Cosa significa tailgate, il party prima delle partite di football americano

In Italia lo chiamiamo picnic, la gita fuoriporta tradotto in italiano, ma siccome siamo in America e di un vero e proprio campeggio non si tratta, la parola tailgate, letteralmente porta posteriore, sta ad indicare il pranzo pre-partita che si svolge nei parcheggi antistante gli stadi di football americano.

E se in Europa il parcheggio vicino all’arena è un luogo che si abbandona presto per accedere all’ingresso, in USA si sfrutta il luogo per mangiare (e bere) qualcosa prima dell’inizio. Le famiglie di tifosi parcheggiano comodamente il loro 4×4 o SUV, aprono l’enorme portellone posteriore e cominciano a disporre le cibarie, pronti ad offrire a chi si avvicina per scambiare quattro chiacchiere sul match che verrà.

Ad esempio, prima delle partite dei Minnesota Vikings, vi sono aree predisposte per tale intrattenimento: pagando un surplus rispetto alla tariffa classica, $55 (niente male), ci si può comodamente intrattenere anche diverse ore prima del calcio d’inizio. Se la cifra sembra elevata, dovete tener conto che ogni franchigia della NFL disputa soltanto 16 partite (play-offs esclusi) in ciascun campionato, di cui la metà in casa. Ed i prezzi dei biglietti non sono certamente popolari.

Inoltre, in seguito ad incidenti fra tifosi delle opposte fazioni accaduti negli ultimi anni, la moda del tailgate è stata giustamente regolamentata. Per cui ogni squadra ha predisposto un’area adatta per l’occasione dove, con un regolamento da seguire, è possibile parcheggiare macchina e griglia per gustarsi un hamburger in santa pace. Addirittura alcuni teams hanno deciso di vietarli, tanto che, se vi dovesse capitare l’occasione di recarvi negli States ed abbiate voglia di seguire la moda, vi conviene consultare il sito di casa per controllare che tutto sia legittimo.

Poi, trattandosi di una “moda sana”, il tailgate si è allargatto via via alle altre classiche discipline sportive americane, baseball in primis ed ora anche il calcio.

Cosa si mangia durante il tailgate

Non è proprio un evento affine ai dietologi: quando si apre il portellone e viene tirata giù la griglia, si arrostisce abbastanza carne per sfamare un esercito. Bistecche alla griglia, pollo, hot dog, salsicce, hamburger, spiedini, piatti unici, chili, pasta al forno e così via, a cui si aggiungono spuntini come ali di pollo fritte (cotte in anticipo), polpette, panini, intingoli, patatine, nachos e pretzel. Di contorno insalate preparate in vari modi: di patate, di cavolo, di fagioli.

Non manca certamente da bere: se l’alcol non è vietato in quella città o da quella franchigia, lattine della classica birra light americana abbondano, così come le bibite gassate.

E poi alla fine, educatamente, tutto rimane come era stato trovato, dunque pulizia del posto e via dentro per assistere allo spettacolo!!

Una curiosa griglia portatile, in tutti i sensi

Gli olimpionici che vinsero il SuperBowl

Non è raro il caso negli USA di sportivi professionistici che hanno saputo disputare con profitto stagioni nel football per poi passare al baseball o viceversa, grazie alle virtù atletiche ed anche allo sfalsamento delle stagioni sportive che permette di “doppiare” senza grossi problemi.

Ma anche l’atletica leggera facilita il passaggio nel mondo della NFL: fu il caso di Bob Hayes e Mille Carter, gli unici a vincere una medaglia olimpica nella velocità (il primo) e nel lancio del peso (il secondo) ed a trionfare nel Superbowl.

Bob Hayes inoltre, ha un primato unico: è l’unico ad aver infatti vinto l’oro. Trionfò ai Giochi Olimpici di Tokyo 1964, nei 100 metri piani e nella 4×100, stabilendo in entrambe le specialità il record del mondo. Subito dopo l’esperienza a Cinque Cerchi, Bob firma un contratto con i Dallas Cowboys, e giocando come wide receiver vincerà il Super Bowl del 1972. Hayes diventò ben presto lo spauracchio dei difensori avversari; era così imprendibile che le squadre iniziarono a giocare con una difesa a zona per cercare di contrastarlo.

