NBA 2016-17: la prima stagione senza licenziamenti dal 1964

Terminata la stagione regolare della NBA 2016-17, la principale curiosità consiste nella serie di records stabiliti. Rimanendo sul campo, domenica scorsa Westbrook ha realizzato il primato di triple doppie che era detenuto da Oscar Robertson da più di 50 anni, risalente alla stagione 1961-62.

Oltre al record individuale, è stato battuto anche il numero di triple-doppie stagionali complessive: la cifra di 78 registrata nella stagione 88-89 è ampiamente superata dalle 115 di quest’anno. Stephen Curry ha poi messo a segno ben 13 triple in un match, fra l’altro.

Ma il primato più curioso realizzato ha a che vedere con l’area tecnica: infatti, a distanza di più di 50 anni (1963-64), si è registrata un’intera stagione senza tecnici licenziati. Ovvero, più semplicemente, tutte le franchigie hanno iniziato e terminato la stagione regolare con lo stesso head coach.

Il primato assume ancora più valore se si pensa che in quell’epoca la NBA contava unicamente 9 squadre mentre ora sono ben 30 le franchigie !!!

Gregg Popovich, Erik Spoelstra e Rick Carlisle sono gli allenatori che vantano la permanenza maggiore sulla medesima panchina. Tuttavia, non per tutti sarà una pacchia la prossima annata. Saranno infatti diversi i cambi tecnici, primo fra tutti Jeff Hornacek dei New York Knicks che  ben difficilmente rimarrà nella Grande Mela nella stagione 2017-18.

Bobby Martin: l’americano che vide il Ku Klux Klan nella Settimana Santa di Murcia

Raccontare la storia di un giocatore di basket di colore, nel periodo pasquale, può non avere particolari aspetti curiosi. Ma se il cestista scambia un gruppo di fedeli per degli adepti del Ku Klux Klan, allora vale la pena di capirne un pò di più.  Bobby Martin, questo il nome del personaggio, era un pivot americano che militò nella CBA (la lega alternativa alla NBA) ed in Europa a cavallo fra gli Anni Novanta ed il Duemila.

Nato ad Atlantic City, New Jersey, il 18 agosto 1969, crebbe come giocatore all’Università di Pittsburgh, debuttando come professionista nella CBA per i Quad City Thunder. Nel 1994 il suo sbarco in Europa, con la divisa del Murcia. Poi il salto di qualità al Baskonia. Breve permanenza e viene dirottato in Turchia, nella piccola compagine dell’Izmir. Tuttavia è soltanto nel 1997 che veste una maglia prestigiosa, la camiseta blanca del Real Madrid, per poi continuare a fare avanti ed indietro con l’Oceano. MOlto parco il suo palmares, che lo vede trionfare soltanto una volta, con il titolo della CBA, non prestigioso quanto l’anello NBA.

Ritiratosi nel 2005, dopo aver giocato per l’Unicaja Malaga, fece rientro negli States dove da allora ha iniziato la carriera di allenatore personale per giovani talenti che vogliono affacciarsi al mondo dorato del basket professionistico. Per Bobby poi, si tratta di un tentativo di rivincita, in quanto non venne mai inserito in alcun draft.

Il suo miglior prodotto attualmente, Lavoy Allen, è infatti un professionista che milita negli Indiana Pacers dopo aver iniziato con la franchigia dei Philadelphia 76ers.

Ma qual’è il curioso aneddoto pasquale? Beh, in occasione della sua prima esperienza iberica, a Murcia, nel periodo della Settimana Santa, venne a contatto con un processione. I fedeli, incappucciati come da classico rito di alcune zone della Spagna, vennero scambiati da Martin per appartenenti alla setta razzista di alcuni stati del Sud degli States del Ku Klux Klan.

In Spagna la sue medie parlavano di 11.1 pp, 8.4 rimbalzi ed una valutazione pari a 14.8.

Sempre a Murcia, ebbe due “incidenti” con lo stesso compagno di squadra, Jordi Soler. In un’occasione, le due teste si scontrarono durante una partita a Valladolid e Soler ebbe la peggio, con un trauma cranico che gli provocò un attacco epilettico.

Il secondo invece fu più grave. In un match casalingo, durante un time-out, ebbe un litigio con lo stesso che superò ogni limite. Martin infatti lo colpì con un pugno allo stomaco e Soler stramazzò a terra, contorcendosi dal dolore. Reazioni? Nessuna, almeno da parte dei compagni di squadra e dell’allenatore che proseguirono come se nulla fosse.

Anche suo figlio Bobby jr ama il basket, tanto da praticarlo. Il tempo dirà se diventerà un fenomeno a “stelle e strisce”.

Vanta la presenza con la maglia degli Stati Uniti nel campionato panamericano nel 1993, vincendo l’oro nella finale contro Portorico.

