Le partite dello scudetto: Roma-Torino 3-1 maggio 1983

Sebbene lo scudetto, il secondo nella storia della Roma, fosse arrivato una settimana prima sul campo del Genoa, per i giallorossi la partita del 15 maggio 1983 contro il Torino, davanti ai suoi tifosi ed alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, rappresentava l’occasione per festeggiare degnamente il successo atteso da 41 anni.

Il Tabellino

15 maggio 1983, Stadio Olimpico di Roma

Roma: Tancredi (56′ Superchi), Nela, Vierchowod, Maldera, Falcao, Ancelotti, Conti, Prohaska, Pruzzo, Di Bartolomei, Iorio. All.: Liedholm

Torino: Terraneo (78′ Copparoni), Corradini, Beruatto, Ferri, Danova, Galbiati, Torrisi, Dossena, Selvaggi, Hernandez, Borghi (46′ Comi). All.: Bersellini

Reti: 20′ Pruzzo (rig.), 35′ Falcao, 82′ Hernandez, 86′ Conti

Arbitro: Bianciardi

Qual’è l’inno della Roma: Venditti e la sua passione per i giallorossi

Sebbene tanti ritengano la popolare canzone di Antonello Venditti l’inno ufficiale del club giallorosso, la canzone iscritta come la musica che deve accompagnare ogni partita casalinga dei Lupi è “Roma (non si discute, si ama)” (noto anche come Roma Roma o Roma Roma Roma), sembra scritta e cantata dal popolare cantautore romano, pubblicata per la prima volta nel 1975 come tredicesima traccia della raccolta Canzone d’autore ed uscita nello stesso anno come singolo.

La canzone nasce da una sfida: uno degli autori, Giampiero Scalamogna, alias Gepy & Gepy, (gli altri furono Sergio Bardotti e Franco Latini), raccontò che nel 1974, come sfida, dopo un incontro presso gli studi della RCA italiana con Giorgio Chinaglia e gli Oliver Onions.

Il brano venne presentato alla squadra, alla presenza del presidente Gaetano Anzalone e dell’allenatore Nils Liedholm ed il derby cittadino con la Lazio fu l’occasione, il 1° dicembre 1974, per sentirlo allo stadio. Poi, fatto curioso, nel successivo match casalingo contro la Fiorentina del 15 dicembre 1974, la canzone venne diffusa dagli altoparlanti dello stadio Olimpico dopo la rete di Domenico Penzo, il che portò la società ad essere sanzionata.

La canzone divenne l’inno ufficiale della Roma, diffuso prima dell’inizio della partita, tranne la parentesi 1978-1983, quando venne sostituito dal brano “Forza Roma Forza Lupi” di Lando Fiorini, “sembra per volontà del presidente Dino Viola che non gradiva avere un inno composto da un cantautore all’epoca politicamente esposto come Venditti”[4].
Nel 2013, a seguito di un’intervista radiofonica nella quale Venditti dichiarò che lo spirito della sua canzone non si identificava più con l’attuale impostazione della società, si diffuse sulla stampa italiana la notizia, poi smentita dallo stesso Venditti, che l’autore volesse “Togliere l’inno” alla squadra.
Sul lato B del singolo era presente “Derby” che conteneva “cori, suoni e rumori” registrati durante una partita, intervallati da una musica firmata da Sergepy ed eseguita dalla Pyrol.

Il testo dell’Inno della Roma

Roma Roma Roma
core de ‘sta Città
unico grande amore
de tanta e tanta ggente
che fai sospirà.
Roma Roma Roma
lassace cantà,
da ‘sta voce nasce n’coro
so’ centomila voci
ciai fatto ‘nnamorà.
Roma Roma bella,
t’ho dipinta io
gialla come er sole
rossa come er core mio
Roma Roma mia
nun te fà ‘ncantà
tu sei nata grande
e grande hai da restà
Roma Roma Roma
core de ‘sta Città
unico grande amore
de tanta e tanta gente
m’hai fatto ‘nammorà

Le frasi celebri di Walter Sabatini

Walter Sabatini ha sicuramente lasciato una traccia nel panorama del calcio italiano. Sebbene non vanti un palmares ricco di trofeo, è finora salito agli onori della cronaca per aver scoperto talenti a basso costo, e poi rivenduti dai presidenti avuti in carriera con laute plusvalenze.
Lazio, Arezzo, Triestina, Perugia e poi, Palermo e Roma, lo hanno definitivamente lanciato fra i dirigenti più ambiti dai clubs. Ora, il progetto Inter con gli occhi a mandorla ripone solide speranze nell’uomo di Marsciano, città dell’Umbria che ha dato i natali anche ad un campione del mondo che risponde al nome di Giancarlo Antognoni.

