A quale etnia appartiene Klay Thompson ?

Klay Thompson non è solo l'”altro” dei Splash Brother: la stella dei Golden State Warriors non può essere infatti essere ritenuto il semplice comprimario di Stephen Curry nella squadra dei  sogni californiana che si è appena ripresa l’anello NBA, dopo la delusione della finale 2016.

Thompson, che ha al suo attivo numerose partite con 10 o più triple realizzate in una sola gara, garantisce concretezza e, come in ogni “coppia” anche sportiva che si rispetti, se al suo compare la serata sta girando storta, può sempre pensarci lui con la parabola mortifera.

Ma torniamo ad analizzare la questione con cui abbiamo titolato questo post.

Da quale etnia discende Klay Thompson?

La risposta potrebbe interessare per capire e comprenderne le qualità atletiche oppure per utilizzare negli articoli o nei post sui social il termine corretto per indicarlo, come quando si dice italiano o tedesco per identificare la nazionalità di un atleta. Allora per poter rispondere correttamente diventa  necessario ripercorrere l’albero genealogico della sua famiglia.

Mychal, padre di Klay, fu anch’esso un giocatore NBA. E fin qui continua ad essere”gemello” di Stephen Curry, anch’esso figlio d’arte.

Mychal Thompson fu addirittura la scelta numero uno del Draft 1978, primo straniero a conquistare tale posizione. Straniero perché? Semplicemente perché il padre nacque a Nassau, Bahamas!!! E, nonostante il “pesante” numero uno sulle spalle, non sempre indice di una luminosa carriera, Mychal giocò per ben 14 stagioni tra i professionisti americani, iniziando la carriera con Portland Trailblazers (8 stagioni), San Antonio Spurs (una sola annata) ed infine andando a vincere con i Los Angeles Lakers due titoli in sequenza (1986-87, 1987-88).

Ora, secondo i criteri che vengono utilizzati in America, “Black Americans” significa sempre “African-Americans” al secolo afroamericano, ma non sempre è vero, perchè negli States vi sono persone “Black” che vengono dai Caraibi e non dal continente africano come appunto Mychal Thompson.

E non è raro che i caraibici-americani preferiscano non essere identificati nella categoria “Black American” per diverse ragioni.

E cosa sappiamo della madre di Klay Thompson?

Prima di contrarre matrimonio con Mychal, era nota come signorina Julie Leslie e vantava un buon pedigree sportivo, essendo stata giocatrice di pallavolo ai tempi in cui frequentava l’Università di San Francisco. Al liceo inoltre, quando abitava nello stato di Washington State, si destreggiava assai bene anche in atletica leggera.

E senza indagare sulla paternità ed altre amenità che non ci riguardano, è possibile ripercorrere le informazioni sull’etnia della madre studiandone il cognome. Leslie è di origine scozzese, e tale cognome risale addirittura al 1067!!!

Essendo la Scozia molto tradizionalista, è facile infatti trovare negli annali ogni informazione circa la stirpe. Ebbene il primo Leslie venne rintracciato nell’Aberdeenshire (dal gaelico: Siorrachd Obar Dheathain), una regione storica del paese, che oggi non è altro che  la contea di Aberdeen, sita nella regione Grampiana, così denominata dal 1975 fino al 1996. Ad aggiungere nobiltà al cognome, in tale parte del paese sono molte le famiglie che si chiamano tuttora Leslie e le  leggende dicono che le origini possono essere fatte  risalire a Bartholomew Leslyn, figlio di Walter di Leslyn, un cavaliere fiammingo che accompagnò la Regina Margherita quando arrivò per sposare Re Malcolm di Scozia nel 1067.

Marito e moglie Thompson

Leslie dunque ha una storia che risale addirittura agli albori della Vecchia Europa. Ma il dubbio non lo abbiamo ancora risolto.

A quale gruppo etnico appartiene Klay Thompson?

Considerando che il padre ha origini afro-caraibiche e la madre è invece chiaramente “identificabile” come europea, Klay, ed i suoi due fratelli Trayce (giocatore di baseball con i Los Angeles Dodgers) e Mychel (visto con la maglia di Varese nel 2016), sono di etnia mista. Sebbene dunque tanti possano utilizzare semplicemente la perifrasi “Misto Bianco e Nero”, non è l’identificazione razziale che ne fa una buona o cattiva persona. Anzi, è solo un modo per complicare la questione, dato che gli States, da oltre un secolo, sono uno dei paesi con il più alto tasso di etnie miste e nazionalità, e soprattutto la multiculturalità è un segno dei tempi, con cui ci confrontiamo sempre più, nel rispetto reciproco.

