L’aquila, il simbolo della Lazio

L’aquila è un simbolo che nel calcio è assai utilizzato, in quanto sinonimo di potenza, vittoria e prosperità. La squadra di calcio della Lazio ha appunto l’animale rapace come simbolo identificativo.

Perchè la Lazio ha l’Aquila?

La scelta venne effettuata da Fortunato Ballerini, che fu il secondo presidente nella storia della Società e della Sezione di escursionismo, nonchè Presidente Generale della Polisportiva biancoceleste.

Amante della natura ed amante delle grandi vette, si dilettava nelle passeggiate in quota e proprio durante queste escursioni notava spesso il rapace. che lo colpì per la sua maestosità. Sebbene nel corso della storia ultracentenaria le modifiche siano state diverse, già nel primo logo, anno 1912, veniva raffigurato uno scudo a strisce verticali bianche e celesti dove era posata un’aquila che reggeva un nastro sul quale campeggiava il nome della società, in sostituzione del semplice scudo con i colori sociali.

Qualche stagione più tardi comparirà sul simbolo laziale la dicitura “Roma”, per poi essere modificato durante il Ventennio per volontà del regime mussoliniano. Alla fine della dittatura lo stemma del club biancoceleste venne ridisegnato secondo lo stile originario.

Poi, nel 1979, il primo “passaggio” legato al concetto di marketing sportivo. La dirigenza della Lazio ideò un proprio logo, registrato presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi, che consisteva in una piccola aquila stilizzata blu, che comparve nelle maglie realizzate dalla azienda romana Pouchain.

Le frasi famose di Claudio Lotito

Non manca certo la parola fine a Claudio Lotito, patron della Lazio che salvò i biancocelesti dal fallimento nel dopo-Cragnotti. E l’imprenditore romano, spesso, fa sfoggio di citazioni colte per raccontare episodi, momenti e partite della sua amata squadra.

Siamo sicuri che finchè rimarrà al vertice del club, non sarà avaro di latinismi, come da ottimo ex studente di un Liceo Classico della Capitale.

LE FRASI FAMOSE DI CLAUDIO LOTITO

Vi mancava il mio latino? C’era un certo scetticismo, poi però tanti si sono voluti cimentare. Lo stesso Santo Padre ha voluto reintrodurre la Messa in latino… No, non voglio dire quello, non è che mi ha ascoltato. Semplicemente, il Papa ha sottolineato l’importanza del latino.

Sogno che lo sport, quello vero, di Abebe Bikila, diventi punto di riferimento per i giovani.

[Riferendosi al calciatore Valon Behrami che aveva utilizzato l’articolo 17 della FIFA] Se lo svizzero dovesse pentirsi io, da cattolico, sono pronto al perdono, ma il ravvedimento deve essere autentico.

Lo Stadio polifunzionale a Valmontone è l’ipotesi migliore. La nuova casa della Lazio sarà raggiungibile “in venti minuti” grazie all’autostrada A1. Oltre collegamento stradale il pubblico biancoceleste potrà contare anche su una tratta ferroviaria. Alla base dei progetti per il futuro ci sono le “certezze patrimoniali” che sono necessarie alla sopravvivenza del club.

Lei istiga e fa da terminale di alcuni interessi, lei diffonde notizie a istigare situazioni destabilizzanti, lei rappresenta un elemento di istigazione. [in risposta ad una domanda del giornalista Mediaset, Paolo Bargiggia]

[Riferendosi ai tifosi del Torino] L’ambiente ha condizionato Bianchi, io dico che sono successe cose non degne di una città come Torino. Sono stato insultato in tribuna e sentivo gente che incitava i giocatori granata a spaccare le gambe ai nostri. Ho trovato un ambiente poco… urbano.

Nel calcio mi ispiro al grande Manzoni. L’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo. Mi piace anche il Pascoli: anzi in questo periodo mi sento un po’ come il “suo” fanciullino.

I veri valori olimpici sono quelli che dimostrano quanto una persona possa raggiungere grandi traguardi attraverso lavoro, sacrificio, rinunce: Alfieri disse “Volli, sempre volli, fortissimamente volli”.

Nell’Ottocento i ricchi si davano alla caccia alla volpe: era di moda. Poi fu la volta delle scuderie e dei cavalli. Nel secolo scorso, negli anni ’50, ricchi e arricchiti si sono buttati nel calcio, il vezzo è diventato acquistare un club. Senza badare ai conti: una volta lo sport era quasi avulso dal carattere economico. Oggi è un mercimonio.