Le frasi famose di Walter Sabatini

“Cedere Lamela mi ha ucciso”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016).

” Io sono un europeo crepuscolare, solitario. Anzi, un etrusco”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016).

(in riferimento a Totti) “Gli darei il Premio Nobel per la fisica”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016)

Nel giorno del suo addio alla Roma, definì le sue ultime operazioni come “un mercato rissaiolo”. (Ottobre 2016)

“Pjanic? Forse neanche lui parte, dipende se riuscirò a compiere una manovra a coda di gatto maculato”. (Maggio 2016, prima dell’inizio del calciomercato)

Al termine di Roma-Genoa stagione 2013-14, il ds lanciò la notizia di un possibile addio importante in società: “Godetevi questa vittoria, non cercate sempre gli schizzi di sangue. Un po’ di sangue ci sarà, ma non sarà quello del mister”. (Dicembre 2015)

“Benatia è un mio idolo e gli ho voluto bene. Ci sono voluti due o tre mesi a Roma per far capire che fosse un bel giocatore, dicevano che era molto lento. Lui è un fenicio, sta facendo il suo mercato per luglio. Ma il Bayern Monaco non lo cede, togliete questo nome di mezzo. Benatia sta già facendo il commercio per luglio, perché adesso il Bayern Monaco non lo dà. E intanto mette le bollette a mollo”. (Dicembre 2015)

“Dodô è stato venduto, ma non mi aggredite, perché ho avuto la convinzione che il ragazzo non avrebbe potuto crescere in questo ambiente che lo ha sempre bastonato. Non siete responsabili della cessione di Dodô, ma ho dovuto tenere conto anche di questo aspetto. Ho fatto una scelta molto impegnativa per me, ma credo di essere stato equo nei suoi confronti. Magari ora prenderà anche qualche 7 in pagella, qui non è mai successo, qui prendeva 6 striminziti quando la squadra vinceva 3-0. Forse succedeva perché ho imprudentemente detto che sarebbe stato un campione. È stato ceduto prevalentemente per salvargli la vita”. (Settembre 2014)

“Non nego di aver ascoltato delle offerte, fatto salvo che nella mia testa c’era di non venderlo; farà molto bene. È anche vanita, mi piace poter dire no a grandi offerte”. (Settembre 2014)

“Ovviamente mi inquieta un po’ parlare di Lotito. Non posso dimenticare che è stato il mio presidente. Da lui pretenderei che non dica che un signore non può parlare in quanto dipendente, perché è una dichiarazione da padrone delle ferriere.”

“Garcia ha ricevuto proposte che si possono definire irrinunciabili, ma intende onorare il suo contratto. Non andrà via da Roma fino a quando non avrà vinto lo scudetto.” (parlando del ex-tecnico francese)

“Devo dire che una cassa di risonanza impropria è stata prodotta attraverso dichiarazioni di Sissoko, che considero un menestrello alla ricerca di una corte che lo alberghi, spara sentenze, ipotizza prezzi di giocatori. Ha detto che gli sembra congruo un valore di mercato di 30 milioni, che io considero il prezzo del piede sbagliato di Benatia”. (Maggio 2014)

 “Mi sento più libero di lavorare senza Baldini al fianco, grande amico col quale ho condiviso decisioni e sopportato altre, come lui con me. Mi sento libero solo quando sono da solo e con la gente attorno a distanza ragguardevole. A tavola non voglio la destra occupata. Questo non riguarda il Baldini essere umano, persona magnifica e mio amico, ma se faccio le cose con lui le faccio con tempi e modi sbagliati. Lui sicuramente gode della mia assenza, l’ho trovato rigenerato al Tottenham”. (Settembre 2013)