 

Basket NBA: il giocatore che ha disputato più finali

Giocare la finale NBA è un vanto per pochi, ancora meno per chi può mettere l’anello al dito della vittoria nel campionati di basket più importante al mondo. e quando diventa consuetudine arrivare all’atto ultimo, allora le porte della Leggenda si aprono automaticamente.

E’ Bill Russell il giocatore a detenere il primato di apparizione nelle Serie Finali: attenzione, non stiamo parlando di partite di finale giocate, quanto di Finals raggiunte. Ed il centro americano degli Anni 50-60 detiene il primato con ben 12 Serie finali disputate, di cui ben 11 vinte!!!!

Tanto per rendere l’indea della grandezza del personaggio, è utile ricordare che al momento vi sono sette franchigie che non sono mai nemmeno arrivate all’evento clou del basket americano (tra parentesi anno di ingresso nella NBA), ovvero Charlotte Hornets (2004), Denver Nuggets (1976), Los Angeles Clippers (1970), Memphis Grizzlies (1995), Minnesota Timberwolves (1989), New Orleans Pelicans (1988)
Toronto Raptors (1995).

Ed a voler aggiungere elementi al suo già noto spessore, Russell giocò 13 stagioni in NBA, sempre e solo con i Boston Celtics, perdendo una sola finale e non riuscendo a portare la squadra in finale soltanto in un’occasione, nel 1967.

Russell detiene inoltre il record per il maggior numero di campionati vinti in una lega nordamericana; il solo atleta ad aver pareggiato questo record è Henri Richard, stella dell’hockey su ghiaccio NHL con i Montreal Canadiens.

In totale ha disputato 70 partite di Finali, una media stratosferica di 5.8 per ogni annata, merito anche del fatto che in ben 5 occasione i suoi Celtics arrivarono a gara-7.

Di seguito la classifica All-Time

FinalsGiocatoreSquadra/e (Periodo)
12Bill RussellBOS (’57-’69)
11Sam JonesBOS (’58-’69)
10Kareem Abdul-JabbarMIL, LAL (’71-’89)
9Jerry WestLAL (’62-’73)
9Magic JohnsonLAL (’80-91)
9Tom HeinsohnBOS (’57-’65)
8Elgin BaylorMNL, LAL (’59-’70)
8Frank RamseyBOS (’57-’64)
8John HavlicekBOS (’63-’76)
8K.C. JonesBOS (’59-’66)
8Michael CooperLAL (’80-’89)
8Tom SandersBOS (’61-’69)

Lakersland, dove il mondo è solo LA-gialloviola

Se il basket ti porta Oltreoceano, non puoi che tifare Los Angeles Lakers: non è un’equazione corretta e tanti appassionati, solo a leggerla, storcerebbero sicuramente il naso. Ma per chi vede la palla a spicchi a “tinte giallo viola”, la città delle stelle significa solo e soltanto gli amati “Lacustri”. E in Italia una della pagine più attive nel mondo di Internet e dei social è sicuramente LakersLand, il luogo dove l’amore per i losangelini è viscerale.

Per conoscere più a fondo il mondo Lakers italiano, abbiamo intervistato Alan Di Forte, noto su Lakers forum con il nick Tony Brando, uno fra i curatori della pagina e che gentilmente, a nome dei ragazzi della redazione, ha voluto “spiegarci” la passione Made in California.

 

Perché e come nasce l’amore per i Lakers?

Parlo ovviamente per me stesso, perché ognuno ha avuto il suo percorso. Personalmente da bambino ero molto attratto dal giallo e dal viola, vedere quei colori sulla maglia di una squadra mi portò immediatamente alla simpatia, pur non seguendo ancora la pallacanestro; poi la vicenda di Magic Johnson con l’annuncio della sieropositività, ha aumentato l’empatia verso questa franchigia. Una volta scoppiato l’amore per il basket, quello per i Lakers è cresciuto di pari passo.

 

Quanti siete (more or less), come vi organizzate per seguire la stagione; esistono incontri in Italia con fans di altre franchigie americane?

