La storia di Van Lerberghe, che vinse Giro delle Fiandre ubriaco

Era il 1919 e l’Europa era appena uscita dal primo conflitto bellico del Novecento. Lo sport riprendeva così vigore e gli eventi, che avevano sofferto l’interruzione, tornavano lentamente nel calendario. Accadde allora che alla partenze del Giro delle Fiandre si presentò un giovane ciclista, tale Henri “Ritte” van Lerberghe che aveva appena concluso il servizio militare con l’esercito belga. Purtroppo però, era privo del mezzo e dunque si aggirò per Gand per contrattare un noleggio “ad hoc”. Riuscì ad incontrare i parenti di Jules Messelis, professionista dell’epoca, che optarono per il prestito temporaneo

Ed ottenuto il “cavallo”, si fece anche baldanzoso con i rivali, confidando di essere certo di poterli staccare tutti fin da subito. E confermando la sua idea, sulla cima della collina sui cui si erge la città di Ichtegem, si staccò subito, guadagnando un bel vantaggio. Ed il gruppo dovette ben presto ricredersi, perchè Ritte faceva sul serio.

Per festeggiare, pensò che fosse il casso di fermarsi in un pub nei pressi dell’arrivo: gli inseguitori erano lontani ed una birra non gli avrebbe fatto male, penso il belga. Una pinta tira l’altra, tanto che venne sorpreso dal suo allenatore, che lo convinse a rimettersi in sella senza scherzare con il destino.

Ma il tasso alcolico cominciava ad essere abbastanza elevato, salire in sella parve un’impresa ed allora preferì condurre la bici a mano, giungendo sul traguardo con 14 minuti di vantaggio sul secondo.

Per rivivere l’atmosfera in cui si correva un secolo fa, durante la gara Henri Van Lerberghe dovette attraversare la ferrovia con la bici in spalla, a causa di un treno che era rimasto bloccato sui binari. Ma Ritte non era certo un personaggio che si fermava di fronte alle difficoltà e la sua vittoria, assolutamente impensabile alla vigilia, divenne sempre più certezza, tanto che nemmeno il pit-stop in birreria potè impedirla.

Nell’edizione 2004 del Fiandre, la gara passò attraverso la piccola cittadina fiamminga di Lichtervelde, rinverdendo così la memoria di quell’eroico soldato che passò in pochi mesi dalla tragedia della guerra ai fasti di un successo in una corsa che vede iscritti soltanto i migliori nel suo albo d’oro.

 

Quando il Tottenham perse la Champions per una lasagna

Per il Tottenham la rivalità con i concittadini dell’Arsenal è la più forte tuttora esistente: la stagione 2005-06 di Premier League vedeva inoltre le due londinesi disputarsi il quarto ed ultimo posto necessario per entrare in Champions League, piazzamento del valore di qualche decina di milioni di euro.

Ma gli Spurs all’ultima giornata dovevano affrontare il West Ham, altro derby caldo della capitale: il punto di vantaggio sui Gunners che ospitavano il Wigan, salvo e senza ambizioni, non sarebbe probabilmente bastato. La vittoria era dunque necessaria, a tutti i costi.

Se non che, gli Speroni non avevano fatto i conti con l’alimentazione: la sera prima del match, preso alloggio presso il Marriott Hotel in Canary Wharf, un hotel a cinque stelle, venne servita come cena un piatto di lasagne alla squadra. Mai tale pietanza fu maledetta: la notte si rivelò un inferno per l’intero team, vittima di un’intossicazione alimentare e che diede adito a molti sospetti.

Con il pensiero di richiedere lo spostamento del match, temendo però la penalizzazione in classifica, gli Spurs decisero di voler giocare lo stesso. Il West Ham non era affatto contrario allo spostamento dell’orario dalle 15.00 alle 19.00, che avrebbe permesso di riempire oltre modo lo stadio. Tuttavia la polizia locale, temendo che il calar del sole potesse costituire un problema per l’ordine pubblico, si oppose allo slittamento orario.

Così, alle 3 del pomeriggio, la sfida decisiva per l’ingresso in Champions era apparecchiata (è proprio il caso di dire): mentre ad Highbury, l’Arsenal vinceva agilmente per 4-2, il Tottenham vedeva svanire il quarto posto, battuto dagli Hammers per 2-1. Ma le cose non finirono qui.

