MAREC, la squadra bulgara che omaggia l’eroe antifascista

Pronunciarlo o leggerlo in caratteri cirillici è praticamente impossibile, fino a che la lingua russa non sarà un must: Стефан Димитров Тодоров (Stefan Dimitrov Todorov) fu un eroe del partito comunista bulgaro, meglio  conosciuto come Станке Димитров (Stanke Dimitrov), ma ancora d più per il suo soprannome Марек, traducibile in Marec, o Marek .

Stanke Dimitrov nacque il 5 febbraio 1889 a Dupnitsa (località distante circa 50km dalla capitale Sofia) e durante la sua vita si distinse per attività politiche contrarie all’ideologia fascista che purtroppo imperversarono nello scorso secolo in Europa, portando al secondo e tragico conflitto mondiale. Le sue idee politiche addirittura, lo portarono ad adottare appunto il nickname di M.A.R.E.C. che non significava altro che Marxista – Antifascista – Rivoluzionario – Emigrante – Comunista.

A partire dal 1947, anche lo sport volle rendergli omaggio, attraverso la squadra di calcio del M.A.R.E.C. di Dupnitsa, militante nel campionato bulgaro. Fondata nel 1919 con il nome di Slavia, subì diversi cambi di denominazione (ben nove) fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. La sua casa è lo Stadio Bonchuk, ed i colori sociali sono maglia rossa, pantaloncino bianco e calzettoni azzurri.

La fedeltà che lega i tifosi al club è ampiamente nota nel paese: le tifoserie rivali indicano Dupnitsa  come “la città con le ruote”, tale è la massa di fans che segue le imprese delle squadre nelle diverse città della Bulgaria. Fino al termine dell’epoca comunista, nel 1989, il centro era chiamato Stanke Dimitrov.

Al grande seguito e popolarità non si accompagna però un palmares eclatante, tanto che per i tifosi è già importante aver militato dal 2001 al 2008 nella serie A nazionale ed aver partecipato ad alcune edizioni della Coppa Intertoto.

Ma il suo risultato più eclatante fu in Europa: nel secondo turno della Coppa Uefa 1977-78, sconfisse nel match casalingo d’andata niente di meno che il Bayern Monaco per 2-0. Al ritorno, nel vecchio Stadio Olimpico della città della Baviera, i bulgari persero per 3-0 e vennero così eliminati dalla competezione.

Nel 2010 la federazione negò l’iscrizione al club per motivi finanziari alla Serie B e così la compagine dovette ripartire dall’ultimo gradino della piramide, corrispondente alla quarta divisione regionale.

Il cambio di nome, obbligatorio, portò ad una leggera modifica, in M.A.R.E.C. 2010 e da quel momento è ripartita la scalata ai vertici del calcio. Attualmente milita nella Трета аматьорска футболна лига (la terza serie amatoriale).

 

Intervista con: Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello

Calcio e politica possono andare d’amore e d’accordo, non tanto per le fedi, quanto per gli intrecci, a volta pericolosi, spintisi oltre il rettangolo verde. E personaggi che poi hanno scritto la Storia, non sono rimasti immuni al fascino di un pallone che rotola, cercando di influenzarne la traiettoria o di seguirla secondo il personale interesse.

Conosciamo allora Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello assieme a Fabio Belli, edito da Rogas Edizioni.

 

Come nasce la passione per il calcio: presentati al pubblico di barcalcio.net e perché il calcio è la tua passione

