Jeff Taylor, il calciatore che cantò con Pavarotti

Jeff Taylor non ebbe mai l’onore di realizzare reti decisive per la vittoria di un campionato o di una coppa, ma il piacere di salire sul palco di un teatro per cantare con niente di meno che Luciano Pavarotti. Nato il 20 settembre 1930 ad Huddersfield, con la compagine locale iniziò la sua carriera di calciatore nel 1949, segnando al suo debutto contro il Chelsea nel 2-1 finale, e continuando con ben 4 reti nelle prime cinque apparizioni. Dopo 71 presenze (68p-27r), virò verso Londra, siglando un contratto con il Fulham. La motivazione? Non il salto di carriera nel mondo del calcio, quanto il poco tempo che gli rimaneva per studiare presso l’University College della capitale, dove stava frequentando le facoltà di geografia e geologia.

Il suo primo impiego, preso una scuola femminile, si rivelò un fallimento completo. Pur continuando a giocare a calcio, dirottò verso il mondo della musica, iscrivendosi alla Royal Academy, per imparare l’arte del canto.

Dopo 14 goals in 33 partite giocate con la maglia del Fulham, passò al Brentford, raggranellando 94 presenze, spesso da capitano, e segnando 34 goals.

Nel 1956, l’episodio che cambiò la sua vita: durante una partita di Fa Cup contro il Crystal Palace, si fratturò uno zigomo e, sebbene l’infortunio non gli impedì di rimanere in campo e segnare (!!!), pose un freno alla sua carriera di calciatore. In quell’epoca il presidente onorario del Brentford era Vic Oliver, che rivestirà un ruolo notevole nella storia radiofonica del Regno Unito.

Oliver fu infatti il primo naufrago (castaway) di programma, Desert island Discs, nel 1942. In tale programma, che tuttora va in onda alla BBC, ciascun ospite doveva indicare le canzoni che si sarebbe portato con ssè nel caso fosse naufragato su un isola deserta. Ancora più celebre divenne dopo il matrimonio con Sarah Churchill, figlia di un non meno noto Sir Winston, che non fu certo tenero con il genero, descrivendolo come persona “tanto comune quanto sporca” e con un linguaggio scurrile.

Comunque, tornando al nostro personaggio, Taylor venne invitato appunto alla radio a cantare da tale Oliver e da li, il futuro venne tracciato definitivamente.

Utilizzando il suo secondo nome di battesimo, Neilson, sviluppò quella voce che il prestigioso “The Times” ebbe a definire come “vellutata e maggiormente flessibile baritono”, interpretando nell’opera Idomeneo di Mozart il ruolo di Arbaceat assieme al Maestro Luciano Pavarotti, a Glyndebourne nel 1964.

Divenne inoltre insegnante, lavorando per ben 18 anni come professore di canto presso la Royal Scottish Academy of Music and Drama, dove ebbe la possibilità di “coltivare” talenti come Anthony Michaels-Moore, Iain Paterson e Simon Neal, tutti diventati celebri artisti.

Jeff non proveniva da una famiglia d’artisti, anzi, per aver avuto un nonno che amava muovere le mani ed una nonna a cui piaceva mostrarsi sulla spiaggia di  Blackpool.

Il padre invece, era un umile mestierante mentre anche il fratello, Ken, era un eclettico. Minore di cinque anni ed anch’egli calciatore,  giocò nell’Huddersfield, sotto la guida del leggendario Bill Shankly, poi passò fra le fila dello Yorkshire ed indossando la maglia della nazionale inglese in tre occasione, fra il 1959 ed il 1964.  Nel marzo 1960 sposò poi la 18enne studentessa di arte Avril Hadfield. E si diede da fare anche nel cricket, praticandolo d’estate mentre il resto dell’anno lo trascorreva a Londra, allenandosi con l’Arsenal e poi giocando con l’Huddersfield. Gli impegni sportivi non gli impedirono di seguire i corsi presso la Slade School of Fine Art, dove ebbe modo di conoscere anche la sua prima moglie. Vinse sette titoli nel cricket, County Championship, con la compagine dello Yorkshire prima di ritirarsi e diventare allenatore in Sudafrica e nel Norfolk, guadagnandosi una reputazione d’artista in campo nazionale.