Io stabilisco un indirizzo: il metodo è la sinestesia.

Zarate vale quanto Messi

Il calcio è un gioco, e il 50% è legato a fattori imponderabili.

[Riferendosi ad Hernanes] Oggi è arrivato un giocatore che può costituire un valore aggiunto per la città e per la squadra, non solo per le sue doti tecniche, ma anche come uomo. Hernanes è arrivato con la voglia di vincere e me lo ha confermato lui stesso, vuole raggiungere traguardi importanti. Abbiamo preso il giocatore che mister Reja aveva chiesto.

[Riferendosi al problema dell’ordine pubblico negli stadi] Quando c’erano le rivolte nelle carceri fecero le carceri in modo diverso e le rivolte cessarono.

[Rivolto a Massimo Mauro] Lei è molto intelligente e preparato, soprattutto sul gioco delle bocce.

Il pallone è per tutti. Il calcio è per pochi.

Calciopoli? Il processo di Napoli dimostra che nel 2006 si è agito con atteggiamento giacobino, troppa foga alimentata dai media.

[Su Zdeněk Zeman] È una persona che vuole dimostrare di essere diverso.

Io ci metto la faccia, nella Roma invece non si capisce chi sia l’interlocutore. Chi sono questi americani?

Divento laziale grazie alla mia tata. Passeggiando incontrammo il suo fidanzato. Mi chiese per chi tifassi. Risposi: ‘Boh’. E allora mi disse: ‘Devi tifà Lazio’

Io potrei fare benissimo il ministro dell’Economia, ma un ministero del genere non me lo darebbero mai. Poi potrei andare all’Interno, ai Lavori Pubblici.

[Su Vladimir Petković] L’ho scelto per il suo alto profilo morale, ha lavorato a lungo alla Caritas, è un poliglotta, un grande lavoratore e una persona determinata e ambiziosa che vuole raggiungere determinati obiettivi. Proprio perché è poco avvezzo alle ribalte mediatiche è un ulteriore vantaggio.

Io non sono tecnologico, vede, ammetto la mia ignoranza: io sono amanuense.

[Su Mauro Zarate] Quando si raccolgono dei frutti da un albero, può darsi anche di trovarne alcuni che sono andati a male. In una città difficile e pressante come Roma, se una persona non ha un forte equilibrio rischia di essere travolto, assumendo comportamenti non in linea con la realtà.

Il problema con Marotta è che con un occhio gioca a biliardo e con l’altro mette i punti.

Lugano è una città della Svizzera, ricordo da reminiscenze scolastiche de geografia (ai giornalisti che gli chiedono del difensore uruguaiano)

Domanda del giornalista Marco Cattaneo: Avete parlato di Allegri? Scusi la curiosità morbosa. Risposta: “Se è morbosa se vada a fà curà”.

Domanda del giornalista Gianluca Di Marzio: Reja rimane l’anno prossimo? Risposta: “Lei ce resta a SKY? Ecco, speri de sì, che magari una mattina se sveja er proprietario de Sky e la caccia via. Del doman non v’è certezza.

Sono entrato nel mondo del calcio per passione: sono laziale dall’età di 6 anni. E poi secondo la mia formazione cristiana ritengo che anche in questa scelta ci sia un disegno che va interpretato in chiave escatologica: per ogni situazione esiste Dio che vede e provvede.

Sono come Gesù che ha cacciato i mercanti dal tempio.

I tifosi napoletani sono più affezionati di quelli laziali, a Roma c’è il tiro al piccione ed io sono il piccione.

Me sembrate il gatto e la volpe, ma io non sò Pinocchio (a Moggi e Giraudo che chiedevano di acquistare Oddo).

Lei dice: uno come Klose. Non è che se trova er duplicato…

Bisogna dare giudizi alla fine, non nella fase endoprocedimentale.

L’attacco mediatico è successo perché la piazza di Roma è particolare e soffre il fatto che alcune persone rappresentino una lazialita’ “cicero pro domo loro”.

