Finlandia: calciatore indossa maglia con frequenza di una radio

Negli anni Novanta, il centrocampista finlandese della HJK Helsinki Mika Lehkosuo indossò la maglia numero 96.2, come la frequenza FM della locale stazione radio. Quando il club,vincitore del campionato, venne ammesso a disputare la Champions League nella stagione 1998-99, al giocatore venne imposto dall’UEFA di indossare assolutamente una casacca che avesse un numero dal 1 al 99 e Lehkosuo, oggi allenatore del club, scelse il  96.

Quando il Brasile indossò la maglia dell’Argentina

Nel 1937 maglia del Brasile era irriconoscibile rispetto ai tempi moderni: bianca, con riflessi azzurri. Fino al 1952, quando poi assunse l’attuale e ben nota colorazione: giallo-verde o verdeamarela, per dirla alla spagnola. Anzi in argentino, proprio così perchè fu nazionale brasiliana dovette indossare i colori degli arcirivali in occasione della Coppa America 1937, che vide il suo inizio il 27 dicembre 1936.

A Buenos Aires, nel match inaugurale contro il Perù presso il Gasometro, il direttore di gara cileno Alfredo Vargas si trovò a dover risolvere un imprevisto all’ultimo momento: entrambe le selezioni erano infatti vestite di bianco, con l’unica differenza che i peruviani presentavano una frangia rossa.

Urgeva una soluzione d’emergenza:  i brasiliani dovettero rimediare al “pasticcio” indossando le magliette del club casalingo, l’Independiente di Avellaneda, storicamente rosso nel colore sociale. Poco male, perchè il risultato finale li vide vincitori per 3-2.

Una settimana dopo, il 3 gennaio, per il Brasile l’ostacolo da superare era il Cile. Anche stavolta, il colore era questione d’onore, in quanto gli andini avevano (e tuttora conservano) la divisa interamente bianca. Essendo anche l’unico match che si doveva disputare presso lo stadio del Boca Juniors, i brasiliani vollero rendere omaggio ai padroni di casa e scesero in campo con le divise degli xeneizes, azzurro ed oro e fu un’altra vittoria, un roboante 6-4.

Tuttavia la Coppa America 1937 (14-esima edizione) arrise ai padroni di casa dell’Argentina che, nello spareggio decisivo, superarono proprio il Brasile per 2-0 dopo i tempi supplementari.

Africa Unity: la maglia che doveva unire il Continente Nero

In tempi di maglie diverse per ogni stagione (sportive), l’idea della Puma di realizzare una maglietta unica per tutte le compagini dell’Africa sembrò la soluzione dei problemi (per  i tifosi). L’azienda tedesca, nella primavera del 2010, dunque nell’anno del Mondiale in Sudafrica, il primo della storia nel Continente Nero, volle creare una maglia che potesse essere utilizzata dalle squadre africane nei matches internazionali. Il Kit, chiamato Africa Unity, permetteva alle 14 squadre marchiate Puma di giocare sotto un’unica bandiera. Più precisamente, la divisa era valida soltanto come terza maglia, ma per Camerún, Ghana, Costa d’Avorio, Algeria, Angola, Egitto, Mozambico, Togo, Tunisia, Senegal, Marocco, Burkina Faso, Madagascar e Namibia, esisteva la possibilità di concepire una maggior unità, almeno sotto il punto di vista calcistico.

I colori erano particolari e carichi di significato. La maglia era celeste, tinta che degradava scendendo verso il pantaloncino, nel marrone, colore identico per i calzettoni. Chiara l’allusione: l’azzurro era il cielo dell’Africa, che contrastava con il marrone, simbolo dell’aridità del suolo africano.

Secondo la dirigenza della marca di abbigliamento sportivo, tale tinta era l’unione dei colori del suolo di Camerun, Costa d’Avorio, Ghana e Sudafrica, che prendevano parte al mondiale, di li a pochi mesi. Il dorso ed il logo Puma invece erano dorati, a ricordare l’intensità del sole.

Nella parte della maglia invece, era stato inserito il logo che rappresentava una mappa dell’Africa con due mani unite, lasciando la parte sinistra per inserire i loghi personali delle federazioni nazionali. Il pantaloncino presentava una rarità per l’abbigliamento tecnico: era doppio, quasi una seconda maglia. La vendita aveva prettamente scopo benefico: con gli introiti erano diversi i progetti in favore del continente., in particolar modo in difesa della fauna.

Puma però, fece male i conti: il progetto ambizioso venne  prontamente messo in archivio in quanto si alzarono, e non in maniera velata, le critiche feroci relative al disegno della maglia.

