La prima partita della storia del calcio finì con un noioso 0-0

Il 19 dicembre 1863 segna la storia del calcio e con essa di milioni di tifosi ed appassionati di questo meraviglioso gioco. Sotto l’egida della federazione inglese, venne disputata la prima partita di calcio con le prime regole ufficiali e, malgrado la tattica non fosse ancora dominante, la sfida terminò a reti bianche, con un mesto 0-0.

Prima dell’introduzione delle norme federali, molti clubs erano soliti giocare secondo le Cambridge Rules, che permettevano ai giocatori di utilizzare le mani durante il gioco, purché prima avessero calciato la palla con i piedi, e seguendo le Sheffield Rules, che invece permettevano ai giocatori di toccare o colpire la palla con le mani, ma non di portarsela sotto il braccio lungo il campo.

Le squadre erano libere di adottare il regolamento che preferivano Clubs. Fino al punto che, sotto la guida di Ebenezer Cobb Morley, la Football Association nacque nell’ottobre 1863 e dopo una serie di riunioni, si arrivò il giorno 8 dicembre dello stesso anno a redigere le norme da adottare in maniera comune.

Morley portò il gioco verso la sua forma attuale, eliminando la possibilità di toccare il pallone con le mani. Tuttavia erano state inserite regole che appaiono ai giorni nostri assai strane. Innanzitutto non esisteva al traversa, ma la porta era costituita soltanto dai due pali. Pertanto per segnare una rete era sufficiente che la sfera passasse in mezzo fra i due legni, a qualunque altezza. Le rimesse laterali erano assegnate alla squadra che toccava per prima il pallone dopo che fosse uscito dal campo mentre se la sfera superava la linea di fondocampo ed un componente della squadra in attacco toccava per primo il pallone, veniva premiato con un calcio di punizione che veniva battuto da 15 yards in linea con il punto in cui era uscito.

Venne organizzato un match che venne dapprima calendarizzato per gennaio, ma la passione ed il desiderio di provare il più presto possibile, spinse la federazione ad anticipare al 19 dicembre, pochi giorni dopo le Tavole della Legge.

Il Barnes FC, nelle cui fila militava lo stesso Morley, ospitò il Richmond FC presso il Limes Field di Mortlake, quartiere di Londra non molto distante dall’attuale stadio del Tottenham di White Hart Lane, dove la gara terminò appunto con il punteggio di 0-0; le due compagini, è bene dirlo, erano composte da ben 15 calciatori per parte, lo stesso numero che tuttora adotta il rugby. Sebbene non fu la prima partita a spingere tutti gli “adepti” a scegliere tale regolamento in maniera univoca, diventeranno di li a poco le norme federali che costituiscono le attuali Regole del Gioco.

Il divieto del Re d’Inghilterra di giocare a calcio

Il gioco del calcio potrebbe mai un giorno chiudere i battenti? Se oggi la domanda pare folle, un tempo che fu era vietato giocare assolutamente. Il 13 febbraio 1314 il Re d’Inghilterra Edoardo II emanò un decreto che bannava il calcio a Londra. 

I libri di storia parlano della diffusione dello sport del pallone fin dal 1175 in Inghilterra. Secondo lo scrittore David Goldblatt nel suo libro The Ball is Round: A Global History of Soccer, un testimone descriveva una versione primordiale del gioco in cui “giovani uomini spingevano un pesante pallone, non lanciandolo in aria, ma colpendolo e facendolo rotolare sul terreno, e non con le mani man con i piedi”.

Lo stesso osservatore concludeva che il gioco gli pareva abominevole e, a suo giudizio, insignificante e senza valore, forse solo pericoloso per l’incolumità dei giocatori stessi.”

A partire dal 1300, la popolarità del gioco era incredibilmente cresciuta, tanto da aver un grande impatto nella vita sociale e da portare detrimento al commercio locale. Il Sindaco di Londra addirittura lo additava a sport pericoloso in quanto sobillatore di problemi sociali. Il Re Edoardo II allora decise di irrompere sulla scena politica, proibendo il gioco con un editto reale, vietandolo all’interno delle mura della città, pena il carcere in caso di mancato rispetto. Dopo di lui, seguirono Edoardo III, Riccardo II, Enrico IV e Giacomo III, che protrassero il divieto.