NFL e calcio: quando calciatore e kicker diventa possibile

Sempre di calcio (americano) si tratta, sebbene l’armatura da indossare onde prevenire colpi eccessivi non rende proprio facile  il passaggio fra le due  discipline. Se il gioco del calcio è facile da praticarsi, un pallone, due porte e la sfera che deve superare la fatidica linea bianca, il football americano, senza considerare la possibile difficoltà di comprensione delle regole, non prevede per il kicker il ruolo di protagonista assoluto.

Goleador degli Anni Ottanta e prima metà Anni Novanta, Clive Allen ha lasciato il segno con diversi clubs inglesi, Tottenham e QPR su tutte, passando poi, al termine della carriera tra le fila dei London Monarchs, compagine militante nella NFL Europe, la lega creata nel Continente nel tentativo di diffondere (miseramente fallito), di diffondere lo sport della palla ovale americana.

Ma come il buon Clive, non furono molti i riscontri positivi nel corso della storia del calcio. Ebbene, per Toni Fritsch, soprannominato ‘Wembley Toni’ dopo aver realizzato nel teatro londinese un memorabile goal per l’Austria contro i Leoni inglesi, che valse la vittoria in rimonta per 3-2 contro i futuri vincitori della Coppa del Mondo 1966, Fritsch, guizzante ala, venne contattato nel 1971 dal coach dei Dallas Cowboys Tom Landry  in occasione di un viaggio in Europa per fare attività di scouting. on a scouting trip to Europe in 1971. Il coach americano offrì un contratto all’austriaco dopo averlo visto impegnarsi con successo in una sessione d’allenamento con la palla da football.

Qualche anno dopo, in un’intervista, Fritsch, spiegò la situazione:” Non avevo mai visto prima d’allora una partita di football americano. E firmai un contratto appena un paio di giorni dpo, un contratto che non sapevo leggere, ma che sarebbe stato il migliore di tutta la mia carriera di sportivo”.

Militò nel meraviglioso mondo della NFL per ben 12 anni, dal 1971 al 1982, vincendo anche un Super Bowl con Dallas nel 1972. Tuttora è l’unico austriaco ad essere riuscito in questa impresa. Disputò una volta anche il Pro Bowl (all-star game) mentre militava con gli Houston Oilers nel 1980. Indossò la casacca di quattro diverse clubs della NFL, una sola stagione con San Diego Chargers (1976) e New Orleans Saints (1982), stagioni abbinate a due diversi periodi più lunghi con, appunto, i Cowboys (1971-75) e gli Oilers (1977-1981), segnando 758 punti in 125 partite. Giocò, solo sporadicamente, con gli the Houston Gamblers nella USFL, la lega professionale che cercò di fare concorrenza per qualche anno alla ben più nota NFL.

Fritsch non fu però il solo europeo a calciare nella NFL. Il tedesco Horst Muhlmann giocò con lo Schalke 04 nel perioso 1962-66 prima di iniziare una nuova “vita” in America, all’età di 29 anni, con i Cincinnati Bengals nel 1969. In complessive nove stagioni NFL (Bengals 1969-74, Philadelphia Eagles 1975-77), divenne un idolo a Cincinnati, dove tuttora è proprietario di due bar presso lo stadio dei Bengals, il Paul Brown Stadium.

Percorso inverso fecero invece, a riprese diverse, i fratelli americani Chris e Matt Bahr, giocando nella storica North American Soccer League, meglio nota come NASL, per poi passare al mondo dorato della NFL. Figli un calciatore, entrato poi nella Hall-of-fame, Walter Bahr, Chris and Matt giocarono con i Philadelphia Atoms ed i Colorado Caribous, rispettivamente nel 1976 e nel 1979, ottenendo entrambi la vittoria in ben due Super Bowl.

La storia poteva essere diversa probabilmente anche per Morten Andersen, che divenne il giocatore della NFL recordman di punti segnati. All’età di 46 anni, smesso il casco, il danese Andersen aveva realizzato 2,445 points, ed entrando per primo nella Danish American Football Federation Hall of Fame. Probabilmente per il gigante nordico, noto per la sua precisione nella trasformazione dei calci piazzati, diventare un idolo delle arene calcistiche non sarebbe stato nemmeno difficile.