La dirigenza del club, pensando ad una cospirazione, spinse la polizia ad indagare presso lo staff dell’albergo, per accertare che il fatto fosse casuale e senza alcun legame con la truppa di Arsene Wenger. Il fatto non sussiste, dichiarò la polizia.

Ed ai poveri giocatori degli Spurs, non rimase che accettare le provocazioni dei fans degli Hammers durante il match decisivo…..

Giocare il Superbowl ubriaco e vincerlo: storytelling

Sei grande e grosso, giochi nella NFL e da li a poche ore scenderai in campo per giocarti il Super Bowl: cosa dovrebbe farti paura? Nulla probabilmente!!!

Ma sei giochi da ubriaco? La storia del massimo evento mondiale (così dicono le statistiche americane) ha visto anche giocatori che hanno disputato la finalissima in maniera alterata dall’eccessivo tasso alcolico.

La storia inizia con il primo Superbowl, quando nel 1967 a contendersi il trofeo fu la sfida Packers vs Chief. Max McGee dei Green Bay, la franchigia del mitico Lombardi, decise di uscire la sera prima del match.  Il 34-enne ricevitore, raramente utilizzato in stagione tanto da aver ricevuto solo 4 passaggi in tutto il campionato, pensò che avrebbe trascorso l’ambita finale tutto il tempo in panchina e optò per trascorrere le ore precedenti a gustarsi i piaceri della vita fra un bicchiere e l’altro.

Così, dopo aver fato compagnia ad alcune persone che aspettavano, presso l’hotel del bar, in attesa di partire per l’aeroporto e con la città di Los Angeles “a sua disposizione”, McGee passò la nottata fuori a spasso per LA, facendo ritorno in hotel non prima dell 6.30 del mattino.

Ovviamente, effettuò uno dei peggiori riscaldamenti della sua vita, considerato il mal di testa che lo affliggeva pesantemente. E dopo appena tre giochi, ecco la grande occasione della vita. Il ricevitore titolare, Boyd Dowler, si infortuna alla spalla e non può proseguire il match. Coach Lombardi guarda in panchina e lo fa scattare sull’attenti: E’ il tuo momento ragazzo!

Tutto passa, tutto scorre, così anche gli effetti di una sbornia!  Riceve un pallone  e correndo per 37 yards sigla il primo touchdown della storia del Super Bowl!! McGee terminerà il match con sei ricezioni per complessive 138 yards, contribuendo al successo per 35-10 dei Green Bay, che si ripeteranno anche l’anno successivo contro Oakland Raiders. Stavolta McGee, memore dell’esperienza, si presenterà lucido all’appuntamento, siglando anche in quell’occasione una meta.

Trentanni dopo la storia volle ripetersi: stavolta il protagonista fu niente meno che Brett Favre, quarterback monumento della storia della NFL e, ancora una volta, dei Green Bay Packers. Già “vittima” dell’alcol nel corso della sua carriera, Favre, ancora a digiuno di vittorie nel Superbowl, passò l’intera notte a spasso per New Orleans e venne beccato ubriaco nei pressi di Bourbon Street. Il giorno dopo, il 26 gennaio 1997 presso il Louisiana Superdome, Favre non fece altro che vomitare prima dell’inizio del match contro i New England Patriots mentre la dirigenza del club si affrettò ad indicarne come gli effetti di una sfortunata influenza.

Ma la classe dell’uomo di Gulfport era superiore a tutto: il Super Bowl XXXI vide il marchio Favre apposto sopra il risultato finale: lanciò per 246 yards e due touchdown nella vittoria per 35-21, per la franchigia che non vinceva più dai tempi di Vince Lombardi.

Chi ha inventato i parastinchi nel calcio

Con l’epoca vittoriana nasce il calcio in Inghilterra e da li sarà una diffusione globale. Spesso, si conoscono le storie delle squadre, dei calciatori e degli allenatori e si ritengono elementi acquisiti gli equipaggiamenti e le attrezzature che permettono la disputa del gioco più popolare al mondo.

i parastinchi ad esempio, tanto vituperati da assi come Maradona e Sivori che spesso rifiutavano di indossarli, vennero  inventati sul finire del’Ottocento da un certo Sam Weller Widdowson, che lasciò la sua impronta nel football sia a livello tecnico che organizzativo.

Nato il 16 parile 1851 a Hucknall Tockard, nella contea del Nottighamshire, Sam Weller Widddowson era il sesto di dieci fratelli. Il padre gli diede il nome Sam Weller in omaggio ad un personaggio del romanzo Il Circolo Pickwick, il primo romanzo del grande scrittore Charles Dickens.