Gli  iscritti alla piattaforma sono più di 800, ovviamente un dato che comprende tutti gli iscritti in dieci anni di storia. In genere il traffico quotidiano vede attivi una cinquantina di utenti, se c’è qualcosa di grosso in ballo (come l’avvicendamento di tutto il front office nello scorso febbraio), si toccano tranquillamente i 200 utenti attivi nel forum. Il modo di seguire la stagione è cambiato radicalmente negli anni con l’avanzare delle tecnologie e i mezzi a disposizione: fino a sei anni fa facevamo i recap di ogni partita scrivendoli in diretta; appena finita la gara erano online, con uno sforzo enorme da parte di tutti i membri della redazione. Oggi sarebbe perfettamente inutile, con le varie app tra cui Nba Game Time tutto è disponibile in tempo reale, highlights compresi, per cui apriamo semplicemente un topic nel quale commentare tutti insieme la gara in diretta e il giorno dopo. Oggi principalmente facciamo articoli di approfondimento senza una periodicità prestabilita, lasciando in disparte la mera cronaca. Abbiamo fatto molti raduni Lakersland negli anni sia a Milano che a Roma, l’ultimo è di due anni fa; non si può nascondere che il periodo non troppo felice dei Lakers non aiuti in questo senso J. Sono sempre eventi molto coinvolgenti, con belle sfide sui playground e poi a tavola…beh, si continua!!! Con tifosi di altre franchigie al momento non ci siamo mai incontrati ma potrebbe essere divertente.

 

Quali sono ad oggi le emozioni più forti che avete provato tifando giallo-viola.

Anche qui, parlando a titolo personale, essendo nato nel 1984 devo mettere da parte tutta l’epoca dello Showtime: la vittoria in gara-7 con Portland nelle finali di conference del 2000 è stata una grande emozione. Dopo una stagione da 67 vittorie sembrava stesse tutto per svanire con quel -15 di inizio ultimo quarto, all’alley-oop di Kobe per Shaq la gioia è stata liberatoria, erano chiaramente le vere finali quell’anno e ci siamo sentiti davvero vicini a questo benedetto titolo che mancava da dodici anni. In generale i ricordi delle nottate in diretta durante i playoff sono i più dolci, veder nascere la leggenda di Bryant nel supplementare a Indianapolis in gara-4 del 2000 è un ricordo che, credo, tutti porteremo nel cuore. Ma se ne devo scegliere uno che sono sicuro unisce tutta la redazione, prendo gara-7 con i Celtics nel 2010, che vedemmo insieme in diretta proprio noi della redazione (la parte romana n.d.r), e soffrire, disperarsi e gioire: tale condivisione rimarrà per sempre nei nostri cuori.

 

Dacci la Top Ten dei giocatori che vi son rimasti nel cuore.

Domanda difficile perché ognuno nella redazione ha le sue preferenze, credo di non sbagliare se dico che Magic Johnson è nel cuore anche di chi non lo ha mai visto giocare; stesso discorso per Jerry West (visto anche quanto fatto da dirigente) e Abdul-Jabbar; la nostra generazione poi è cresciuta con Kobe, almeno io l’ho vissuto dalla sua prima partita all’ultima e per lui il posto nei sentimenti sarà sempre speciale. Poi si passa alle scelte un po’ più personali, parlando solo di quelli vissuti direttamente: Lamar Odom, Robert Horry, Derek Fisher, Pau Gasol, Rick Fox. Ok, mettiamo pure Shaq anche se dal mio punto di vista mi sono piaciute poco le modalità con le quali andò via dai Lakers, devo dire che ci ho messo più di dieci anni per “fare pace”.

 

Ora voglio provocare, la Top Ten dei giocatori peggiori visti in maglia Lakers.

Al primo posto sicuramente Steve Nash, già l’ho sopportato poco per aver derubato Bryant di un trofeo di Mvp, se poi ci aggiungiamo la fallimentare esperienza in gialloviola e quanto i Lakers diedero via per prenderlo. Sarebbe invece ingeneroso citare tutta quella serie di panchinari che avevano solo il compito di dare una mano in allenamento e sostenere i ragazzi durante la partita, quindi andiamo con quelli che più hanno deluso le aspettative con le quali erano stati presi: Dwight Howard, Isiah Rider, Gary Payton, Matt Barnes. A questi aggiungiamo Robert Sacre perché è stato comunque troppo… E fermiamoci qui per non essere troppo cattivi…

 

Quale italiano potrebbe vestire la maglia dei Lakers, sia sotto l’aspetto tecnico che caratteriale?

