1948: United-Arsenal, record di pubblico allo stadio del City

Era il 17 gennaio 1948, quando la lega di calcio inglese vedeva stabilire un primato in termini di pubblico sugli spalti. Ad assistere al pareggio per 1-1 fra Manchester United ed Arsenal entrarono allo stadio ben 83,260 persone.

E a leggere United tutti avranno pensato, ovviamente, Old Trafford: ebbene, il record venne siglato presso la casa dei rivali cittadini del Manchester City, ovvero a Maine Road, in quanto la casa dei Red Devils era nel periodo di ristrutturazione in seguito ai danni subiti nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

Nella stagione 1947-48, lo United si trovava in quarta posizione, nove punti dai Gunners capo-classifica ( che avevano vinto nel match di andata ad Highbury). I londinesi vinceranno poi il titolo, mentre lo United alzerà la FA Cup, arrivando secondi nel torneo nazionale.

Il primato del 17 gennaio 1948, che resiste tuttora, è però al secondo posto nella classifica inglese, superato soltanto dagli 84,569 spettatori che affollarono gli spalti  di Maine Road per il sesto turno di FA Cup fra Manchester City e Stoke City svoltosi il 3 marzo 1934.

Alla fine della stagione, il Manchester City abbandonerà Maine Road dopo ben 80 anni, per trasferirsi nel nuovo stadio, oggi ribattezzato, per motivi di sponsorizzazione, Eithad Stadium. Ma ormai, i tempi delle folle oceaniche erano finiti da un pezzo, in seguito all’abbattimento delle terrazze e della riduzione della capienza a soli 35,150, essendo stati aboliti i posti in piedi.

West Ham-Castilla: Upton Park stranamente vuoto per match di Coppa Coppe

Era il primo viaggio europeo per il Castilla, la squadra B o per meglio dire, la filiale del Real Madrid, che si era guadagnato l’accesso alla Coppa delle Coppe 1980-81 in virtù del raggiungimento della finale di Coppa di Spagna dell’anno precedente. Manco a farlo apposta, i rivali nella finale erano stati proprio i fratelli maggiori, che fecero doppietta Campionato-Coppa, lasciando spazio così ai “fratellini” per il torneo continentale.

Sorteggiati contro i londinesi del West Ham, il match d’andata, giocato nel Santiago Bernabeu, aveva visto gli spagnoli uscire vincenti per 3-1, un punteggio sorprendente e che lasciava ampie speranze per proseguire il cammino in Coppa.

Inoltre, sebbene non fosse l’obbiettivo, gli scontri dei tifosi inglesi con i fans iberici, indussero l’UEFA a decretare la squalifica nei confronti degli ospiti. Per il match di ritorno dunque, Upton Park sarebbe rimasto desolatamente vuoto.

Gli anni Ottanta fu infatti il periodo più triste per il calcio inglese, attraversato e funestato dal fenomeno degli Hooligans, che avrebbe poi visto il suo evento più tragico in occasione della finale di Coppa dei Campioni all’Heysel.

Ma torniamo al match di Londra. Nel primo tempo, in un silenzio assordante, i padroni di casa ribaltarono prontamente il risultato, portandosi in un amen sul 3-0 ed ottenendo, temporaneamente, il passaggio del turno.

All’inizio di ripresa, il Castilla mise tutto in parità con la rete del centrocampista Bernal. I supplementari risolsero la questione; una doppietta di Cross (un cognome, un programma) chiuse la contesa e per i giovani virgulti del piccolo Real fu solo il tempo di fare le valigie per casa.

Upton Park, match di ritorno, 1° ottobre 1980, ore 20.30

West Ham United – Castilla 5-1 dts
Goals: 1-0, Pike (19′); 2-0, Cross (30′); 3-0, Goddard (40′); 3-1, Bernal (56′); 4-1, Cross (103′); 5-1, Cross (120′)

West Ham United: Parkes, Stewart, Lampard, Bonds, Martin, Devonshire,  Holland (Brush, 106′), Goddard (Morgan, 91′), Cross, Brooking, Pike

Castilla: Miguel, Chendo, Casimiro, Salguero. Espinosa, Sanchez Lorenzo, Balin, Alvarez, Paco (Ramirez, 106′), Bernal, Cidon (Blanco, 46′)

Il trofeo della Premier League: la storia

La Premier League esiste, con tale denominazione, dal 1992 ed il trofeo, assegnato ai vincitori, nacque solo in tale occasione. Creato e fabbricato dalla gioielliera Asprey di London (oggi si chiama Garrard & Co.), è costituito da metallo ed in parte, placcato oro.