Mi chiamo Marco Piccinelli, sono giornalista e studente universitario.  La passione per il calcio, in realtà, nasce recentemente. Non mi ha mai appassionato il pallone di cui si parlava nel periodo liceale, di cui si dibatteva il lunedì il giorno dopo la domenica di campionato, in cui ci si accapigliava per il rigore non dato e per “il moviolone”, di biscardiana e maccio-capatondiana memoria. Mi piaceva il “calcio di nicchia”, amavo il Venezia quando era in Serie A (ero piccolissimo, un bimbetto delle elementari) e sono rimasto fedele a quella squadra, a tutte le vicende che sono accadute e ripetute, come i fallimenti e le ripartenze della società, appassionandomi, ora, alle vicende del Venezia 1907, squadra di Terza Categoria veneta che ha acquisito il simbolo del centenario (quello della salvezza centrata da Paolo Poggi, per capirci) e gli ha dato nuova linfa e più ampio respiro, nonostante la categoria che occupa. Ho avuto la fortuna di collaborare con una testata regionale di sport dilettantistico e giovanile (il Nuovo Corriere Laziale) e questo non ha fatto altro che aumentare la predilezione per gli argomenti “di nicchia” e, in questo caso, al “calcio di nicchia”, dilettandomi con partite di Eccellenza, Promozione, Prima, Seconda e Terza Categoria.

 

Calcio e politica: perchè hai voluto approfondire il legame o scoprirlo 

Prima, per la verità, è arrivata la politica: ho iniziato a seguire qualche riunione di qualche collettivo studentesco nel periodo del liceo, di quelle “formazioni” studentesche che nascono e muoiono nel giro di un anno scolastico. In quel periodo mi sono avvicinato alle idee del comunismo, ho iniziato a militare nel PdCI di Tor Bella Monaca (nel ‘fu’ Partito dei Comunisti Italiani) e ora nel Partito Comunista e nel Fronte della Gioventù Comunista.

Il legame fra le due tematiche è avvenuto quasi naturalmente: quando mi sono avvicinato al FGC il movimento del calcio popolare a Roma era dominato da una squadra di Terza Categoria, l’Ardita San Paolo (successivamente ‘Ardita’), gestita come si confà ad una squadra di calcio popolare e popolata (chiedo scusa per il bisticcio) da compagni del Fronte. Partecipavano alla vita della squadra, andavano a sostenere la squadra, gremivano i gradoni di qualsiasi campo e macinavano chilometri per seguire i propri colori. Banale, verrebbe da dire, ordinario per qualsiasi ultrà o sostenitore della propria squadra. L’Ardita, però, era diversa, era davvero un’altra cosa. Sfortunatamente ho vissuto solo gli ultimi due anni di vita della squadra, il cambiamento del nome da Ardita San Paolo ad Ardita, dunque lo spostamento dal quartiere a Pietralata, ma le emozioni che ho vissuto sui gradoni del “Nicolino Usai” le porterò sempre con me. I sabati e le domeniche di questa stagione calcistica non sono più gli stessi senza i giallo-neri all’Usai. Ma tant’è…

 

Perchè nell’opera l’Europa dell’Est è al centro dei tuoi racconti

Il libro, scritto con l’amico e collega Fabio Belli, ‘Calcio e Martello’, tratta del calcio al di là della cortina di ferro, per così dire. Il calcio socialista, quello che ci interessava trattare e di cui abbiamo scritto, è stato un calcio considerato ‘minore’ fin dai tempi del mondo diviso in due, tra capitalismo e socialismo. Il calcio socialista, tuttavia, non è stato inferiore a nessun altro movimento occidentale: nel libro, ad esempio, abbiamo avuto modo di raccogliere le testimonianze dirette di chi ha giocato contro squadre della Germania Est, Oddi (Cesena – Magdeburgo), De Agostini (Juventus – Karl Marx Stadt) e Pruzzo (Roma – Carl Zeiss Jena), ebbene tutti e tre hanno avuto la stessa opinione: i giocatori tedeschi orientali non erano inferiori a nessuno. Nel caso di Pruzzo, poi, è ancora più definitiva la sua opinione, dato che ci ha detto, semplicemente: “erano più forti”, mettendo a tacere tutto quel che si è scritto il “dopo” della partita di ritorno (Carl Zeiss Jena – Roma) che ha visto l’eliminazione dei giallorossi dalla competizione internazionale. Se si calcola, poi, che a cavallo della dissoluzione del socialismo, tra il 1989 e il 1990, il Karl Marx Stadt, nient’altro che una squadra da metà classifica nella DDR Oberliga ha tenuto testa alla Juventus di De Agostini e Schillaci passando addirittura in vantaggio al Delle Alpi, ci si rende conto della dimensione dello “scontro” in atto.  Dico questo perché nei paesi socialisti ogni sport aveva pari dignità e considerazione: chi praticava atletica leggera aveva la stessa importanza (anzi, forse ne aveva di più) di chi dava calci ad un pallone. Esattamente il contrario di quel che accade in occidente. Politicamente e calcisticamente il socialismo era davvero “in espansione”, come avrebbe detto Max Collini (Spartiti/OfflagaDiscoPax): Sparwasser, Yashin, Lobanowskij, la Jugoslavia, l’Ungheria, gli arbitraggi “fantasiosi” nei mondiali dell’86 in URSS-Belgio che hanno impedito la vittoria definitiva del socialismo sul capitalismo (sia a livello di immaginario politico che calcistico/sportivo) sono state storie che l’occidente ha rimosso e che ha bollato come “inferiori”.
Il nostro piccolo lavoro, diciamo, si può incasellare come “manuale di primo approccio”, di “entry level” (per dirla all’inglese) di quel che fu quel mondo e di come l’occidente ha tentato di sottodimensionare  il movimento calcistico socialista.