“La Lazio vive anche fisicamente più lontano dalla città e i suoi sostenitori sono dispersi su un territorio più grande. Inutile nasconderlo: Roma è dei romanisti, che hanno un tifo doloroso, passionale, che si tramandano di generazione in generazione, più pronto a ricominciare. Il tifo della Lazio invece ha un tipo di espressione più pessimista”. (Novembre 2012)

“Avevo fatto un riferimento ad un programma quinquennale di memoria staliniana. Non è così, ovviamente, perché il calcio necessita di tempi diversi. Noi siamo in divenire, voi inerosabilmente e inevitabilmente fate un bilancio e parlate di annata fallimentare”. (Luglio 2012)

“Non c’è un regime khomeinista. La Roma è molto liberale cosi come lo è Luis Enrique”. (Febbraio 2012)

“Non sarà certamente un piano quinquennale di staliniana memoria, vogliamo fare molto prima e se non dovessimo riuscirci qualcuno avrà sbagliato”. (Febbraio 2012)

“Non abbiamo preso Zeman per farci uno scudo spaziale e difenderci tutti, permettendoci di fare sciocchezze. Noi vogliamo Zeman perché lui coincide con l’idea di calcio che abbiamo sempre voluto”. (Luglio 2012)

“Il Totti del domani non è ancora nato. Francesco è un giocatore insostituibile e nessuno che potrà agire al suo posto. Ci sono calciatori che non possono essere surrogati: Maradona non è mai stato surrogato, Rivera lo stesso e Totti non lo sarà mai. A prescindere dal valore di Lamela, che è innegabile”. (Ottobre 2011)

“Totti è innominabile, è una divinità. Totti è il progetto tecnico della Roma. Intorno a lui la Roma sarà modellata. Totti è come la luce sui tetti di Roma, dilaga, non va mai via”. (Giugno 2011)

“La Roma vincerà uno scudetto non so quando, ma non smetterò di fumare”. (Giugno 2011)

Le frasi famose di Luciano Spalletti

Luciano Spalletti non lascia mai le parole al caso: unite ad una mimica facciale inconfondibile, l’uomo di Certaldo è decisamente il tecnico della Serie A italiana che permette a gran parte della stampa di lavorare ogni giorno. Dal rinnovo di contratto ai litigi con Totti, al racconto delle sue passate esperienze, Luciano non lascia nulla al caso, come avesse studiato a fondo la psicologia dell’interlocutore.

Le frasi famose di Luciano Spalletti

Mourinho? Sì è inserito bene e subito nel nostro contesto, e sì, mi sta simpatico, perché parla diretto, chiaro.

Avvicinare Francesco all’area di rigore è come mettere la volpe vicina al pollaio: trova sempre lo spazio per creare terrore. Totti fa gol, è bravo a mandare, a non dare punti di riferimento e quando calcia trova sempre i cantucci [angoli in toscano]. Io, poi, ho sempre valutato gli equilibri di squadra: lì è libero di fare quello che vuole, senza compiti di copertura.

Sono d’accordo con Pelè, anche perché se ne intende più di me: è Totti il giocatore più forte al mondo. Dargli la palla è come metterla in banca, è lui l’allenatore di questa Roma.

Non vincete mai, sono 10 anni che fate figure di merda e che sopporto certe combriccole.

(Riferita a Totti) “Zitto tu, che vai in giro per le camere a giocare a carte alle 2 di notte”. (poi smentita dal tecnico toscano)

Canterò sempre l’Inno della Roma.

Mi sembra che da parte sua ci sia stata l’intenzionalità di creare tensione. Non ho nulla da dirgli, invece mi hanno sorpreso le frasi di alcuni suoi giocatori (commentando le dichiarazioni del presidente del Lione prima del match di Europa League del marzo 2017)

Io non voglio che Totti smetta con me. Se lo fanno smettere io vado via, pure se faccio il triplete.

Dante mi avrebbe messo nel girone degli orgogliosi.

Magari se mi diceva una parola in più quando sono andato via era meglio. Comunque va bene così. (parlando del suo licenziamento nel 2009 e del rapporto con Totti).

Che sensazioni ho per aver perso Cassano? Le stesse di quando se ne sono andati Bovo o Corvia.

Ero un centrocampista di resistenza e poca qualità, anche se per modello prendevo Antognoni.