Curiosa la storia, al contrario, di Paul McCallum, canadese, che lasciò la madre patria giovanissimo per cimentarsi nel gioco del calcio in Scozia, raggiungendo come massimo traguardo la terza serie scozzese. Poi, a 23 anni, il rientro a casa per siglare il primo contratto professionistico con la franchigia dei BC Lions. Da qui un peregrinare continuo fra Europa ed Oltreoceano, attraverso quattro leghe professionali diverse. Oggi, all’età di 46 anni, McCallum è ancora un validissimo kicker vestendo la casacca dei Lions.

Dawn Burrell, dall’atletica leggera a chef di grido

Dalle pedane del salto in lungo alla cucina, il passo è breve, come dimostra Dawn Burrell, atleta USA degli anni Novanta e sorella del più celebre Leroy, velocista sui 100 metri ed ex detentore del record del mondo di specialità.

Da saltatrice Dawn non seppe conquistare allori olimpici: la sua spedizione a Sidney 2000 la vide infatti tornare a mani vuote, con un misero 10° posto finale. Ma pochi giorni dopo, il piazzamento d’onore alle Finali del Grand Prix IAAF fecero intravedere il futuro luminoso. L’anno seguente infatti l’atleta nata a Philadelphia trionfò nel Mondiale Indoor di Lisbona con la misura di 7.03 metri

La sfortuna però volle accanirsi contro l’allora 27-enne americana: una lesione al ginocchio la costrinse ad interrompere la carriera e a cambiare presto vita.

Le premesse erano sicuramente buone, in quanto si disimpegnava con discreti successi anche nei 100 metri piani e ad ostacoli. Inoltre la misura che le diede l’oro a Lisbona costuì la sua miglior prestazione, indice di continui miglioramenti.

All’aperto invece il suo primato personale fu di 6,98 metri, misura ottenuta nel meeting di Stoccolma dell’agosto 2000.

Smessi i pantaloncini da atleta, ora Dawn si cimenta dietro i fornelli: è infatti Chef nonchè proprietaria di un compagnia di catering con base a Houston, Simply Delicious, che è specializzata nell’utilizzare soltanto ingredienti freschi e di stagione dal sapore internazionale. Presso il suo sito internet eatsimplydelicious.com si possono anche leggere le sue ricette. Inoltre è apparsa come concorrente nella serie tv americana Cutthroat Kitchen nell’episodio “Fowl Play”.

Guglielminpietro: dal derby di Milano al goal di mano

Vestì e disputò il Derby di Milano con entrambe le maglie di Milan ed Inter il centrocampista offensivo Andres Guglielminpietro, lasciando tracce più o meno positive del suo passaggio in Italia.

Nato a San Nicolás il 10 aprile 1974, cittadina facente parte della grande provincia di Buenos Aires e famosa per aver dato i natali ad Omar Sivori, si rivelò nelle fila del Gimnasia La Plata dove, dopo quattro stagioni, passò al massimo campionato italiano, acquistato dal Milan per la cifra di 10 miliardi di lire. I primi tempi, alle dipendenze del tecnico Zaccheroni, paiono difficili. Tanta panchina e qualche sporadica apparizione poi, il cambio di modulo gli spalanca le porte dell’undici titolare. Segna nel gennaio 1999 il suo primo goal in Serie A contro il Perugia, ripetendosi poi, casualmente, proprio contro gli umbri nell’ultimo turno che darà lo scudetto ai rossoneri in un pomeriggio caldo.

Lo scudetto milanista sembrò il viatico per una luminosa carriera a San Siro; tuttavia nei due anni successivi poche presenze in campo e nell’estate del 2001 venne scambiato niente di meno che con Andrea Pirlo nell’ambito di una trattativa di mercato con l’Inter. Il biennio nerazzurro sarà macchiato dallo scudetto perso sul filo di lana all’Olimpico contro la Lazio.