 

Dopo questo libro quali spunti andrai ben presto (ne sono convinto) ad appronfondire

Di spunti ce ne sarebbero moltissimi, a partire dalle altre storie che non abbiamo inserito nel libro, come la vittoria della Nord Corea Socialista sull’Italia; la vicenda del portiere Dukadam dello Steaua Bucarest che parò quattro rigori di fila nella partita contro il Barcelona a Siviglia vincendo la Coppa. Quest’ultima vicenda, ad esempio, è stata strumentalizzata dalla propaganda occidentale come mai prima, quasi.

 

Se potessi schierare idealmente una formazione composta da politici, di qualunque epoca, chi faresti giocare ed in che ruolo

Bella domanda.. Non sono molto bravo a far conciliare tattiche/calcio/politica ma un ruolo sicuramente ce l’ho ben chiaro: Pietro Secchia e Antonio Gramsci in attacco. In difesa metterei Lussu, Cossutta, Ingrao. Al centro campo non saprei davvero chi inserire. In porta certamente Spadolini, ma più per la “stazza fisica che per il partito rappresentato.

 

Calciatori, allenatori, presidenti, tifosi: una frase per identificare ciascuna di queste componenti del mondo del pallone

Non saprei ridurre a una frase questi quattro mondi così diversi tra di loro, di certo il mondo del calcio (così come globalmente) è cambiato molto. I calciatori, una volta, erano persone come Socrates o Yashin, modelli da seguire, o miti per una consistente parte politica come Sparwasser. Ora il capitale controlla (più che “comanda”, semplicemente) le vite di calciatori e allenatori imponendo un modello di vita pubblica e privata fatta di eccessi (penso ai contratti miliardari e alla tendenza di arricchirsi sempre di più). I presidenti agiscono sempre più come grandi capitalisti, dato che le società che gestiscono sono quasi tutte quotate in borsa. I tifosi ora non sono più “tifosi” nel senso stretto del termine ma “clienti”.

 

Cosa rappresenta per te l’espressione calcio moderno: modernità, abuso di un termine, verità che non ti appassiona.

Sono arrivato a questa domanda avendo già scritto, forse, o avendo fatto capire, quel che significa per me “calcio moderno”: un modello di calcio che non solo non mi appassiona ma che è sostanzialmente la rovina stessa del movimento calcistico. Il calcio dei grandi capitali non potrà durare così tanto, non con gli interessi milionari che circolano dietro alle società calcistiche. Il capitalismo, lo diceva anche Lenin, è destinato all’autodistruzione. Ora, magari questo sistema calcistico (e politico) avrà una fine tra centinaia di anni, o io non ne vedrò la fine e a causa di queste parole sarò tacciato di stupidità e simili, ma è quel che credo: il capitalismo è insostenibile e il suo riflesso nel mondo del calcio, il cosiddetto, calcio moderno, è destinato all’entropia.