La parte metallica è pesante 10 chili mentre la base addirittura arriva a toccare i 15 chili. In totale il trofeo è alto 76 centimetri, misura 43 cm di larghezza e 25 di profondità.

Sulla base vengono trascritti, dopo ogni torneo, i nomi delle squadre vincitrici. Nella parte alta invece sono raffigurati due leoni, un omaggio al simbolo della federazione calcistica anglosassone che riporta invece i Tre Leoni.

Idealmente, il leone mancante è costituito dal capitano della squadra vincitrice della Premier League che solleva la coppa al momento della consegna. In cima invece, il tradizionale simbolo della corona suggella il trofeo con il caratteristico aspetto della Sua Maestà.

Ogni anno vengono realizzati due copie del trofeo. Quello autentico, assegnato e consegnato al club vincitore e la replica che rimane nei forzieri della federazione nazionale. La motivazione di fabbricare due esemplari consiste nel fatto che, qualora esista la possibilità matematica della vittoria di due diverse compagini all’ultima giornata, in qualunque modo la consegna ufficiale avviene nell’istante in cui la vittoria è determinata.

Qualora poi, il caso prevede addirittura tre diversi vincitori, viene “recuperato” un terzo trofeo da una squadra che vanti già un successo, tutto questo per rispetto della tradizione anglosassone.

Nel 2004 invece, la vittoria dell’Arsenal nella competizione senza alcuna sconfitta venne ricompensata con una coppa interamente d’oro, il modo migliore per celebrare un evento assai raro come l’imbattibilità.

 

 

Premier League: al suo esordio solo 10 stranieri in campo

La Premier League è  decisamente il torneo di calcio più internazionale nel panorama mondiale e la sua ricchezza, per introiti e livello tecnico, non fa che aumentare ogni anno che passa. Nata, come definizione e regolamento, nella stagione 1992-93, non ebbe da subito il carattere della globalizzazione.

Nella sua prima giornata di campionato, i calciatori stranieri (ovvero non targati UK ed Eire), che scesero in campo dal primo minuto furono soltanto 10!
I 10-partenti-10 furono precisamente: John Jensen (Arsenal), Anders Limpar (Arsenal), Eric Cantona (Leeds United), Michel Vonk (Manchester City), Peter Schmeichel (Manchester United), Andrei Kanchelskis (Manchester United), Gunnar Halle (Oldham Athletic), Jan Stejskal (QPR), Roland Nilsson (Sheffield Wednesday) e Hans Segers (Wimbledon).

Entrarono a partita in corso Robert Warzycha (Everton) così come Ronnie Rosenthal (Liverpool)”. La “Legione Straniera” contava le sue forze, nel week-end d’apertura, soltanto su 2 danesi, 2 olandesi, 2 svedesi, un polacco, un francese, un ucraino (che giocava per la Russia), un norvegese, un israeliano ed un rappresentante della Repubblica Ceca.

Maglietta e cognome sbagliato: l’errore Beckham

La maglia di un calciatore è più di un semplice pezzo di tela, è ormai un’icona: se l’occasione di un’asta benefica o la passione di collezionare la reliquia spinge tanti appassionati a vere proprie follie, realizzare la divisa da gioco il più cool possibile mette in competizione le aziende del settore sportivo.

E talvolta la fretta può portare ad errori di scrittura,  come nel novembre 2007 quando l’attaccante del Blackburn David Bentley dovette indossare una divisa da gioco con il suo cognome “modificato” in Betnley nel match di Premier League contro il Manchester United.

E la lista degli errori vede anche la Star del calcio inglese David Beckham che venne apostrofato in ‘Beckam’ per il match di Charity Shield del 1997 contro il Chelsea. “Pensai che i miei compagni volessero liquidarmi. Fui il solo ad accorgermi. Ma era troppo tardi per porvi rimedio, ed allora assieme ai miei compagni ci ridemmo sopra”, confidò il bel David ai giornalisti dopo il match.

L’errore tipografico, come il refuso di stampa, è sempre dietro l’angolo. Quando nell’aprile 2003 John O’Shea giocò il match di ritorno di Champions League con la divisa del Manchester United contro il Real Madrid, sul retro il suo cognome era diventato S’hea.

Forse qualche giustificazione in più può essere concessa a chi preparò la divisa da portiere del polacco Tomasz Kuszczak. Certo, la presenza in sequenza di numerose consonanti non facilitò certamente la realizzazione dell’opera. Inoltre l’estremo difensore scese in campo come titolare soltanto due volte con il Manchester United. fatale fu il match di Carling Cup contro il Crewe nell’ottobre 2006, quando si trasformò misteriosamente in “Zuszczak”.