Fra gli altri Enrico VIII (1540) definì il calcio una “volgare ricreazione”. Ma la pratica rimase diffusa, in particolar modo fra le classi dei lavoratori, tanto  che nel 17° secolo, Re Carlo II dovette, suo malgrado, legalizzarlo nel 1681.

Ebbene, oggi a Londra ci sono 14 squadre professioniste ed 80 leghe amatoriali !!

Charles Alcock: il primo calciatore ad essere finito in fuorigioco

Di fuorigioco si può vivere o morire, secondo l’abilità nel praticarne la tattica o nella fortuna (sfortuna) di vedersi convalidare od annullare una rete per una posizione sul limite dei centimetri.

Cambiata la regola e l’interpretazione negli ultimi anni in maniera frequente, la storia della nascita della norma risale alla notte dei tempi del calcio e sicuramente Charles W. Alcock può essere ritenuto un precursore.

Charles William Alcock nacque il 2 dicembre 1842 a Sunderland, in Inghilterra. Frequentò l’università prestigiosa di Harrow dove cominciò anche a praticare lo sport del pallone. La passione era tale che, assieme al fratello John ed altri giovani studenti, decise di fondare il  Forest FC, che fu il primo nome a quello che poi diventerà Wanderers FC. Alcock in campo giocava nel ruolo di punta centrale.

Ma gli sforzi non si erano ancora conclusi: diede infatti l’impulso necessario per spingere il calcio a livello internazionale e fu tra coloro che approvarono con decisione gli incontri fra compagini nazionali.

alcockNel 1870, Charles W. Alcock volle a tutti i costi che le nazionali di Inghilterra e Scozia scendessero in campo per affrontarsi. Grazie alla sua iniziativa, fra il 19 novembre 1870 ed il 24 febbraio 1872, si giocarono a Londra ben cinque matches fra le due rappresentative. Ed Alcock fu uno dei quattro calciatori che prese parte a tutti gli incontri. La FIFA comunque, non riconoscerà a livello ufficiale tali partite, perchè Alcock  fu in grado di reclutare soltanto atleti che militavano in clubs inglesi.

La sua insistenza non si placò: il 30 novembre 1872 si disputò a Glasgow la prima partita internazionale della storia, Scozia ed Inghilterra curiosamente impattarono sullo 0-0. Sfortuna volle che Alcock non potè scendere in campo, causa un infortunio capitatogli un paio di settimane prima con gli Old Harrovians, la compagine composta dai compagni di scuola della sua università.

Un altra tappa nella carriera di organizzatore fu voler creare un torneo nazionale, o per meglio dire, una coppa. Se la FA Cup, è la competizione più antica del mondo, è merito sempre del nostro “eroe” che propose alla federazione inglese una manifestazione che fosse ad immagine e somiglianza del torneo che si giocava fra le mura della Harrow School, ovvero tramite una fase di eliminazione diretta. La stagione 1871/1872 vide il sorgere del torneo, che terminerà con la vittoria del Wanderers FC, la squadra di cui Alcock era il capitano.

Fu anche interprete del gioco dal punto di vista tecnico: coniò il termine “gioco di combinazione” per intendere che in campo i calciatori della stessa squadra dovessero puntare a giocare assieme e non ognuno per i fatti propri.

E passerà alla storia per essere il primo calciatore a vedersi fischiato un fuorigioco. Di ruolo attaccante, occorse in tale penalità nel primo match in cui la regola venne applicata, il 31 marzo 1866, durante un incontro fra Wanderers e Sheffield FC.

Non solo calcio per Alcock che, da buon inglese, praticò anche il  cricket. Ed il suo fervore si espresse anche in questa disciplina, tanto che da segretario del Surrey County Cricket Club, fece in modo che si svolgesse la prima partita internazionale fra Inghilterra ed Australia nel 1880. Inoltre, divenne anche editore di una rivista specializzata di cricket.

Charles W. Alcock morì a Brighton il 26 febbraio 1907, all’età di 64 anni. E’ sepolto presso il cimitero di West Norwood Cemetery a Londra.