 

Chi è Mauricio Macri: da presidente del Boca Juniors all’Argentina

Mauricio Macri: la sua carriera nel calcio, dal Boca Juniors all’Argentina

Calcio e politica vanno a braccetto, niente di nuovo sotto il sole. E l’Argentina non manca di rispettare tale “regola”. Esempio fu il Mondiale 78, prima osteggiato dai vertici militari in piena Dittatura, e poi ritenuto fondamentale per distrarre il popolo dai problemi sociali e politici che tennero in scacco la nazione sudamericana per sei lunghi anni.

Da circa un anno, il presidente della Repubblica dell’Argentina è niente di meno che un ex-presidente di club, Maurizio Macri, noto nel mondo del calcio per essere stato il numero uno del Boca Juniors, il club fondato da genovesi nel 1905 e che raccoglie la maggioranza dei tifosi della capitale, Buenos Aires e di gran parte del paese sudamericano.

Mauricio discende da Francesco, un cittadino romano che si trasferì in Argentina dopo la Seconda Guerra Mondiale, acquisendone poi la nazionalità nel 1949. Fu proprio lui a fondare il Gruppo Macri-SOCMA, un impero economico e finanziario cui concorrono le più svariate attività, tra cui i servizi postali, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, la costruzioni di automobili, l’edilizia, i servizi bancari, le telecomunicazioni, le miniere, l’agroalimentare e molto altro.

Il figlio Mauricio, nato a Tandil, località della provincia della Capitale, l’8 febbraio 1959, ha poi avuto il merito di consolidare quanto il padre seppe costruire. E durante la presidenza del Boca Juniors, in carica a partire dal 1995 fino al 2007, gli Xeneizes diedero vita ad una lunga scia di successi, sino ad arrivare alla conquista del titolo mondiale per club. Da qui spesso il paragone spesso fatto con il patron del Milan, noncè Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Dopo aver abbandonato la carica di presidente del più famoso sodalizio calcistico argentino, Macrì si è dedicato alla politica, venendo eletto nel 2005 in qualità di deputato al Parlamento nazionale, nella circoscrizione della capitale. Due anni dopo, lasciato l’incarico nel club di numero uno, decide di candidarsi alla carica di sindaco di Buenos Aires, vincendo con ampia maggioranza e ripetendosi nel 2011.

A fare da sfondo ai suoi trionfi politici è stato il Partito Compromiso para el Cambio, una formazione ispirata a principi di centro destra, che si è posto in netta contrapposizione con il peronismo della Kirchner, la presidentessa argentina uscente ed a sua volta succeduta al marito.

Tornando al suo passato calcistico, durante il suo mandato di presidente (il 30° della storia del club), iniziata il 3 dicembre 1995, opera alcune importanti riforme. Innazitutto la Bombonera, lo storico stadio del Boca, vede l’inaugurazione di alcuni palchi VIP mentre il club entra nel mondo Internet, con il sito ufficiale dei giallo-blù. Nel 1998 arriva alla guida tecnica della squadra Carlos Bianchi, che ebbe anche un passaggio italiano con la Roma. Altro tecnico illustre alla guida del Boca Juniors sarà Alfio “Coco” Basile, ultimo ct ad aver guidato l’Argentina con Maradona in campo nei Mondiali di USA 94.

In totale, durante i 12 anni della presidenza Macri, gli xeneizes vinceranno ben 18 trofei: 6 campionati Apertura, 2 campionati Clausura, 4 Coppe Libertadores, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Coppe Sudamericane e 2 Recopa (l’equivalente della Supercoppa Europea).

Inoltre la sua presidenza verrà “bagnata” anche dal ritorno del Pibe de Oro, al secolo Diego Armando Maradona, che tornò a vestire la maglia del Boca, da cui aveva preso avvio la sua carriera nel calcio professionistico e con il quale appese le scarpe al chiodo mente un giovanissimo Carlos Tevez fece il suo esordio nel calcio professionistico.