A voler fare una battuta direi tutti, visto lo stato attuale dei Lakers. Seriamente credo che i due italiani in Nba, Belinelli e Gallinari, potrebbero tranquillamente giocare con la casacca gialloviola. Idem Melli. E voglio citare anche Gigi Datome perché, soprattutto a livello caratteriale, è un giocatore di grande spessore e averlo in squadra non può che fare bene.

 

La passione per LA si estende anche alle altre franchigie sportive della città?

Personalmente no, non sono un grande appassionato degli sport americani. Ma in redazione, e sul forum intero, esiste e vive una grande simpatia per i Dodgers. Il football è arrivato da troppo poco e in molti avevano già tempo una franchigia del cuore, prendere e cambiare simpatie non ha senso.

 

Raccontaci dei vostri viaggi Oltreoceano per seguire i Lakers.

Nel corso degli anni i singoli membri della redazione sono andati diverse volte in “pellegrinaggio” a Los Angeles, a volte da soli, a volte in due, a volte quattro-cinque, come capitato al sottoscritto nel 2013 al mio secondo viaggio. Senza entrare nel merito delle partite viste (personalmente ho avuto la fortuna di assistere a due quarantelli clamorosi di Kobe in altrettante vittorie, tra l’altro), quello che credo tutta la redazione sia concorde nel dire è l’incredibile emozione che si prova la prima volta che si mette piede allo Staples Center. Entrare lì, vivere la partita, l’avvenimento, visitare i locali adiacenti il palazzo, toccare con mano tutto quello che hai sempre visto in televisione e che magari crescendo hai solo sognato senza credere si potesse mai concretizzare un’occasione del genere, è unico. Ti fa sentire di stare nel posto più bello del mondo, per il semplice fatto che è uno dei pochi momenti nei quali vivi davvero la sensazione di aver realizzato un sogno, e non capita certo tutti i giorni.

 

Come vedete la prossima stagione dei losangelini?

E’ inutile nascondere che veniamo dai quattro peggiori anni della storia della franchigia. I cambiamenti radicali avvenuti nel front office a febbraio si erano oramai resi indispensabili, ma ora riponiamo la speranza che Magic e Pelinka possano riportare in alto la franchigia. La fortuna ci ha assistito per il terzo anno in fila, regalandoci un’altra pick n°2 al draft, che credo verrà spesa per Ball perché non penso si concretizzeranno ipotetici scenari di trade. Sul mercato dei free agent non saremo appetibili anche questa estate e Magic lo ha candidamente ammesso con onestà, se non altro scongiurando il pericolo delle scorse off season quando per aspettare obiettivi irrealizzabili si sono perse delle grandi occasioni (Isaiah Thomas su tutti). Quindi tutto quello che dobbiamo fare è sperare che i nostri giovani vengano messi nella condizione di esprimersi al meglio e sviluppare il proprio potenziale dal momento che si è deciso di investire su di loro. A prescindere dal numero di vittorie, che sarà per forza di cose basso anche quest’anno, una crescita dei ragazzi e di coach Walton sarebbe sicuramente un buon punto di partenza per iniziare a costruire un futuro più roseo.

Trash-talking: cosa significa, cosa è l’arte dell’insulto nella NBA

Cosa è esattamente il Trash-talking: dire parolacce nei confronti di una persona, sebbene avversario, non pare il tipico atteggiamento sportivo di cui vantarsi; tuttavia nel mondo professionistico americano, da cui trae origine il termine, risulta essere importante tanto quanto segnare una tripla, prendere un rimbalzo o smazzare un assist.

Obbiettivo di chi usa parole forte nei confronti dell’avversario è di intimidirlo, facendogli perdere la concentrazione opportuna, più che semplicemente umiliarlo. E’ infatti utilizzata nel corso del match, per minarlo nel morale e, grazie alla lingua inglese, le frasi utilizzate sono spesso figurative, con  giochi di parole e prese in giro.

La tecnica nacque però nella boxe ed a  definirla nei modi fu il grande campione Muhammad Ali e da allora è diventato comune per gli sportivi di altissimo livello di ogni disciplina l’utilizzo di questa pratica per intimidire, infastidire o irritare l’avversario in modo da costringerlo a sbagliare. A livelli dilettantistici è invece generalmente sconsigliato e malvisto, soprattutto nei campionati giovanili.