Widdowson era precoce: a soli 14 anni fondò il Nottingham Forest mentre l’anno seguente era già parte integrante della squadra ed a 22 anni, nel 1873, era il capitano. Sul campo eccelleva per forza, resistenza e velocità. Era in grado di corre le 100 yards (91 metri circa) in 10.25 secondi, sebbene fosse specialista negli ostacoli.  Per quell’epoca, dove il calcio si sviluppava praticamente in maniera autonoma, essendo la tattica pressoché avulsa, le sue caratteristiche erano perfette.

Come tanti sportivi dell’epoca, giocava a anche a cricket, facendo  parte della compagine del Nottinghamshire CCC e da tale disciplina “esportò” una delle innovazioni tuttora rimasta in auge.

Essendo allora il calcio uno sport molto duro, con un tasso di agonismo che spesso andava sopra le righe e dunque potenzialmente pericoloso, prese due parastinchi che si usano tuttora nel cricket, che coprono l’intera gamba e decise di tagliarli, in modo che potesse coprire gli stinchi.

Gli indossò durante le patite di calcio e da li, senza volerlo, aveva inventato i parastinchi come si usano nel football. Le prime polemiche sul tema non lo fecero desistere dall’utilizzo ed in poco tempo divenne uso comune, tanto che un suo compagno di squadra cominciò a produrli.

Fu pioniere anche del fischietto degli arbitri: nel 1878 la federazione inglese utilizzò la partita fra il Forest ed il Norfolk FC per testarne l’utilizzo nei matches, in sostituzione della bandiera bianca. La FA chiese un parere in merito Widdowson che approvò l’idea, avendo comprovato, da giocatore, che il trillo del fischietto fosse “l’arma” migliore nelle mani del giudice di gara.

A partire dal 1879 poi, si divise fra il campo e gli uffici di presidenza del club. Nel 1880 scese in campo, per la prima ed unica volta, in una partita internazionale con l’Inghilterra contro la Scozia ad Hampden Park, match concluso con la sconfitta per 5-4. Sfortuna volle che in un contrasto di gioco, saltando alla caccia della sfera, ruppe la mandibola ad un avversario (senza volerlo).

Vestì anche i panni d’arbitro, avendo addirittura l’onore di dirigere la partita che inaugurò la presenza delle reti dietro le porte, nel 1891.

Uscito dal mondo del calcio, fu proprietario di un cinema e di un’azienda che produceva pizzi. Morì a Beeston, Nottinghamshire, il 9 maggio 1927.

Jeff Taylor, il calciatore che cantò con Pavarotti

Jeff Taylor non ebbe mai l’onore di realizzare reti decisive per la vittoria di un campionato o di una coppa, ma il piacere di salire sul palco di un teatro per cantare con niente di meno che Luciano Pavarotti. Nato il 20 settembre 1930 ad Huddersfield, con la compagine locale iniziò la sua carriera di calciatore nel 1949, segnando al suo debutto contro il Chelsea nel 2-1 finale, e continuando con ben 4 reti nelle prime cinque apparizioni. Dopo 71 presenze (68p-27r), virò verso Londra, siglando un contratto con il Fulham. La motivazione? Non il salto di carriera nel mondo del calcio, quanto il poco tempo che gli rimaneva per studiare presso l’University College della capitale, dove stava frequentando le facoltà di geografia e geologia.

Il suo primo impiego, preso una scuola femminile, si rivelò un fallimento completo. Pur continuando a giocare a calcio, dirottò verso il mondo della musica, iscrivendosi alla Royal Academy, per imparare l’arte del canto.

Dopo 14 goals in 33 partite giocate con la maglia del Fulham, passò al Brentford, raggranellando 94 presenze, spesso da capitano, e segnando 34 goals.

Nel 1956, l’episodio che cambiò la sua vita: durante una partita di Fa Cup contro il Crystal Palace, si fratturò uno zigomo e, sebbene l’infortunio non gli impedì di rimanere in campo e segnare (!!!), pose un freno alla sua carriera di calciatore. In quell’epoca il presidente onorario del Brentford era Vic Oliver, che rivestirà un ruolo notevole nella storia radiofonica del Regno Unito.