Guarda che Roma è tutta ‘na trappola piena de fossi: manco te n’accorgi e te ritrovi de sotto (il benvenuto a Petkovic)

I “prenditori” e i “magnanger” sono quelli che pensano solo al binomio “F&S”: figa-soldi. Non uno come me che è un monogamo convinto e per questo piaccio in Vaticano. Uno che ha ritirato su una società come la Lazio che aveva 1070 miliardi di debiti. Eppure ci vorrebbe proprio gente come me per far “rialzare”, per dirla con Berlusconi, un paese dove la gente non ne può più perché ha fame.

Un giorno il mio autista mi informa che c’è Veltroni che mi spara contro a Radioradio. Allora io telefono in trasmissione e gli dico testuale: “Caro Veltroni tu hai commesso sette peccati capitali: ti piace l’Africa è l’hai portata a Roma, hai trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del Comune; hai fatto un sacco urbanistico che non si ricordava dai tempi dell’Impero romano, 70 milioni di metri cubi, una città come Napoli.

Il Derby Roma-Lazio giocato in un film da Pippo Franco

Vivere il Derby della Capitale Roma – Lazio come tifoso di entrambe le squadre per amore della famiglia. E’ il sunto di uno dei episodi del film “L’arbitro, il calciatore e Il tifoso” del 1983 diretto da Pier Francesco Pingitore e con Alvaro Vitali e Pippo Franco nel ruolo di protagonisti di ciascuno dei due episodi.

L’episodio del Derby romano

Pippo Franco interpreta Amedeo, tifoso romanista e figlio del titolare del Bar Forza Lupi, interpretato magistralmente da Mario Carotenuto. Il buon Amedeo però, è fidanzato con Patrizia, la figlia del commendator Pecorazzi, proprietario dell’azienda in cui lavora ed acceso fan della Lazio. Siccome l’amore sa trionfare anche sulle passioni calcistiche, è disposto anche a travestirsi nella vita reale da tifoso dei biancocelesti e si finge, sul luogo di lavoro, tifoso laziale.

Le bugie si susseguono, perchè pur di non far torto al futuro suocero, diserta le trasferte dei Lupi giallorossi per poter recarsi all’Olimpico ed entrare nelle grazie del padre della fidanzata.

Lo stratagemma funziona fino a quando, per beneficenza, viene organizzato un Derby. Infatti nella pellicola, la Lazio milita nella serie cadetta, dunque non ci sarebbero state occasioni durante la stagione perchè le due compagini si affrontassero.

Qui entra in gioco la commedia all’italiana, nella sua forma più comica e divertente. Per Amedeo, è obbligatorio trovare una soluzione che non scontenti le parti e dunque, trova l’idea: presenziare sugli spalti di entrambe le fazioni, cambiando d’abito (e di colori), in continuazione.
Tuttavia, le continue corse durante i 90 minuti, gli fanno perdere la lucidità, fino a quando…

Lazio-Inter: le statistiche dei precedenti scambi di allenatori

Fra Inter e Lazio, società gemellate a livello di tifoserie, lo scambio od il passaggio di allenatori si è già verificato nella storia delle due società. Scorrendo gli annali, sono stati finora 7 i tecnici che hanno diretto entrambe le compagini e la statistica non pare felice in termini di successi. Sono ben 5, nello specifico, gli allenatori che hanno prima lavorato alla Lazio e poi, nel corso della carriera, si sono seduti anche sulla panchina dell’Inter, come è il caso analogo di Stefano Pioli, appena nominato dalla dirigenza nerazzurra.

Ebbene solo Roberto Mancini, dopo aver diretto le Aquile biancazzurre, con cui ha sollevato al cielo una Coppa Italia, ha poi mietuto successi (nel suo caso) con i milanesi, aggiungendo alla bacheca di Via Durini 3 scudetti, 2 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Nel lontano passato invece fu l’austriaco Tony Cargnelli cargnelli-tonya trionfare nella città del Duomo, conquistando nel periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale un tricolore ed una Coppa Italia.

Scorrendo l’elenco degli altri nomi, Mancini è anche l’unico tecnico ad aver iniziato l’esperienza a stagione già avviata mentre ben 4 su 5 non hanno concluso il campionato, venendo licenziati prima, episodio accaduto a Gigi Simoni, Castagner, Jesse Carver e Giuseppe Bigogno.