Chi ha inventato le reti delle porte

Se non bisogna rincorrere il pallone dopo una rete, bisogna ringraziare la fantasia di J. A. Brodie, ingegnere civile di Liverpool, che brevettò l’idea nel lontano 1890.

Spesso infatti le  persone che si appostavano nei pressi delle porte erano solite rimandare il pallone immediatamente in campo dopo una segnatura, talvolta rendendo difficile per il direttore di gara l’interpretazione del gioco. E memore di una mega-rissa scatenatasi in seguito all’annullamento di una rete durante la partita fra Everton (la sua squadra del cuore) e Accrington Stanley a Goodison Park, l’ingegnere decise di studiare la soluzione migliore.

Ci volle un anno perchè Mr Brodie convinse la federazione che il suo unico interesse era lo svolgimento del gioco in maniera regolare e non quella di ottenere in cambio delle royalties. Curiosamente non fu solo un tifoso dei Toffies ad inventare l’importante attrezzatura ma fu proprio un calciatore dell’Everton, tale Fred Geary, il primo a poter gonfiare la rete nel corso di una partita amichevole “Nord contro Sud” giocato a Nottingham.

Brodie morirà nel 1934 ed il comune natio gli dedicherà una via “Brodie Avenue”.

 

Genoa: la storia del simbolo del Grifone

Genoa ed il Grifone hanno un legame indissolubile che parte quasi dagli inizi della storia del club rossoblù. Nel corso dell’assemblea della Società che si tenne il 15 febbraio 1910, uno dei soci, Aristide Parodi, prese la parola per proporre di inserire nello stemma del club quello della città, con due Grifoni che sostengono lo scudo con la croce di S. Giorgio.

In questo momento il club, che come da definizione, è Football and Cricket nato grazie agli inglesi, diventa a tutti gli effetti genovese e dunque legato alla città di Genova.
Tuttavia lo stemma per molti anni, venne utilizzato solo sulle tessere ed altri documenti attinenti alla vita della società , senza comparire sulla maglia da gioco.

Solo verso la fine degli Anni Venti viene effettuata la scelta definitiva: si opta per solo uno dei due Grifoni dello stemma di Genova, inserendolo in uno scudo rossoblù, bordato d’oro e chiuso in alto dalla croce rossa in campo bianco di Genova.
E viene scelta la fiera (un incrocio tra un’aquila, un leone e un cavallo) rampante verso sinistra. Decisione non semplice, perché con lo sguardo mancino pareva che guardasse all’indietro ed inoltre, a livello araldico, la lingua rossa del Grifone finisce contro lo sfondo rosso dello scudo, sovrapponendo così due colori identici.

Il logo attuale apparirà sulla maglia soltanto in occasione del campionato 1937/38.

Inoltre anche la scelta dei colori non parve casuale: rosso e il blu, come il Grifone, sono simbolo di due nature,  terrena, il rosso (simbolo del sangue) e divina, il blu (simbolo del cielo).

La curiosità

Aristide Parodi, colui che ebbe l’idea del Grifone, era anche un calciatore del Genoa. Seppure fosse di ruolo attaccante, giocò la sua unica partita ufficiale in veste di portiere nel corso del campionato del 1900 girone ligure, quando i genoani sconfissero la Sampierdarenese per sette a zero. Diventato il cassiere del club, grazie al suo prestito di 500 lire (!!!), fu possibile la costruzione del campo di gioco di San Gottardo che ospitò il Grifone per tre anni prima del trasferimento definitivo a Marassi.

Simbolo araldico: il significato

Più precisamente il Grifone (o detto anche Grifo) è composto da parti di tre animali
dall’aquila: il capo, il collo, il petto, le ali e le zampe anteriori;
dal leone: il ventre, le zampe posteriori e la coda;
dal cavallo: le orecchie.

Yosef Dagan, il giornalista che inventò la lotteria dei rigori

Furono i Giochi Olimpici di Messico 68 a sancire l’introduzione dei rigori finali in caso di pareggio al termine dei tempi supplementari. Il 20 ottobre si affrontarono a Leon per i quarti di finale Bulgaria ed Israele, che impattarono per 1-1. Già di per sè il match fu “molto caldo” leggendo il tabellino finale, con ben 6 ammonizioni distribuite equamente dal direttore di gara Michel Kitabdjian nei primi minuti di gioco.