Oliver fu infatti il primo naufrago (castaway) di programma, Desert island Discs, nel 1942. In tale programma, che tuttora va in onda alla BBC, ciascun ospite doveva indicare le canzoni che si sarebbe portato con ssè nel caso fosse naufragato su un isola deserta. Ancora più celebre divenne dopo il matrimonio con Sarah Churchill, figlia di un non meno noto Sir Winston, che non fu certo tenero con il genero, descrivendolo come persona “tanto comune quanto sporca” e con un linguaggio scurrile.

Comunque, tornando al nostro personaggio, Taylor venne invitato appunto alla radio a cantare da tale Oliver e da li, il futuro venne tracciato definitivamente.

Utilizzando il suo secondo nome di battesimo, Neilson, sviluppò quella voce che il prestigioso “The Times” ebbe a definire come “vellutata e maggiormente flessibile baritono”, interpretando nell’opera Idomeneo di Mozart il ruolo di Arbaceat assieme al Maestro Luciano Pavarotti, a Glyndebourne nel 1964.

Divenne inoltre insegnante, lavorando per ben 18 anni come professore di canto presso la Royal Scottish Academy of Music and Drama, dove ebbe la possibilità di “coltivare” talenti come Anthony Michaels-Moore, Iain Paterson e Simon Neal, tutti diventati celebri artisti.

Jeff non proveniva da una famiglia d’artisti, anzi, per aver avuto un nonno che amava muovere le mani ed una nonna a cui piaceva mostrarsi sulla spiaggia di  Blackpool.

Il padre invece, era un umile mestierante mentre anche il fratello, Ken, era un eclettico. Minore di cinque anni ed anch’egli calciatore,  giocò nell’Huddersfield, sotto la guida del leggendario Bill Shankly, poi passò fra le fila dello Yorkshire ed indossando la maglia della nazionale inglese in tre occasione, fra il 1959 ed il 1964.  Nel marzo 1960 sposò poi la 18enne studentessa di arte Avril Hadfield. E si diede da fare anche nel cricket, praticandolo d’estate mentre il resto dell’anno lo trascorreva a Londra, allenandosi con l’Arsenal e poi giocando con l’Huddersfield. Gli impegni sportivi non gli impedirono di seguire i corsi presso la Slade School of Fine Art, dove ebbe modo di conoscere anche la sua prima moglie. Vinse sette titoli nel cricket, County Championship, con la compagine dello Yorkshire prima di ritirarsi e diventare allenatore in Sudafrica e nel Norfolk, guadagnandosi una reputazione d’artista in campo nazionale.

Baseball: la maledizione del Colonnello KFC

Sport e superstizioni vanno a braccetto fin dai tempi antichi, poi i tempi moderni hanno aggiornato le modalità. La Maledizione del Colonnello vede addirittura mischiare lo sport (il baseball) ed il marketing, visto che riguarda indirettamente, la catena di fast food americana KFC.

Gli Hanshin Tigers, squadra giapponese del batti e corri, di stanza a Kansai, aveva appena vinto il campionato nazionale al termine dei play-offs della stagione 1985. Durante i festeggiamenti, che impazzarono per la città asiatica, qualche tifoso buontempone, in preda all’euforia e non solo, sottrasse la statua del Colonello Harland Sanders, fondatore della catena di ristorante KFC, da uno dei locali cittadini e la gettò nel fiume Dotombori.

La Stagione del Successo: 1985

Ma andiamo ai preamboli: i Tigers sono da sempre una squadra outsider nel panorama del baseball nazionale e fino alla stagione magica presentavano la bacheca dei successi ancora vuota. Ma quell’anno tutto cambiò: si presentarono in finale contro i Seibu Lions e vinsero per 4-2 la serie finale.

Ed il successo, imprevisto, fece scatenare la tifoseria locale che si riversò nelle strade. Lungo il fiume Dotombori poi, si assistette ad una particolare celebrazione, dato che alcuni supporters cominciarono a gridare, uno per uno, i nomi dei giocatori componenti il roster, gettando in acqua qualcosa che potesse ricordare il giocatore. E quando si arrivò a declamare il nome di Randy Bass, la star americana della compagine, la folla non seppe far di meglio che sollevare la statua dell’imprenditore che diede alla luce la catena KFC.

Il Colonnello portava una lunga barba somigliante a quello dello stesso Bass e così, il simbolo finì di sotto, in acqua, senza problemi di sorta. curse-river-colonnello-sanders

Tuttavia, la leggenda popolare volle che da quel momento in poi, i Tigers si “macchiassero” della maledizione di non vincere più un campionato. Ogni stagione poi, non ebbe mai alcunché di vincente, dato che la squadra terminava ben lontano dalle posizioni che davano l’accesso almeno ai play-offs.