AllenatorePaeseAlla LazioAll’Intervittorie Laziovittorie Inter
Roberto ManciniItalia7/2002 – 6/200411/2014 – 08/2016  07/2004 – 05/20081 CI3 S, 2 CI, 2 SI
Luigi SimoniItalia7/1985 – 6/198607/1997 – 11/1998
Ilario CastagnerItalia7/1980 – 1/198207/1984 – 11/1985
Jesse CarverInghilterra7/1961 – 12/1961  7/1956 – 6/195707/1957 – 06/1958
Giuseppe BigognoItalia7/1951 – 6/195307/1958 – 02/1959
Tony CargnelliAustria7/1945 – 6/194707/1938 – 06/19401 S, 1 CI
József ViolaUngheria7/1935 – 6/193807/1928 – 06/1929

Che fine ha fatto Claudio “El piojo” López, bomber di Lazio e Valencia

Claudio “El piojo” López è stato un calciatore argentino che segnò la decade degli Anni Novanta nel calcio spagnolo ed in parte in quello italiano. Dopo essersi ritirato dall’attività, si diverte a correre con le auto da rally in competizioni che si disputano nel suo paese d’origine.

Nato a Rio Tercero, nella provincia di Cordoba il 17 luglio 1974, si avvia ben presto alla carriera calcistica; dalle giovanili dell’Estudiantes passa al professionismo con il Racing Club di Avellaneda dove gioca per 4 anni. Lascia la madrepatria nel 1996 quando il Valencia, guidato all’epoca da Claudio Ranieri, lo acquista per farne il centravanti della squadra. Un altro quadriennio che gli permette di conseguire una Coppa del Re e una Supercoppa Spagnola nel 1999, mentre gli sfuggirà il successo nella finalissima di Champions League, persa per 3-0 contro il Real Madrid.

La Lazio, epoca Cragnotti, non se lo lascia sfuggire per la cifra di 35 miliardi dell’epoca: nell’anno post scudetto, fa in tempo a conquistare la Supercoppa Italiana mentre chiude i quattro anni biancocelesti con la vittoria della Coppa Italia, primo successo del presidente Lotito. Da registrare un grave infortunio che gli fece perdere parecchi mesi nel corso della sua prima annata in Italia.

Si caratterizzerà per la sua rapidità con il pallone fra i piedi e sempre fu abile nel dribbling, con le gambe che mulinavano velocità e che gli permettevano di sgusciare fra i difensori.

Con la nazionale argentina ha disputato i Mondiali 1998 e 2002, raccogliendo 58 presenze con 10 reti. Vinse la medaglia d’argento ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996. Dopo un breve ritorno in patria, concluse la carriera nel calcio americano, prima con Kansas City e poi Colorado Rapids con cui appunto collabora tuttora.

Nel 2012 fece causa al suo vecchio club del Racing in seguito ad un credito che vantava con la dirigenza per mancati pagamenti pari a circa 600mila euro. E’ sposato con Ximena ed ha due figli.

Una volta ritiratosi dal calcio giocato, López rimane comunque nel mondo di questo sport, diventando nel dicembre 2014 il nuovo direttore sportivo dei Colorado Rapids, sua ultima squadra da calciatore. Nell’aprile 2016 si è seduto, in via del tutto eccezionale, sulla panchina del club americano. Il tecnico, il connazionale Mastroeni, era infatti squalificato ed il debutto è stato decisamente positivo. I Rapids hanno infatti travolto con un rotondo 4-0 il Dallas.

lopez rally

Anche con le auto da fuoristrada Lopez se la cava bene: nel rally del Rio Tercero, la sua città natale, trionfò alla guida della sua Chevrolet Agile nel 2014.

Rimase celebre il balletto che fece con il compagno di squadra Bernardo Corradi dopo una rete all’Inter in campionato.

Le frasi famose di Vladimir Petkovic

Passato in Italia per allenare la Lazio, con cui vinse una Coppa Italia “casalinga” nel derby allo Stadio Olimpico contro la Roma nel maggio 2013, Vladimir Petkovic si è fatto apprezzare per la sua facilità di linguaggio, grazie alla sua ampia conoscenza delle lingue.

Infatti “Vlado”, nato a Sarajevo nel 1963, è in possesso di ben tre cittadinanze:  croata (ius sanguinis), bosniaca (ius soli) e svizzera. Parla inoltre correntemente ben otto (!!!) lingue, oltre al nativo croato e bosniaco, anche l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, il russo e l’italiano.

Lo vedremo ad Euro 2016, sulla panchina della Svizzera, e c’è da starne certi, qualche sorpresa la riserverà di sicuro anche in conferenza stampa.