Smessi i panni da calciatore a soli 32 anni, si è subito dedicato alla panchina. Dopo essere stato assistente del “Cholo”  Simeone quando quest’ultimo mosse i primi passi in patria allenando Estudiantes e River Plate, rimasto “orfano” dell’attuale tecnico dell’Atletico Madrid, ha diretto squadre di caratura “modesta” come il Club Atletico Douglas Haig ed il Central Córdoba.

Di doppio passaporto, essendo di origine italiana, ha spesso fatto ammattire i cronisti che dovevano nominarlo tanto che il diminutivo ‘Guly’ o ‘El Guly’ è stato il modo più facile per identificarlo sul terreno di gioco.

All’inizio di carriera era attaccante, poi Carlos Timoteo Griguol, che diresse anche il Betis Siviglia, lo ha convertito al ruolo di centrocampista destro.

Curioso il debutto in nazionale: in un’amichevole contro l’Olanda ad Amsterdam, entrò nella ripresa al posto di Ortega. Dopo appena trenta minuti, il ct Marcelo Bielsa lo sostituì in favore di Hernan Crespo, fatto che lo portò ad un brutta reazione verbale nei confronti del “El Loco”. Tuttavia venne convocato per la Coppa America 1999. In totale l’esperienza con l’albiceleste durò appena sei gare.

Ha collaborato con un suo ex compagno di club, il connazionale Nelson Vivas, durante l’esperienza al Quilmes. Ha grande stima di Simeone, che ha definito “il miglior allenatore argentino.

Tra le sue esperienze calcistiche, un anno al Bologna, quando si rese protagonista di un episodio spiacevole: nel corso del match al Dall’Ara contro l’Udinese, realizzò la rete del vantaggio (poi finì 2-0) spingendo la palla oltre la riga bianca con la mano. Le vibranti proteste friulane non servirono a convincerlo nel confessare il “reato”, venendo poi smascherato da tutte le moviole tv.

Lasciò per fare ritorno in patria, dove con la maglia  del Boca Juniors trionfò nella Coppa Sudamericana. Il passaggio breve a Dubai con il Al Nasr, infine l’addio al calcio in patria con il club delle sue prime esperienze, il Ginmnasia La Plata nel 2006.

LE FRASI FAMOSE

“Ciò che mi interessava di più era riuscire a dimostrare di poter giocare a San Siro”
(Andres Guglielminpietro, centrocampista Milan)

“E’ il giocatore che sinora dà i migliori palloni al nostro centravanti”
(Adriano Galliani, Amministratore Delegato Milan)

Che fine ha fatto il “coniglio” Saviola

Lo chiamavano il coniglio, “El Conejo”, quando scendeva sul prato verde. Era questo il soprannome del calciatore argentino Javier Saviola, che si è distinto sul fine degli anni Novanta e, con molti alti e bassi, è rimasto sulla scena mondiale nel corso dei primi anni del Duemila.

Centrocampista avanzato, come  si è soliti dire oggi, un’ala secondo il termine canonico, Saviola ha vestito le maglie delle squadre più famose al mondo, avendo militato con Barcellona, Real Madrid, River Plate, Siviglia e Benfica, oltre ad aver indossato la casacca albiceleste della sua nazionale.

Il suo ritiro dal calcio giocato risale alla scorsa estate, e come buen retiro ha scelto il Principato di Andorra, il pcicolo stato cche si trova sui Pirenei dove svolge il ruolo di supervisore del settore giovanile del FC Ordino, compagine che milita nel massimo campionato andorrano.

Iniziata la carriera in patria, vestendo la maglia del mitico River Plate assieme ad un altro talento del calcio come Pablo Aimar, nel 2001 il Barcellona lo acquisto per la cifra record di 36 milioni di euro, con la speranza che ripetesse le gesta di un certo Diego Armando Maradona, che lo elesse a suo erede designato.

Il passaggio in Catalogna non fu dei più semplici, perché dopo aver aver conquistato il titolo mondiale Under 20 con la nazionale, la sua quotazione si impennò in maniera repentina. Sebbene valesse tanto oro quanto il suo peso, Saviola dovette scrivere una lettera ai giornali nazionali per poter convincere la dirigenza del River a dargli il via libera per l’Europa.

