in Sudafrica, sarà capitano nella sfida vittoriosa per 1-0 contro l’Italia di Marcello Lippi. Purtroppo non prese mai parte a nessun Mondiale, unico cruccio di una lunghissima carriera.

Tornando alla vita di club, dopo l’esperienza europea fece ritorno in patria, prima all’Al-Ahly e poi allo Zamalek, chiudendo con il calcio giocato nel 2013, alla tenera età di 38 anni. Dopo aver svolto brevemente la carriera di tecnico, oggi è presidente della SATUC Cup, un torneo per ragazzi con problemi seri alle spalle, come l’esser fuggiti da una guerra, senza famiglia o con gravi carenze economiche.

Il record di presenze in nazionale, ben 184 caps, è saldamente nelle sue mani da qualche anno: curiosamente sul secondo gradino del podio si colloca un suo connazionale, Hossam Hassan, che lo segue a quota 178. Terzo è il messicano Claudio Suárez, fermo a 177. Fra i giocatori in attività, solo il nostro Gigi Buffon con 168 e Iker Casillas (167), potrebbero insidiargli il primato. Sebbene abbia raccolto così tante presenze, sono “soltanto” 33 le reti segnate, merito della posizione in campo, centrocampista classico inventore di trame di gioco e ben poco finalizzatore.

Ha ricoperto il ruolo di “ambasciatore” in occasione della candidatura del Belgio, unita all’Olanda, per ospitare i Mondiali del 2018 e 2022.

Frasi famose di Gattuso

Frasi famose di Gattuso

Gennaro Gattuso come calciatore prima e tecnico dopo è noto assai nel mondo del calcio per la sua celeberrima grinta che lo ha portato a vincere numerosi contrasti sul terreno di gioco ed ad alzare di conseguenza numerosi trofei con la maglia del Milan nonchè, con il numero 8 sulla schiena che lo contraddistingueva, ad alzare la Coppa del Mondo a Germania 2006 contro la Francia in una finale che ha fatto epoca.

Frasi famose di Gattuso: elenco completo

Mio padre, Francesco, faceva il falegname [maestro d’ascia] ma era un calciatore nell’anima. Giocava centravanti, in quarta divisione, ma era un Ringhio pure lui, non mollava mai. Una volta fece 14 gol in una partita sola e la squadra avversaria era la Morrone di Cosenza. Io a mio padre devo tutto, darei la vita per lui.

Il difetto tipico dei calabresi è essere permalosi. Molto. Io stesso mi considero permaloso. E poi vogliamo cambiare ma non ci crediamo fino in fondo. Ci accontentiamo. Quello di vivere alla giornata è un po’ il difetto della gente del Sud.

Se uno nasce quadrato non muore tondo.

[Su Antonio Cassano] L’unica preoccupazione, semmai è a livello comportamentale… Però non mi va di parlare di queste cose, sembra che voglia portare sfiga… Non vorrei parlarne bene e poi magari tornare in albergo e scoprire che ha sfasciato tutto.

Non andrei mai alla Juventus e all’Inter: per l’amore che ho per questa società [il Milan] e per questi colori. Non mi vogliono loro e non ci andrei io.

[… ] quando ho detto che mi ricordava terribilmente Shevchenko molti mi hanno preso in giro [… ]. Ho avuto la fortuna di allenarlo, sapevo quello che sarebbe potuto diventare. Ha una caratteristica ben precisa, vive per il gol, e tutto quello che fa lo fa con veemenza e voglia, ha il veleno addosso. Quando lo vedi magari non gli dai mille lire, perché appare scoordinato, ma poi ti accorgi che non gli manca nulla, ha forza, cattiveria, stacco di testa e centra sempre la porta. È un giocatore completo.

Io so soltanto che prendo 10-15 pasticche al giorno, mia moglie mi ricorda di prendere le pasticche, solo perché amo il calcio. Prendo dei medicinali che mi fanno indurire tutti i muscoli. Non pensate male.

Ho avuto l’onore di giocare contro Deschamps, lui è uno dei miei idoli. Quello che vedo ora, intendo i risultati da ct della Francia, non mi sorprendono. Lui è un uomo di calcio e grazie alla sua passione ha raggiunto grandi traguardi. Lui era un allenatore già quando giocava in campo.

Tutte le volte che giocavamo contro la Francia dovevo marcare Zidane. La notte prima della partita non dormivo e pregavo perché accadesse qualcosa di magico.

Zamparini è un incompetente totale, mi chiamava in piena notte per rifare la formazione ed è ovvio che può farlo, come allenatore sono operativo 24 ore su 24. Il problema è che la sua incompetenza. Non ci capisce niente, inoltre è ipocrita e cattivo.

Sono arrivato al Milan e non si vinceva niente. Venivo dall’anno ai Rangers dove, dopo 9 scudetti consecutivi, avevamo perso il decimo all’ultima giornata. Ho pensato “Ecco qua, Crisantemo ha colpito ancora…

Mi dispiace, ma le donne nel calcio non le vedo molto bene. Io la penso così.

[Prepartita Italia-Germania, mondiali 2006, rispondendo su una eventuale ammonizione che lo avrebbe lasciato fuori dalla finale] Metterei una firma grande come una casa pur di vedere l’Italia in finale anche senza di me. Non penserò al cartellino, perché se lo faccio non gioco come so fare. Sarà una prova di maturità; una prova con me stesso. Sembra però che l’ammonizione me l’hanno già data: non è che mi devo mettere la fascia di Rambo e andare a beccarlo per forza; me lo mangio il cartellino.

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