Le Frasi celebri di Vladimir Petkovic

“Una volta scrivete bunker, una volta no”. Riferendosi all’alternanza con cui alcuni giornalisti indicavano, a seconda del risultato, il suo modo di giocare.

“Non facciamo figura di riccio”. Per indicare quando la Lazio si chiudeva troppo in difesa.

“Contano i principi, non il modulo”.

“Non sono un sergente di ferro”. Lo disse in ritiro quando aveva sottoposto alla Lazio a ritmi stressanti di allenamento.

“Il mio calcio è dominante”.

“Giocano gli undici che domani reputo migliori”. Quando non voleva indicare la formazione titolare

“Devo vedere squadra con fame”.

“Lo scetticismo? Sono abituato”.

“Ma quali derby del Canton Ticino?”. Prima del derby con la Roma, c’è chi andò a scavare nel suo passato e nelle sfide tra Bellinzona e Lugano. Vlado, risentito, ricordò i derby vissuti a Sarajevo e le sfide scudetto tra Young Boys e Basilea in Svizzera.

Già mio padre era allenatore e quando ero piccolo sedevo accanto a lui in panchina.

Così, quando ho allenato i giovani a Locarno ho detto molto chiaramente sin dal primo giorno: “Cari genitori, il vostro posto è a non meno di 50 metri di distanza a destra e a sinistra dalla panchina”.

Cosa le è mancato per il grande salto di qualità? La velocità di base. E poi ero troppo timido, non ero abbastanza «cattivo».

 

Che fine ha fatto Mendieta, ex (stella?) della Lazio

Gaizka Mendieta era una promessa del calcio spagnolo degli Anni Novanta ed inizio della prima decade del Millennio. Basco, curiosamente non giocò mai da professionista in una compagine pirenaica. Nato a Bilbao il 27 marzo 1974, crebbe calcisticamente nel Castellón con il quale debuttò nel 1991 in Serie B, dove suo padre Andrés giocò nel ruolo di portiere.

Claudio Ranieri, che lo ebbe alle sue dipendenze nell’esperienza da tecnico in Spagna, lo definì il contorno dello scudo, in riferimento al simbolo del Valencia.

Guidò il club a due finale consecutive di Champions League, entrambe perse, nel 2000 e nel 2001. In quest’ultima finale contro il Bayern Monaco siglò ben due reti su penalty: la prima per il pareggio del 1-1, la seconda nella lotteria finale per decidere il vincitore. Tuttavia venne premiato con il trofeo di miglior giocatore dell’intera competizione.

Il suo passaggio nell’estate 2001 alla Lazio di Cragnotti fu da capogiro: 90 miliardi vennero pagati dall’ex patron della Cirio per strappare il si del centrocampista basco che lasciò il club andaluso, diretto allora da Hector Cuper, offrendogli un quinquennale da otto miliardi per sostituire Pavel Nedved, passato alla Juventus.

Ma prima Dino Zoff e poi Zaccheroni (subentrato alla sesta giornata) non riuscirono mai a trovare una chiara posizione in campo per il biondo calciatore spagnolo che lasciò la Capitale dopo una sola stagione, con 27 presenze e zero reti fra tutte le competizioni.

Tuttavia l’inserimento di una clausola nel contratto, vietava la sua cessione al Real Madrid: per la Lazio, che era appena entrata in una grave crisi finanziaria, divenne fondamentale cederlo. Si aprirono le porte del Barcellona, che lo ebbe in prestito nel 2002-03, ma per i catalani, le 33 presenze ( 4 reti) non furono sufficienti a garantirgli il rinnovo.

I biancocelesti riuscirono comunque nell’intento di liberarsi dell’oneroso contratto, cedendo Mendieta in Inghilterra al Middlesbrough, ritirandosi nel 2008, al termine di un quadriennio senza infamia e senza lode. Attualmente risiede sempre nell’isola britannica, in una città vicina alla sua ultima squadra, Yarm, dove vive con la fidanzata ed in attesa, sue parole, di fare rientro nella penisola iberica. Nel frattempo si diverte a fare il deejay nelle principali discoteche della città.

Il suo palmares può vantare una  Coppa del Rey, una Supercoppa spagnola ed una Coppa di Lega inglese. In nazionale ha disputato 40 partite con 8 reti, disputando Euro 2000 e Mondiali 2002.