L’errore può anche portare fortuna: l’attaccante brasiliano Liedson, acquistato per 2 milioni di dollari nell’estate 2003 dai portoghesi dello Sporting Lisbona, indossò al suo esordio la maglietta numero 9 con la “esse” stampata al contrario, che la rendeva più simile ad una zeta. Ma andato in goal all’esordio, non volle cambiare la scaramanzia nel corso della sua esperienza quasi decennale con i biancoverdi realizzò ben 116 reti in 214 presenze. 

L’Inghilterra sembra il paese più avvezzo agli errori: nel match contro il Middlesbrough, l’argentino Javier Mascherano indossò la camiseta del Liverpool monca di una lettera. “Mascerano” infatti è infatti la pronuncia del cognome del centrocampista argentino che l’anagrafica corretta.

Ma al peggio non c’è mai fine: il Crystal Palace, club londinese che nel 2004-05 fece ritorno in Premier League dopo aver vinto i play-off l’anno precedente. Ebbene, la toppa che riporta il logo del massimo torneo inglese riportava un alquanto improbabile  “Chrystal” che spinse i fans locali a creare un coro autoironico “There’s only one h in Palace,” (c’è solo una sola H in Palace). Tuttavia lo spirito umoristico non valse la salvezza ai londinesi che si piazzarono al 18° in graduatoria.

Sunderland, la prima squadra di calcio griffata Nike

Se il mercato delle magliette da calcio ha visto fin dal secondo dopoguerra l’ingresso sul mercato del gigante tedesco Adidas, l’arrivo di Nike nel calcio ha sparigliato le carte sul tavolo. La marca del “baffo” ha infatti prepotentemente preso possesso della scena ed oggi la presenza americana, se non a livello tecnico, è sicuramente garantita spesso nelle finali delle competizioni più importanti proprio grazie a Nike.

E seppure, non ad altissimo livello, l’azienda tagliò il nastro nel calcio realizzando le divise per la squadra cittadina, i Portland Timbers che  militavano nell’allora NASL, la lega più antica del calcio a stelle e strisce.

Ma il vero battesimo del fuoco arrivò con l’Europa e l’Inghilterra fu il paese dello sbarco definitivo. Fu il Sunderland a battezzare, motivato dal fatto che la divisione dell’azienda ha sede nel Regno Unito nella Contea del Tyne and Wear, dove appunto è sita Sunderland.

Nike “vestì” il club biancorosso per tre stagioni a partire dal 1983, senza variare il disegno originale. Maniche bianche e maglia a strisce biancorosso verticali, con il logo dell’azienda posizionato sul lato sinistro ed il simbolo della squadra a destra, a parti invertite rispetto all’attuale divisa.  Inoltre a quei tempi venne utilizzato il logo antico, con la firma dello “swoosh” che prevedeva anche le lettere.

Nel 1986, l’azienda belga Patrick subentrò come azienda fornitrice. Per Nike, solo una breve sosta: nel 1989 Nike diventerà partner tecnico del Paris Saint-Germain, club a cui è tuttora legato, oltre ad aver siglato nel corso degli anni contratti onerosi con clubs del calibro di Barcelona, Atletico Madrid, Roma, Inter, Manchester City oltre alle nazionali di Brasile, Francia, Inghilterra e Cina.

 

Elland Road, lo stadio del Leeds con le torri più alte d’Europa

Noto ora al grande pubblico italiano per essere il club di proprietà di Massimo Cellino, ex patron del Cagliari, il Leeds United, che nel corso della sua storia vanta tre titoli nazionali (ultimo nel 1992) ed una Coppa d’Inghilterra viene ricordato per il suo stadio, Elland Road e la particolare disposizione dei piloni d’illuminazione.

A causa della dislocazione delle tribune, al momento dell’edificazione, le torri d’illuminazione dovettero essere collocate all’esterno dello stadio. Da qui l’altezza stratosferica dei quattro fari, 260 piedi (circa 80 metri), che permisero al club di vantare il primato inglese nonché europeo. Soltanto la successiva ristrutturazione del 1994, necessaria per ospitare tre matches del campionato europeo del 1996, portarono all’abbattimento ed alla successiva ricostruzione delle torri all’interno dell’arena, che  è, per grandezza l’undicesimo stadio d’Inghilterra.

L’ex manager del Manchester United Sir Alex Ferguson ha definito Elland Road, per atmosfera e struttura, lo stadio più intimidatorio sui cui abbia mai giocato o allenato.

elland-road-floodlights-night