Lo sbarco in Spagna non è pari alle aspettative: sebbene raccolta 105 presenze con 44 reti in un triennio, i tecnici olandesi Van Gaal e Rijkaard non lo tengono in gran considerazione: il passaggio in prestito ai francesi del Monaco diventa obbligatorio per poter rivedere il campo da protagonista. Il rientro alla base dopo un anno è solo un passaggio di via per rimanere in Spagna, dove con la maglia del Siviglia conquista la Coppa Uefa nella primavera 2006.

Il 2006-07 sembra essere la sua consacrazione al Barcellona, dove però sta spuntando la stella di Leo Messi, che praticamente lo costringe a fare le valigie l’anno successivo, quando, a parametro zero, passa agli arci-rivali del Real Madrid. Qui sarà il tecnico tedesco Schuster a tenerlo lontano dalle folle; in un biennio solo 17 misere presenze (4 reti) lo convincono a rifare le valigie, emigrando in Portogallo al Benfica, dove viene nominato miglior giocatore del torneo nel 2009-10.

Poi il pellegrinaggio riprende: un anno al Malaga, poi in Grecia con l’Olympiakos, infine l’approdo in Italia con il Verona, dove in una stagione, con sole 15 presenze (1 goal) riesce a mostrare ancora lampi della sua classe. Infine il rientro in patria, nel ruolo di profeta al suo amato River Plate, con cui conquista nel 2015 la Coppa Libertadores. All’inizio del 2016, decide di abbandonare il calcio giocato ed appunto, si trasferisce nella tranquilla Andorra.

Tra le note curiose, il fatto di aver giocato in Champions League con ben 5 squadre diverse, Barcellona, Monaco, Real Madrid, Benfica e Malaga. Ha disputato una sola Coppa del Mondo, Germania 2006, dove ha raggranellato 3 presenze ed una rete contro la Costa d’Avorio. In totale sono state 40 le sue apparizioni con l’Argentina, con 11 reti al suo attivo.

Vinse l’oro alle Olimpiadi del 2004 ad Atene  e viene inserito da Pelé nella lista dei FIFA 100.

Perchè il soprannome “il coniglio”

Il diminutivo “El Conejo” (il coniglio) venne attribuito a Saviola da giovanissimo quando militava nel River Plate. A chiamarlo così fu Germán el ‘Mono’ Burgos, l’attuale assistente di Pablo Simeone all’Atletico Madrid, che glielo appioppò per via della dentatura, i due incisivi abbastanza pronunciati e la velocità con cui era solito toccare il pallone per volare via dalla marcatura degli avversari.

Dereck Redmond, l’atleta che terminò la gara con l’aiuto del padre

Quando un medico, nel 1994, gli disse che non avrebbe più potuto praticare nessuno sport a livello professionistico, Dereck Redmond, specialista dei 400 metri non volle dargli retta. Infatti Dereck aveva già al collo due medaglie d’oro nel corso della sua carriera, ottenuta nella staffetta 4×400 con la maglia della Gran Bretagna agli Europei 86 ad ai Mondiali 87.

Gli mancava invece il grosso successo individuale, sui 400 metri piani ma sempre la sfortuna ci aveva messo lo zampino, vedi i numerosi infortuni e le operazioni chirurgiche, ben 8, a cui si era dovuto sottoporre. Ed i Giochi Olimpiadi di Barcellona 92 erano l’occasione giusta: vinta la batteria in scioltezza, si presentò ai blocchi di partenza della semifinale sicuro di strappare il pass per la finale e poi se la sarebbe giocata alla pari con tutti.

Allo sparo partì regolarmente quando il sogno si spezzò, nemmeno a metà del mezzo giro di pista: il bicipite femorale della gamba destra si era strappato, come un coltello che affonda nel burro. L’inerzia lo spinse ancora qualche metro più avanti, ma poi il dolore divenne talmente intenso che solo saltellando su di una gamba poteva proseguire.

Fermatosi nella corsia, alle sue spalle spuntò un uomo, che evitato ogni intervento ella sicurezza, lo raggiunse: era suo padre , che cercò in tutti i modi di trattenerlo dal continuare, per non rendere ancor più grave l’infortunio.

Ma il figliolo non ne voleva sapere: era arrivato fino alle Olimpiadi, e nulla lo avrebbe fermato dal tagliare quel nastro immaginario che tutti gli atleti, quando calcano la spinta, desiderano ardentemente superare.