Mancavano sei giornate alla fine. La prima volta che entrai nello spogliatoio da mister, i miei compagni di squadra si nascosero dietro gli accappatoi per non ridermi in faccia. Giocammo i play-out per salvarci. Ci riuscimmo (la sua prima esperienza da tecnico all’Empoli).

Non mi sento in grado di allenare in A. Ho paura. Non conosco nemmeno i giocatori avversari.

Tutti guardano al Chievo come modello per le provinciali, ma alla fine noi abbiamo fatto meglio. E’ l’Udinese il modello.

Io preferisco ripetere le situazioni di gioco in campo, undici contro undici come la domenica. Un pilota di Formula Uno mica sta in poltrona con solo il volante in mano, mette a punto la macchina girando in pista come nei gran premi.

Mi regalassero un fantasista, di quelli che una volta ti fanno vincere e tre perdere, non lo vorrei.

Volley: Final Four Champions League 2017, i rosters delle squadre

Roma ospita l’edizione 2017 delle Final Four di Volley Champions League. Il Palalottomatica, per il quale è previsto di raggiungere il sold-out prima dell’inizio dell’evento, vedrà confrontarsi quattro squadre in semifinali (venerdì) e finali (domenica).

Sir Sicoma Colussi PERUGIA (Italia), nonchè organizzatrice dell’evento ed ammessa di diritto

Cucine Lube CIVITANOVA (Italia)

BERLINO Recycling Volleys (Germania)

Zenit KAZAN (Russia)

I Roster delle squadre della Final Four di Roma 2017

 Sir Sicoma Colussi PERUGIA

 

Sir Sicoma Colussi Perugia

1BUTISimone
3TOSIFedericoL
4PARISMatteo
6CHERNOKOZHEVVelizar
7FRANCESCHINIAlessandro
9ZAYTSEVIvan
10DELLA LUNGADore
11MITICMihajlo
12BERGERAlexander
14ATANASIJEVICAleksandar
15DE CECCOLuciano
16BARIAndreaL
17BIRARELLIEmanuele
18PODRASCANINMarko
ALLLorenzo Bernardi
Cucine Lube CIVITANOVA

1SOKOLOVTsvetan
2CANDELLARODavide
3PESARESINicola
4KALIBERDADenys
5JUANTORENA PORTUONDOOsmany
6CASADEIAlberto
7STANKOVICDragan
9KOVARJiri
11CHRISTENSONMicah
12CESTEREnrico
13GREBENNIKOVJéniaL
14DI SILVESTREPaolo LuigiL
15CORVETTAAntonio
18CEBULJKlemen
ALLGianlorenzo Blengini
BERLINO Recycling Volleys

1OKOLICAleksandar
2MARSHALLSteven
3KROMMRobert
4PERRYLukeL
6FISCHERFelix
8VIGRASSGraham
10KÜHNERSebastian
11ZHUKOUSKITsimafei
12CARROLLPaul
13SCHOTTRuben
15AUSTEMaximilian
16TER MAATWouter
17BOGACHEVEgor
ALLRoberto Serniotti
 Zenit KAZAN

1ANDERSONMatthew John
4DEMAKOVIvan
6SIVOZHELEZEvgeny
7SALPAROVTeodorL
9LEON VENEROWilfredo
10VOLVICHArtem
11ASHCHEVAndrey
12BUTKOAlexander
13KOBZARIgor
14GUTSALYUKAlexander
15ZEMCHENOKDenis
16VERBOVAlexeyL
18MIKHAILOVMaxim
19MELNIKVladimir
ALLVladimir Alekno

 

Paulo Sergio, il bomber che lasciò Roma per vincere la Champions con il Bayern

Paulo Sergio Silvestre Do Nascimiento, più semplicemente Paulo Sergio, un mito per tanti giocatori di PES, un calciatore che lasciata l’Italia, seppe vincere tutto. Dopo essere cresciuto calcisticamente nelle giovanili del Corinthians e aver trionfato con il Timao nel torneo brasiliano nel 1990, ricevette dalla Germania, sponda Bayer Leverkusen, un importante offerta nel 1993, grazie alla quale conquisterà un posto nella Selecao che trionferà ai Mondiali di USA94 in finale contro l’Italia.

Con il club dei farmaceutici riuscirà però soltanto ad ottenere un secondo posto in Bundesliga nel 1997. Ma tale piazzamento, in virtù del rendimento complessivo (47 reti in 121 presenze), gli valse l’importante trattativa di mercato  con la Roma nella successiva estate.