In campo NBA poi, il trash-talking è diventato una forma di gioco, una vera e propria guerra psicologica che alcuni giocatori attuano sulle loro vittime occasionali. I giocatori più abili in tale specialità sanno essere costanti e ripetitivi nel colpire l’avversario prescelto, quasi si trattasse appunto di un incontro di pugilato dove i colpi non vengono risparmiati.

Ovviamente sono le madri e le mogli/fidanzate ad essere l’oggetto delle attenzioni durante i 48 minuti: poi, il compito dei direttori di gara, appena entrano in gioco, risulta sempre sul versante della sanzioni, con falli tecnici ed espulsioni comminate a go-go.  Una delle possibile spiegazioni di tale comportamento risiede nella umili origini dei giocatori di basket. Nati, la maggioranza nei quartieri poveri delle grandi città e cresciuti sui playground dove ci si gioca l’orgoglio (oltre ai soldi in qualche caso), vincere significa essere rispettati ed ogni mezzo vale la vittoria.

Potendo fare un ranking virtuale, sicuramente trovato posto campioni del calibro di Michael Jordan, LeBron James, Kevin Garnett, Paul Pierce e Kobe Bryant mentre Larry Bird, sebbene provenisse da una famiglia contadina ma di sane origini, dovette crescere nel campetto di casa con i due fratelli più grandi ed allora….

Tanti gli episodi che si possono citare fra i quali spiccano:
la gara dei tiri da tre punti all’All Star Game del 1986, dove esordì con la frase (rivolta agli sfidanti) «Vi sto guardando per capire chi arriverà secondo», per poi vincere la gara;
durante una partita tra Boston e Philadelphia, in cui Bird segnò ben quarantadue punti e Doctor J solo sei, gli ricordava dopo ogni canestro quanti punti aveva segnato lui e quanti Julius. Bird fece innervosire così tanto Erving che il tutto sfociò in rissa e i due finirono entrambi espulsi.

Altro grande provocatore era Dennis Rodman, il quale, oltre al suo modo di giocare molto fisico, parlava molto in campo, offendendo tutta la famiglia dei suoi avversari e le loro capacità sessuali. Divennero famosi gli insulti con Karl Malone, che sfociarono in un incontro di wrestling pubblicizzato dalla WCW.

Altro “specialista” era Danny Ainge, famoso per parlare e offendere in un modo così preciso che rendeva quasi impossibile tirare un tiro libero.

Poi l’introduzione della tecnologia ha fatto nascere  le sfide ben prima della palla contesa d’inizio gara, tanto che la NBA ha dovuto adattare il proprio regolamento contro tali evenienze.

Tra le frasi di Barkley, una diretta A.C. Green, noto per la sua forte credenza religiosa: “Se Dio è davvero così buono, perchè non ti ha dato un tiro in sospensione degno di questo nome?”. Anche Timmy “Bug” Hardaway si sente un grande Trash Talker: “Se qualcuno mi segna in faccia io sono in grado di prendere la palla, segnare in due o tre modi diversi e poi spiegargli che è impossibile fermarmi. Provare per credere”.

E per concludere, riportiamo una frase di Metta World Peace, al secolo Ron Artest, che ha ben chiaro chi sia il campione in tale categoria: “Paul Pierce è l’unico rimasto, è il migliore, io non ho mai fatto trash talker, contro di lui erano scontri molto competitivi, amo Paul Pierce, amo giocare contro di lui, è così difficile giocare contro di lui è veramente dura”.

NBA 2016-17: la prima stagione senza licenziamenti dal 1964

Terminata la stagione regolare della NBA 2016-17, la principale curiosità consiste nella serie di records stabiliti. Rimanendo sul campo, domenica scorsa Westbrook ha realizzato il primato di triple doppie che era detenuto da Oscar Robertson da più di 50 anni, risalente alla stagione 1961-62.

Oltre al record individuale, è stato battuto anche il numero di triple-doppie stagionali complessive: la cifra di 78 registrata nella stagione 88-89 è ampiamente superata dalle 115 di quest’anno. Stephen Curry ha poi messo a segno ben 13 triple in un match, fra l’altro.

Ma il primato più curioso realizzato ha a che vedere con l’area tecnica: infatti, a distanza di più di 50 anni (1963-64), si è registrata un’intera stagione senza tecnici licenziati. Ovvero, più semplicemente, tutte le franchigie hanno iniziato e terminato la stagione regolare con lo stesso head coach.

Il primato assume ancora più valore se si pensa che in quell’epoca la NBA contava unicamente 9 squadre mentre ora sono ben 30 le franchigie !!!