La maglia a pois: Tour de France ringrazia la Spagna

I colori nel ciclismo significano tanto: se un tempo esisteva la maglia nera, assegnata all’ultimo corridore in classifica del Giro d’Italia, la maglia rosa da sempre indica il segno del primato, così come la gialla in Francia e la rossa (fino al 2009 amarillo) alla Vuelta di Spagna.

Ma a colpire l’occhio del tifoso ed anche del semplice curioso, è la scelta della maglia a pois rossi che sulle strade della corsa francese viene indossata dal leader  della classifica della montagna.

La prima edizione del Tour in cui venne inserita la classifica per gli scalatori fu quella del 1933. La “colpa” fu dello spagnolo Vicente Trueba, originario della Cantabria. In tale anno, infatti, Trueba si distinse su ogni cima della corsa, distaccando in maniera pesante gli avversari ogni volta che la strada saliva.

Tuttavia in discesa, perdeva tutto il vantaggio che riusciva ad accumulare, tanto che terminò la corsa al sesto posto della generale. Il patrón del Tour, Henri Desgranges, decise allora che il miglior scalatore meritava comunque un premio e così, al termine delle fatiche transalpine, venne assegnato allo spagnolo il riconoscimento.

Durante i primi 42 anni, il vincitore di tale classifica, in base ai punti conquistati sulle diverse vette, non era distinguibile nel gruppo poiché gli organizzatori non avevano istituito alcuna speciale maglia. Poi, nel 1975, la direzione decise che fosse corretto poter indicare il segno del primato e, fu merito dello sponsor della speciale graduatoria che “inventò” la particolare maglia a pois.

Una marca francese di cioccolatini, Poulain, optò per questo particolare disegno, bianco con i punti rossi. Il motivo? Semplice, i suoi prodotti erano infatti confezionati in una carta con il medesimo disegno. Il primo ciclista ad arrivare a Parigi in tale veste fu il belga Lucien Van Impe.

Poi altri hanno seguito l’azienda del cioccolato: Campagnolo, Café de Colombia, Ripolin, Coca Cola Light, Champion fino a Carrefour, l’attuale sponsor.

In quanto a records di vittorie, il ciclista che è arrivato il maggior numero di volte sui Campi Elisi vestito a pois è il francese Richard Virenque con sette successi, seguito da Bahamontes e Van Impe (6), poi in quarta posizione si piazza lo spagnolo Julio Jiménez con 3.

Fra gli italiani, troviamo a due successi Coppi e Bartali (entrambi fecero accoppiata Tour-montagna nello stesso anno), Massignan e Chiappucci, mentre con una vittoria Nencini, Bellini e Battaglin, ultimo azzurro ad aver  trionfato nel 1979.

Maglietta e cognome sbagliato: l’errore Beckham

La maglia di un calciatore è più di un semplice pezzo di tela, è ormai un’icona: se l’occasione di un’asta benefica o la passione di collezionare la reliquia spinge tanti appassionati a vere proprie follie, realizzare la divisa da gioco il più cool possibile mette in competizione le aziende del settore sportivo.

E talvolta la fretta può portare ad errori di scrittura,  come nel novembre 2007 quando l’attaccante del Blackburn David Bentley dovette indossare una divisa da gioco con il suo cognome “modificato” in Betnley nel match di Premier League contro il Manchester United.

E la lista degli errori vede anche la Star del calcio inglese David Beckham che venne apostrofato in ‘Beckam’ per il match di Charity Shield del 1997 contro il Chelsea. “Pensai che i miei compagni volessero liquidarmi. Fui il solo ad accorgermi. Ma era troppo tardi per porvi rimedio, ed allora assieme ai miei compagni ci ridemmo sopra”, confidò il bel David ai giornalisti dopo il match.

L’errore tipografico, come il refuso di stampa, è sempre dietro l’angolo. Quando nell’aprile 2003 John O’Shea giocò il match di ritorno di Champions League con la divisa del Manchester United contro il Real Madrid, sul retro il suo cognome era diventato S’hea.

Forse qualche giustificazione in più può essere concessa a chi preparò la divisa da portiere del polacco Tomasz Kuszczak. Certo, la presenza in sequenza di numerose consonanti non facilitò certamente la realizzazione dell’opera. Inoltre l’estremo difensore scese in campo come titolare soltanto due volte con il Manchester United. fatale fu il match di Carling Cup contro il Crewe nell’ottobre 2006, quando si trasformò misteriosamente in “Zuszczak”.