Nei tifosi locali cominciò a sorgere  il sospetto che quell’effige avesse davvero mandato sulla Terra ogni tipo di maleficio. Non mancarono nemmeno i tentativi di recuperarlo, con svariate modalità ,spesso assai pericolose.

La stagione del riscatto: 2003

Dopo 18 lunghi anni di sconfitte, sembrava essere arrivato il momento del riscatto: i Tigers si presentarono alle World Series con la nomea di favoriti e molti cominciarono a pensare che forse, la maledizione era soltanto un fatto di cultura popolare. Ebbene, non fu così, perchè i Fukuoka Daiei Hawks trionfarono.

Ed anche nella stagione 2005 i tifosi arrivarono ad illudersi, sempre però finendo sconfitti nella serie finale. Senonchè, un ulteriore tentativo di recupero della statua sembrò dare i suoi frutti: il marzo 2009 alcuni fans riuscirono a ripescare nei fondali qualcosa che poteva ricordare il Colonnello, e solo l’incuria fece ritardare la certezza. Era davvero la statua del boss di KFC, tuttavia priva della mano sinistra e dei suoi occhiali.

Ma nemmeno questo tentativo fu sufficiente: proprio quell’anno i Tigers arrivarono in finale, ma l’ulteriore sconfitta fece propendere per l’esistenza di una seria e concreta maledizione, quella appunto nota come la Maledizione del Colonnello.

Adesso la statua, ricomposta nelle parti mancanti, riposa (è il caso di dire), nei pressi del ristorante KFC vicino al Koshien Stadium, casa degli Hanshin Tigers.

Italia-Croazia Under21: quando la bandiera sbagliata poteva costare caro

A saperlo che alcuni dei calciatori in campo sarebbero diventate stelle di prima grandezza del calcio negli anni a venire, nessuno ci potrebbe credere. Eppure nel 1994 il match valido per le qualificazioni europee fra le rappresentative Under 21 di Italia e Croazia vide addirittura un doppio errore, uno che poteva costare un incidente diplomatico ed il secondo generare confusione in campo.

Era il 16 novembre 1994 quando allo stadio Marco Tommaselli di Caltanisetta , il bus della rappresentativa croata era appena giunto per disputare di li a poco un incontro valido per l’ammissione alla fase finale degli Europei 1996. Da copione, sui tre pennoni erano issate la bandiere delle due compagini nonchè quella dell’UEFA. Ma…..c’era un errore. Ebbene, la Crozia, a distanza di pochi anni dall’indipendenza ottenuta, si vedeva rappresentata dall’emblema della Serbia, un errore grave per le conseguenze che il conflitto bellico aveva provocato.

Sostituita prontamente la bandiera, era giunto il momento di scendere in campo, ma qualcosa non quadrava ancora. Entrambe le squadre indossavano infatti un completo bianco, sebbene gli slavi avessero optato inizialmente per il blu.

Il direttore di gara, come da regolamento, ordinò all’Italia di cambiarsi la divisa, ma l’originale azzurra non era stata portata. Allora non mancava che chiedere la disponibilità alla società ospitante l’incontro, il Nissa, compagine dell’Eccellenza siciliana, di fornire una muta. Tuttavia, anche le maglie da gioco erano bianche ed a questo punto si optò per la seconda divisa di colore rosso. Tuttavia il materiale era posto presso il magazzino della dello Stadio Palmintelli, situato dalla parte opposta della città.

Non c’è problema: un’auto dei vigili urbani si diresse in tutta al fretta presso il prezioso “caveau” per entrare in possesso delle maglie che avrebbero permesso agli azzurri di non subire la sconfitta a tavolino.

La maglia attuale del Nissa
La maglia attuale del Nissa

Nel frattempo, allo stadio la gente cominciava a spazientirsi, ma anche in questo caso non mancò la fantasia agli organizzatori: la banda suonava “La società dei Magnaccioni” mentre il pubblico aspettava paziente, applaudendo perfino Matarrese.

Ottenute le preziose casacche, rosse, negli spogliatoi, con un pennarello, si provvedette a cancellare lo scudo giallorosso simbolo del Nissa.

Alla fine le Furie Rosse italiane vinceranno per 2-1, scavalcando in classifica la Croazia: l’Italia vincerà quell’edizione degli europei, guidata da Cesare Maldini in panchina.