Gregg Popovich, Erik Spoelstra e Rick Carlisle sono gli allenatori che vantano la permanenza maggiore sulla medesima panchina. Tuttavia, non per tutti sarà una pacchia la prossima annata. Saranno infatti diversi i cambi tecnici, primo fra tutti Jeff Hornacek dei New York Knicks che  ben difficilmente rimarrà nella Grande Mela nella stagione 2017-18.

Bobby Martin: l’americano che vide il Ku Klux Klan nella Settimana Santa di Murcia

Raccontare la storia di un giocatore di basket di colore, nel periodo pasquale, può non avere particolari aspetti curiosi. Ma se il cestista scambia un gruppo di fedeli per degli adepti del Ku Klux Klan, allora vale la pena di capirne un pò di più.  Bobby Martin, questo il nome del personaggio, era un pivot americano che militò nella CBA (la lega alternativa alla NBA) ed in Europa a cavallo fra gli Anni Novanta ed il Duemila.

Nato ad Atlantic City, New Jersey, il 18 agosto 1969, crebbe come giocatore all’Università di Pittsburgh, debuttando come professionista nella CBA per i Quad City Thunder. Nel 1994 il suo sbarco in Europa, con la divisa del Murcia. Poi il salto di qualità al Baskonia. Breve permanenza e viene dirottato in Turchia, nella piccola compagine dell’Izmir. Tuttavia è soltanto nel 1997 che veste una maglia prestigiosa, la camiseta blanca del Real Madrid, per poi continuare a fare avanti ed indietro con l’Oceano. MOlto parco il suo palmares, che lo vede trionfare soltanto una volta, con il titolo della CBA, non prestigioso quanto l’anello NBA.

Ritiratosi nel 2005, dopo aver giocato per l’Unicaja Malaga, fece rientro negli States dove da allora ha iniziato la carriera di allenatore personale per giovani talenti che vogliono affacciarsi al mondo dorato del basket professionistico. Per Bobby poi, si tratta di un tentativo di rivincita, in quanto non venne mai inserito in alcun draft.

Il suo miglior prodotto attualmente, Lavoy Allen, è infatti un professionista che milita negli Indiana Pacers dopo aver iniziato con la franchigia dei Philadelphia 76ers.

Ma qual’è il curioso aneddoto pasquale? Beh, in occasione della sua prima esperienza iberica, a Murcia, nel periodo della Settimana Santa, venne a contatto con un processione. I fedeli, incappucciati come da classico rito di alcune zone della Spagna, vennero scambiati da Martin per appartenenti alla setta razzista di alcuni stati del Sud degli States del Ku Klux Klan.

In Spagna la sue medie parlavano di 11.1 pp, 8.4 rimbalzi ed una valutazione pari a 14.8.

Sempre a Murcia, ebbe due “incidenti” con lo stesso compagno di squadra, Jordi Soler. In un’occasione, le due teste si scontrarono durante una partita a Valladolid e Soler ebbe la peggio, con un trauma cranico che gli provocò un attacco epilettico.

Il secondo invece fu più grave. In un match casalingo, durante un time-out, ebbe un litigio con lo stesso che superò ogni limite. Martin infatti lo colpì con un pugno allo stomaco e Soler stramazzò a terra, contorcendosi dal dolore. Reazioni? Nessuna, almeno da parte dei compagni di squadra e dell’allenatore che proseguirono come se nulla fosse.

Anche suo figlio Bobby jr ama il basket, tanto da praticarlo. Il tempo dirà se diventerà un fenomeno a “stelle e strisce”.

Vanta la presenza con la maglia degli Stati Uniti nel campionato panamericano nel 1993, vincendo l’oro nella finale contro Portorico.

IL SUO CURRICULUM

High School. Atlantic City, New Jersey.
1987-91 NCAA. Universidad de Pittsburgh.
1991-94 CBA. Quad City Thunder.
1994-96 ACB. CB Murcia.
1996-97 ACB. Taugrés Vitoria.
1997-98 Liga de Turquía. Tuborg Izmir.
1997-98 CBA. Rockford Lightning.
1997-99 ACB. Real Madrid.
1999-00 CBA. Rockford Lightning.
2000-01 CBA. Quad City Thunder.
2000-01 ACB. Canarias Telecom.
2001-02 ACB. Breogán Lugo.
2002-03 ACB. Cáceres CB.
2003-04 ACB. Joventut de Badalona.
2004-05 ACB. Unicaja Málaga.