L’errore può anche portare fortuna: l’attaccante brasiliano Liedson, acquistato per 2 milioni di dollari nell’estate 2003 dai portoghesi dello Sporting Lisbona, indossò al suo esordio la maglietta numero 9 con la “esse” stampata al contrario, che la rendeva più simile ad una zeta. Ma andato in goal all’esordio, non volle cambiare la scaramanzia nel corso della sua esperienza quasi decennale con i biancoverdi realizzò ben 116 reti in 214 presenze. 

L’Inghilterra sembra il paese più avvezzo agli errori: nel match contro il Middlesbrough, l’argentino Javier Mascherano indossò la camiseta del Liverpool monca di una lettera. “Mascerano” infatti è infatti la pronuncia del cognome del centrocampista argentino che l’anagrafica corretta.

Ma al peggio non c’è mai fine: il Crystal Palace, club londinese che nel 2004-05 fece ritorno in Premier League dopo aver vinto i play-off l’anno precedente. Ebbene, la toppa che riporta il logo del massimo torneo inglese riportava un alquanto improbabile  “Chrystal” che spinse i fans locali a creare un coro autoironico “There’s only one h in Palace,” (c’è solo una sola H in Palace). Tuttavia lo spirito umoristico non valse la salvezza ai londinesi che si piazzarono al 18° in graduatoria.

Sunderland, la prima squadra di calcio griffata Nike

Se il mercato delle magliette da calcio ha visto fin dal secondo dopoguerra l’ingresso sul mercato del gigante tedesco Adidas, l’arrivo di Nike nel calcio ha sparigliato le carte sul tavolo. La marca del “baffo” ha infatti prepotentemente preso possesso della scena ed oggi la presenza americana, se non a livello tecnico, è sicuramente garantita spesso nelle finali delle competizioni più importanti proprio grazie a Nike.

E seppure, non ad altissimo livello, l’azienda tagliò il nastro nel calcio realizzando le divise per la squadra cittadina, i Portland Timbers che  militavano nell’allora NASL, la lega più antica del calcio a stelle e strisce.

Ma il vero battesimo del fuoco arrivò con l’Europa e l’Inghilterra fu il paese dello sbarco definitivo. Fu il Sunderland a battezzare, motivato dal fatto che la divisione dell’azienda ha sede nel Regno Unito nella Contea del Tyne and Wear, dove appunto è sita Sunderland.

Nike “vestì” il club biancorosso per tre stagioni a partire dal 1983, senza variare il disegno originale. Maniche bianche e maglia a strisce biancorosso verticali, con il logo dell’azienda posizionato sul lato sinistro ed il simbolo della squadra a destra, a parti invertite rispetto all’attuale divisa.  Inoltre a quei tempi venne utilizzato il logo antico, con la firma dello “swoosh” che prevedeva anche le lettere.

Nel 1986, l’azienda belga Patrick subentrò come azienda fornitrice. Per Nike, solo una breve sosta: nel 1989 Nike diventerà partner tecnico del Paris Saint-Germain, club a cui è tuttora legato, oltre ad aver siglato nel corso degli anni contratti onerosi con clubs del calibro di Barcelona, Atletico Madrid, Roma, Inter, Manchester City oltre alle nazionali di Brasile, Francia, Inghilterra e Cina.

 

Indiana University: la divisa da football “candy”

Si sa l’originalità nelle divise da gioco ormai è un must, per attirare i propri fans ma sopratutto la massa di appassionati sparsi nel mondo. Ma nel rigido mondo del football americano, ben poco spazio viene lasciato alla fantasia. A maggior ragione se ad essere interessato è il football universitario, ancor più strenuo difensore dei colori sociali e dei propri simboli.

Ebbene Indiana University sembra voler spezzare le “catene” ed il prossimo 15 ottobre, in occasione dell’esordio casalingo  al Memorial Stadium contro Nebraska, si presenterà sul terreno di gioco con una casacca con le maniche corte a strisce “candy”, più precisamente di colore bianco e rosso.

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La motivazione, seppure il marketing non sia secondo a nessuno, risale all’idea che ebbero negli Anni 60-70 Doc Counsilman e Hobie Billingsley, due mitici allenatori della stessa università dell’Oregon, che fecero adottare alle squadre di nuoto e di tuffi tale divisa. Successivamente, nella stagione 1971-72, anche il team di pallacanestro adottò tale innovazione, seppure per una sola annata.

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Ora, a distanza di anni, i bestioni del football universitario, esordiranno di fronte ai propri fans con la divisa rievocativa e siamo certi, non saranno affatto “dolci” con gli avversari.