IL SUO CURRICULUM

High School. Atlantic City, New Jersey.
1987-91 NCAA. Universidad de Pittsburgh.
1991-94 CBA. Quad City Thunder.
1994-96 ACB. CB Murcia.
1996-97 ACB. Taugrés Vitoria.
1997-98 Liga de Turquía. Tuborg Izmir.
1997-98 CBA. Rockford Lightning.
1997-99 ACB. Real Madrid.
1999-00 CBA. Rockford Lightning.
2000-01 CBA. Quad City Thunder.
2000-01 ACB. Canarias Telecom.
2001-02 ACB. Breogán Lugo.
2002-03 ACB. Cáceres CB.
2003-04 ACB. Joventut de Badalona.
2004-05 ACB. Unicaja Málaga.

Nba, Olanda, Knicks: la storia del logo di New York

Sebbene non vantino una tradizione vincente, i New York Knickerbocker fanno pienamente parte della storia del basket americano. La franchigia infatti giocò il primo match nella storia della NBA, quando scesero in campo contro i Toronto Huskies il primo novembre 1946, vincendo per 68-66.

E la scelta del nome, i Knicks, ha un legame con l’Europa e più precisamente con il paese dei Tulipani, l’Olanda.

L’inizio risale nel tempo, addirittura all’installazione di un gruppo di olandesi nella punta meridionale dell’isola di Manhattan dove danno vita ad un’attività di vendita di pellicce. Poichè la zona, nel profondo inverno, è letteralmente attraversata da un’ondata di gelo che porta a ghiacciare anche i piccoli corsi d’acqua, i cittadini orange la battezzano come Nuova Amsterdam.

Passeranno 50 anni prima di vedere il cambio di nome in favore del Duca di York e Albany, ovvero New York, conseguenza della cessione agli inglesi della città.
Tuttavia il carattere olandese continua a rilasciare i suoi effetti, svolgendo un ruolo fondamentale per lo sviluppo. Un romanzo satirico, scritto agli inizi dell’Ottocento da Washington Irving, in cui vengono dipinte le caratteristiche dei patrizi olandesi, farà salire agli onori della cronaca Diedrich Knickerbocker, ultimo discendente del clan dei Knickerbocker.

Tale famiglia diventerà fondamentale nello sviluppo della futura metropoli americana, ed il cognome verrà identificato come sinonimo del vecchio aristocratico olandese e dei suoi modi raffinati nel comportamento. E d inoltre il termine Knickerbocker verrà utilizzato per descrivere i classici pantaloni nobiliari dell’epoca, corti sotto il ginocchio e molto larghi e cascanti in vita.

Anche la prima squadra di baseball della Grande Mela verrà chiamata New York Knickerbockers, nel lontano 1846 quando lo sport professionistico doveva ancora nascere.

Esattamente un secolo dopo, nel 1946, la pallacanestro americana, la NBA, sta per dare inizio al suo primo campionato. E nella metropoli il gioco della palla al cesto riscuote già ampio successo, indi per cui la franchigia a NY ha ottimi motivi per esistere.  Ottenuta la licenza, arriva il momento della scelta del nome.

Modo migliore? Beh, radunare il gruppo dirigente ed a turno indicare una preferenza. Ovviamente, bisogna trovare un modo per non litigare ed il sorteggio pare l’opzione migliore. Dall’urna improvvisata esce Knickerbocker, poi accorciato in Knicks. Arancio e blu sono scelti come colori base, tuttora attivi mentre il logo ha le sembianze di Father Knickerbocker, un disegno stilizzato di un antico colono olandese con cappello a tricorno, parrucca, ghette, mantello ed i classici pantaloni alla zuava.

Elson, il primo olandese a vincere l’anello NBA

Non è sicuramente l’Olanda il paese del basket: mai nessun successo a livello internazionale per gli orange e scarne apparizioni nelle competizioni per clubs. Ma in un mondo globalizzato, acquisire la nazionalità dei Tulipani non è ormai complicato, tenendo conto delle numerose ex-colonie: Francisco Marinho Robby Elson, nato a Rotterdam, è tuttora l’unico olandese a poter vantare un anello NBA.

Nato il 28 febbraio 1976, dopo aver frequentato l’Università negli States, venne scelto al secondo giro del draft dai Denver Nuggets; tuttavia passò professionista varcando l’Oceano e firmando per il Barcellona, nel 1999. Dopo due stagioni con i blaugrana ed un titolo nazionale, si spostò prima a Valencia e poi a Siviglia. Nel 2003 lo sbarcò nel mondo NBA: dapprima il debutto con i suoi Denver (un triennio), San Antonio (biennio) che lo girò in uno scambio con Seattle, dove rimase soltanto un mese. Trovò “casa sportiva” a Milwaukee per un biennio, infine un rapido passaggio a Philadelphia (prima) per poi farci ritorno nel 2012 dopo un anno con gli Utah Jazz. Si ritirò nel 2013 giocando in Iran con la casacca dei  Mahram Teheran.