E così, appoggiatosi alla spalla del padre, passò sul traguardo, facendo esplodere lo stadio in un’ovazione. Il guaio muscolare però fu troppo serio: Redmond dovette concludere anzitempo la carriera. A nulla infatti valsero i tentativi medici e decise di passare al basket prima,ed il rugby dopo, arrivando alle soglie del professionismo.

Questo incidente è diventato uno dei momenti da ricordare nella storia delle Olimpiadi ed è stato oggetto di uno dei video “Celebrate Humanity” del Comitato Olimpico Internazionale. Le stesse immagini sono state utilizzate anche in una pubblicità della Visa come esempio dello Spirito Olimpico ed in uno degli spot “Courage” della Nike nel 2008.

Oggi è co-proprietario della scuderia Splitlath Redmond che partecipa alla Superbike Britannica e svolge la professione di motivatore, proprio sull’onda emotiva di ciò che accadde quel pomeriggio di luglio sulla pista catalana.

Lo speaker più famoso della Boxe: Michael Buffer

Chi è lo speaker più famoso della storia della boxe: conosciamo Michael Buffer, vera icona del ring

Assistere ad un incontro di boxe, live o semplicemente in tv, può essere uno spettacolo inimmaginabile: tanti hanno in mente l’atmosfera raccontata dai film di Sylvester Stallone nei panni di Rocky. Ricchezza, donne ingioiellate o in visone, appassionati con cappelli classici come tube e bastoni da passeggio, per poi salire i gradoni più in alto dove sono appollaiati fans scatenati di uno o dell’altro pugile.

Nato il 2 novembre 1946 a Philadelphia, Pennsylvania, Michael Buffer è sicuramente noto per il grido di battaglia con cui presenta i più importanti incontri di boxe e la frase“Let’s Get Ready to Rumble!”, che “partorì” nel 1984 è decisamente un valore aggiunto. Ebbene tale frase ha ottenuto il riconoscimento di marchio originale a partire dal 1992, il che gli ha permesso di generare un valore, come fosse un marchio d’azienda, pari alla ragguardevole cifra di 400 milioni di dollari. Il suo compenso per una riunione di boxe può sfiorare il milione di dollari.

prima di diventare una star con il microfono in mano, Buffer svolse diversi lavori, fra cui anche il venditore d’auto. All’età di 32 anni si avviò alla carriera di modello ed a 38 invece il talento sboccò, iniziando a salire sui ring della boxe.

Nel 1983, entrò a fa parte della scuderia di Bob Arum per la ESPN. Poco dopo anche il mondo del wrestling lo vide scritturato. La sua collaborazione si è poi estesa negli anni ad altri sport professionistici americani, quali baseball, football, basket ed hockey su ghiaccio.

Come nacque la frase che lo ha reso celebre

E’ stato lo stesso Michael a rivelarlo: “Mio figlio era un grande appassionato di sports ed un giorno accadde che mi disse, – Papà dovresti farlo (l’annunciatore) ! – e così pensai, “Beh, non sarebbe una brutta idea. Potrebbe essere divertente”. E da li iniziò una carriera che dopo trent’anni lo vede ancora al centro del quadrato.

Vita privata

Sposatosi una prima volta all’età di 21 anni, il divorzio arrivò dopo soli sette anni, mentre era diventato padre di figli. Dopo ben più di 25 anni si risposò nel 1999 e stavolta il divorzio fu ancora più rapido, essendo passate appena quattro “stagioni”.

Ma Buffer non aveva intenzione di placare il suo fascino: il 13 settembre 2007, ospite del noto programma televisivo The Tonight Show condotto da Jay Leno, propose alla sua attuale terza moglie, Christine Prado, di convolare a nozze. Attualmente risiede nel sud della California. Suo fratello (da parte di padre) Bruce è uno degli speakers più famosi nel mondo delle arti marziali, in particolar modo dell‘Ultimate Fighting Championship. Entrambi sono nipoti del pugile Johnny Buff.

Nel 2008 Buffer si è dovuto sottoporre alle cure mediche per sconfiggere un cancro alla gola.