Alla chiamata di Zdenek Zeman l’attaccante brasiliano (ed il club tedesco) non seppe dire di no: con 6 miliardi delle vecchie lire si trasferisce all’ombra del Colosseo. In un biennio giallorosso, vede muovere i primi passi di Francesco Totti, unendo 24 reti in 64 match che valgono alla squadra un quarto posto, che valeva allora la partecipazione alla Champions League, ed un quinto posto.

Tuttavia nella Roma sta per cambiare qualcosa: il boemo Zeman lascia la Capitale e la stessa sorte capita a Paulo Sergio, sebbene motivata da una consistente offerta. E’ il Bayern Monaco addirittura a farsi avanti. Firma e per lui sarà il triennio più felice della sua vita calcistica.

Vince praticamente tutto: la Bundesliga due volte, una Coppa di Germania, due Coppe di Lega tedesca, la Champions League contro il Valencia nel 2001 (stagione in cui la Roma vinse lo scudetto) e la Coppa intercontinentale, realizzando 21 reti in 77 presenze. Infine, nell’estate 2002, abbandona il calcio “serio” per andare a svernare in Qatar, prima di tornare e chiudere la carriera al Bahia, in Brasile.

Tolti i panni d’atleta, oggi è commentatore per il canale sportivo ESPN.

Ciclismo: la Parigi-Nizza che terminò a Roma

La Parigi-Nizza nacque nel 1933 grazie ad Albert Lejeune, direttore del quotidiano francese Petit Journal. Inizialmente era considerata una corsa d’allenamento, ma più tardi divenne punto fermo del calendario delle due ruote.

Fra i vincitori delle prime edizioni, non mancano gli assi del pedale come René Vietto, Louison Bobet e Jacques Anquetil. I fans affollavano le strade francesi sul finire dell’inverno ma, nel 1959, gli organizzatori vollero modificare il tracciato: il traguardo venne infatti posizionato a ben 800 km più a sud della città della Costa Azzurra, a Roma – Città Eterna, aggiungendo così ulteriori quattro giorni di corsa.

Il regolamento in vigore all’epoca proibiva di prolungare le corse a tappe, perciò in quella edizione la settima tappa, che doveva varcare il confine in Italia, partì da Mentone e non da Nizza e venne considerata come la prima tappa della corsa ad inviti Mentone-Roma, alla quale furono invitati tutti coloro che erano arrivati a Nizza. Un escamotage per arrivare alla Capitale.

Inoltre il leader della corsa in Italia avrebbe vestito la maglia verde, sancendo la vittoria dopo ben 1955 chilometri. Ed il vincitore avrebbe avuto l’onore di consegnare nelle mani di Papa Giovanni XXIII un messaggio da parte del Presidente del Consiglio Comunale di Parigi, una sorta di gemellaggio fra le due grandi città, alla luce del Giubileo che si sarebbe iniziato a celebrare in settembre.

La corsa fu una lotta a due fra la Helyett di Jacques Anquetil (al cui interno vantava nomi di spessore come Jean Stablinski, Shay Elliott e Andre Darrigade) e la St. Raphael di Roger Rivière, Gerard Saint e Raphael Géminiani.

Saint prese il simbolo del primato dopo la frazione a cronometro da Saint Mamert a Vergèze, mentre Anquetil conquistò la tappa battendo Rivière e lo stesso Saint. La corsa si movimentò ulteriormente due giorni dopo, con l’arrivo a Nizza; Jean Graczyk, compagno di squadra di Anquetil, prese la testa della classifica. Saint vinse il giorno seguente con arrivo a Ventimiglia. Tuttavia la compagine della Helyett riuscì a difendere la leadership di Graczyk che  trionfò nella classifica finale con soli 15 secondi di vantaggio su Saint.

Dei 96 partiti da Parigi, solo 46 completarono l’opera a Roma, dove vennero ricevuti in udienza dal Papa in Vaticano.

La lunghezza della corsa non incontrò però i pareri favorevoli degli atleti: addirittura la tappa finale li vede impegnarsi sui 254 km da Siena alla capitale. L’UCI, sull’onda delle pressioni ricevute, stabilì che l’anno successivo si sarebbe dovuto tornare all’antico