Pivot longilineo, 213 cm x 107 kg, ebbe un impatto notevole nei play-off 2007, contribuendo con 11.5 punti di media al netto 4-0 con cui gli Spurs conquistarono l’anello in finale contro i Cleveland Cavaliers di un giovane LeBron James.

Dopo aver smesso i panni d’atleta, ha fatto ritorno in Olanda e a Rotterdam, dove risiede, è il direttore esecutivo di Flexpower, un’azienda che produce un gel per il recupero sportivo degli infortuni.

I suoi genitori arrivavano dal Suriname, sebbene il padre fosse di origine cinese ed africana, mentre la madre di origine indo-africana.

Nella carriera NBA disputò 502 partite, viaggiando a 3.7 punti e 3.9 rimbalzi media.

La curiosità

Nel 2004, durante i play-off contro Minnesota, ebbe uno scontro duro con Kevin Garnett, che lo colpì nelle parti basse. Elson rispose pubblicamente accusando il suo avversario di essere gay, frase che fece nascere una forte polemica e lo costrinse a dover chiedere successivamente scusa.

Con gli Spurs indossava la maglia numero 16, attualmente usata da Pau Gasol.

Kurt Rambis, il greco che vinse 4 anelli NBA con i Lakers

Partecipare all’All Star Game della NBA è sinonimo di classe, ma giocare le finali per il titolo, seppure da comprimario e lasciare l’impronta per la grinta (e le ginocchia sbucciate) merita rispetto. E’ la sintesi della carriera cestistica di Kurt Rambis, uno dei giocatori che ha avuto l’onore di vivere l’epoca dorata dei Los Angeles Lakers negli Anni Ottanta.

Le sfide infinite con i Boston Celtics hanno visto in campo il protagonista della puntata odierna di “Che fine hanno fatto”. Darrell Kurt Rambis (nome di battesimo Kyriakos Rambidis) nacque a Cupertino, California, il 25 febbraio 1958. Di origine greca, come il suo cognome fa supporre, venne scelto al terzo giro del draft 1980. Senza però scendere in campo sui campi americani, diventò professionista in Grecia, indossando la maglia dell’AEK Atene.

Dopo un solo anno, ritornò in patria nel 1981, firmando subito per i Lakers, dove rimase fino al 1988, conoscendo la gloria ed i successi. Poi lascia la California nel 1989 passando ai Charlotte Hornets, rimanendo una sola stagione. Un triennio ai Phoenix Suns, dove raggiunge sempre i play-offs. Poi l’amore per la California si fa sentire e dopo una stagione con i Sacramento Kings, il ritorno agli amati Lakers, dove appende la canotta al chiodo nel 1995. Nel suo palmares, oltre ad un Coppa di Grecia, spiccano i 4 anelli NBA su sei finali in totale.

Non viene ricordato certamente per le sue medie: in 880 partite complessive, segnò 5.2 punti, con 5.6 rimbalzi ed 1.1 assist a partita. Ma le sue sfide con Kevin McHale, altro giocatore “bianco” dell’epoca e rivale nei matches contro i Boston Celtics, sapranno esaltarne il carattere, talvolta finendo anche sopra le righe.

Uno dei primi giocatori ad indossare occhialoni di plastica, dal dubbio designa, ma che sicuramente lo aiutarono nel gettarsi per terra sulle palle vaganti, utile gregario per i mitici Lakers che vantavano stelle di prim’ordine come Magic Johnson, Jabbar, Scott, James Worthy, Bob McAdoo.

Dopo il ritiro, rimase inizialmente con giallo-viola nello staff tecnico, prima come capo allenatore e poi come assistente di Phil Jackson. Per un biennio fu ala guida dei Minnesota Timberwolves, un’esperienza disastrosa che si concluse entrambe le volte con l’ultima posizione occupata nella Division ed un record di 32–132.

Un’altro rientro ai Lakers come assistente, poi lo spostamento sulla costa east, svolgendo l’incarico per i Knicks, inframezzato da un interim breve alla guida della squadra della Grande Mela.

Lo sai che?

Nella sua annata in Grecia con l’AEK utilizzò la cittadinanza ellenica e giocò con il nome di Kyriakos Rambidis.

Ha partecipato a diversi films nel ruolo di comparsa.

– Di lui, Kobe Bryant disse “Se gli dicessi a Kurt che passando attraverso una parete di mattoni vincerai una partita, stai sicuro che lo farebbe ”.