Dopo soli 5 minuti di gioco il difensore dello Slavia Sofia Georgi Hristakiev portò in vantaggio i suoi: quando sembrava tutto deciso, all’ultimo minuto il centravanti israeliano Yehoshua Feigenbaum portò in perfetta parità la contesa.

Le regole dell’epoca, per le competizioni, prevedevano nei turni intermedi, di risolvere la questione con il lancio della monetina. La Bulgaria ebbe la meglio ed avanzò in semifinale, dove sconfisse per 3-2 i padroni di casa del Messico.

In finale però si scontrarono con i cugini dell’Est, l’Ungheria, che travolse i bulgari per 4-1 aggiudicandosi l’oro olimpico. Dopo aver visto i connazionali perdere per via di una monetina, Yosef Dagan, di professione giornalista, ebbe un’idea: affidare alla bravura dei calciatori, tramite i tiri di rigore, la vittoria di una partita che non voleva sbloccarsi. Qualche mese dopo, il presidente della federazione calcistica israeliana, Michael Almong, parlò della proposta nella pubblicazione della FIFA (agosto 1969).

Koe Ewe Teik, il membro malese della commissione arbitrale del massimo organismo mondiale, spinse per la modifica regolamentare ed il 20 febbraio 1970 se ne discusse in una riunione dell’International Football Association Board (IFAB), che accettò pur con alcune riserve. Il 27 giugno dello steso anno, nel corso del meeting annuale dell’IFAB, venne messe nero su bianco.

Da quel momento non sarebbe più stata la Dea Bendata a determinare la vittoria o la sconfitta dopo i tempi supplementari.

Come arrivò il calcio in Brasile: Miller, studente emigrato in Inghilterra

Alla fine del 19° secolo, un ingegnere scozzese, John Miller, che viveva in Brasile, decise di mandare il proprio figlio al di là dell’Oceano, per ricevere nella terra d’origine l’istruzione adeguata.

Charles, questo il nome del giovine, attraversò così l’Atlantico e si stabilì, a soli nove anni (!) a Southampton, per studiare e all’età appropriata si iscrisse alla Banister Court School, un college locale e si integrò talmente bene che prese parte anche alle attività varie che a quell’epoca costituivano i diversi aspetti sociali.
Il calcio era fra queste e quando nel 1894 fece fagotto per rientrare dai genitori, cominciò a diffondere la conoscenza dello sport con la palla anche nel paese sudamericano.

Tuttavia gli inizi si rivelarono disastrosi: solo i suoi connazionali mostravano interesse per il football, così il primo match che viene riportato negli annali si giocò fra due compagini composte unicamente da inglesi, su di un campo dal quale erano appena state spostate le capre.
Charles invitò inoltre anche alcuni giornalisti ad assistere alla novità, ma nessuno venne. Passavano le settimane ed i “vicini” del campo di gioco cominciarono ad interessarsi a questa strana pratica sportiva, così che anche gli indigeni vollero cimentarsi nel gioco.
charles miller brasile
E molto probabilmente, fu proprio il pallone portato da Miller ad essere l’unico in tutto il Brasile: i brasiliani infatti, dovettero ingegnarsi per realizzare delle sfere con cui divertirsi, utilizzando quanto di più utile potessero trovare.
E nei quartieri di San Paolo il calcio divenne un assoluto divertimento, un pò come avviene oggigiorno per il basket praticato nei campetti d’asfalto.

A partire dal 1901, ebbe inizio anche la prima lega di squadre mentre anche la stampa, salendo sul carro del vincitore, cominciò a scrivere in ritardo, del football, o per meglio dire alla portoghese, del futebol.

Miller vincerà ben tre titoli del campionato Paulista con la maglia del San Paolo Athletic, aggiudicandosi anche la classifica dei cannonieri nel 1902 (12 reti) e nel 1904 (9). Una volta terminata la carriera agonistica, diventerà arbitro.