Lungo l’elenco dei campioni che hanno militato nel club durante la presidenza Macri: Martin Palermo e Juan Roman Riquelme, idoli della Bombonera, Nicolas Burdisso, Rodrigo Palacio.

Andrew Watson, il primo calciatore di colore nella storia del calcio mondiale

Fu Andrew Watson il primo calciatore di colore ad aver disputato una partita internazionale.

A scoprirlo fu il quotidiano The Herald of Glasgow che, spulciando negli archivi dell’epoca, rintracciò tale Watson nell’elenco dei giocatori della nazionale scozzese del 1800. Nato in Guayana nel 1857, allora colonia britannica,  venne convocato a cavallo fra il 1881 ed il 1882, per ricoprire in campo il ruolo di difensore.

I curatori dello Scottish Football Museum erano da anni sulle tracce di alcune conferme: infatti inizialmente veniva indicato come primatista un certo Arthur Wharton del Preston North End. Tuttavia, come dichiarò Ged O’Brien, direttore del museo, il dubbio venne sciolto: “Durante gli anni, avevo osservato le foto in nostro possesso di Watson con la casacca del Queen’s Park FC e nella selezione scozzese, però non avevamo le prove per accertare con esattezza quello che poi siamo riusciti a fare”.

Watson Queen's Park FC

Figlio di Peter Miller, un ricco imprenditore nel settore dello zucchero di origine scozzese, e di una donna della Guayana di nome Rose Watson, il futuro nazionale scozzese studiò presso il King’s College School ed a 19 anni frequentò l’Università di Glasgow le facoltà di matematico, filosofia naturale ed ingegneria, venendo a contatto con il gioco del calcio.

La sua carriera di calciatore iniziò nel 1874 con il Maxwell FC, venne poi tesserato per il Parkgrove FC nel 1876. Nell’aprile 1870 il suo esordio con la maglia della Scozia: viene chiamato per il match a Glasgow contro lo Sheffield, vinto per 1-0.

Venne acquistato dal Queen’s Park FC (da non confondersi con l’odierno QPR inglese), la squadra più grande della Scozia, per la quale poi lavorerà come segretario. Vestirà la casacca del club di Glasgow per ben 8 stagioni, vincendo più volte la Coppa di Scozia, primo giocatore afro-americano ad esserci riuscito.

Dagli archivi anagrafici emerse che viveva nel quartiere di Afton Crescent, Govan, con la moglie Jesse ed il figlio Rupert. Come occupazione risulta aver lavorato come magazziniere mentre la città di nascita è Georgetown, Guyana. Essendo ancora in piena epoca dilettantistica, la sua professione fu quella di impiegato del club (divenne appunto segretario) e non di calciatore.

Watson partecipò a tre importanti goleade scozzesi: il 6-1 contro l’Inghilterra il 12 marzo 1881, alcuni giorni quando travolsero il Galles per 5-1 ed infine l’11 marzo 1882 quando batterono nuovamente gli inglesi per 5-1.

Watson ebbe una carriera luminosa e piana di riconoscimenti; nel 1882 fu il primo afro-americano a disputare la Coppa d’Inghilterra con lo Swifts. Nel 1884 invece fu il primo straniero ad essere tesserato per il Corinthian FC di Londra. Le cronache testimoniano che giocò sempre con club di alto spessore tecnico, e citando una pubblicazione della federazione scozzese relativa alla stagione 1880/81, il direttore O’Brien disse:” Watson, Andrew: uno dei migliori che abbiamo; fin da quando si è unito al Queen’s Park ha fatto passi da gigante come calciatore; dotato di velocità e di tecnica eccezionale; preciso e potente nei passaggi, merita ampiamente di giocare in qualunque squadra”.

Dopo aver appeso le scarpette al chiodo, poco si seppe della sua vita, se non che emigrò in Australia, morendo a Sydney il 16 gennaio 1902.