Hayes conclude la carriera nel 1975 e purtroppo per lui, la vita inizia a peggiorare, ha problemi con l’alcool e nel 1979 viene condannato a 10 mesi di carcere per spaccio di stupefacenti; nel 2002, a causa di problemi renali e al fegato causati dall’abuso di alcool, “Bullet” (lo sparo) Bob muore, nella sua città natale di Jacksonville, il 18 settembre.

AtletaNazioneSportAnno vittoria Superbowl
Mike CarterUSAatletica leggera1985, 1989 e 1990
Bob HayesUSAatletica leggera1972

Specialità differente invece per Mike Carter, nato a Dallas nel 1960. Fisico enorme, 187 cm x 127 chili, Carter vinse l’argento a Los Angeles 1984 nel getto del peso, battuto soltanto dall’italiano Alessandro Andrei. Vantò anche due successi alle Universiadi e appena dopo l’estate, firmò il suo contratto con i San Francisco 49ers, la franchigia californiana che dominò la scena in quella decade grazie anche al talento del qb Joe Montana.

Carter, che giocò fino al 1992 e soltanto con i 49ers, vinse ben 3 Superbowl: 1985, 1989 e 1990. Terminata la carriera, si è dedicato alla famiglia ed al vecchio amore: è diventato allenatore di sua figlia Michelle che nel getto del peso ha conquistato la medaglia d’oro a Rio 2016.

 

Giocare il Superbowl ubriaco e vincerlo: storytelling

Sei grande e grosso, giochi nella NFL e da li a poche ore scenderai in campo per giocarti il Super Bowl: cosa dovrebbe farti paura? Nulla probabilmente!!!

Ma sei giochi da ubriaco? La storia del massimo evento mondiale (così dicono le statistiche americane) ha visto anche giocatori che hanno disputato la finalissima in maniera alterata dall’eccessivo tasso alcolico.

La storia inizia con il primo Superbowl, quando nel 1967 a contendersi il trofeo fu la sfida Packers vs Chief. Max McGee dei Green Bay, la franchigia del mitico Lombardi, decise di uscire la sera prima del match.  Il 34-enne ricevitore, raramente utilizzato in stagione tanto da aver ricevuto solo 4 passaggi in tutto il campionato, pensò che avrebbe trascorso l’ambita finale tutto il tempo in panchina e optò per trascorrere le ore precedenti a gustarsi i piaceri della vita fra un bicchiere e l’altro.

Così, dopo aver fato compagnia ad alcune persone che aspettavano, presso l’hotel del bar, in attesa di partire per l’aeroporto e con la città di Los Angeles “a sua disposizione”, McGee passò la nottata fuori a spasso per LA, facendo ritorno in hotel non prima dell 6.30 del mattino.

Ovviamente, effettuò uno dei peggiori riscaldamenti della sua vita, considerato il mal di testa che lo affliggeva pesantemente. E dopo appena tre giochi, ecco la grande occasione della vita. Il ricevitore titolare, Boyd Dowler, si infortuna alla spalla e non può proseguire il match. Coach Lombardi guarda in panchina e lo fa scattare sull’attenti: E’ il tuo momento ragazzo!

Tutto passa, tutto scorre, così anche gli effetti di una sbornia!  Riceve un pallone  e correndo per 37 yards sigla il primo touchdown della storia del Super Bowl!! McGee terminerà il match con sei ricezioni per complessive 138 yards, contribuendo al successo per 35-10 dei Green Bay, che si ripeteranno anche l’anno successivo contro Oakland Raiders. Stavolta McGee, memore dell’esperienza, si presenterà lucido all’appuntamento, siglando anche in quell’occasione una meta.

Trentanni dopo la storia volle ripetersi: stavolta il protagonista fu niente meno che Brett Favre, quarterback monumento della storia della NFL e, ancora una volta, dei Green Bay Packers. Già “vittima” dell’alcol nel corso della sua carriera, Favre, ancora a digiuno di vittorie nel Superbowl, passò l’intera notte a spasso per New Orleans e venne beccato ubriaco nei pressi di Bourbon Street. Il giorno dopo, il 26 gennaio 1997 presso il Louisiana Superdome, Favre non fece altro che vomitare prima dell’inizio del match contro i New England Patriots mentre la dirigenza del club si affrettò ad indicarne come gli effetti di una sfortunata influenza.

Ma la classe dell’uomo di Gulfport era superiore a tutto: il Super Bowl XXXI vide il marchio Favre apposto sopra il risultato finale: lanciò per 246 yards e due touchdown nella vittoria per 35-21, per la franchigia che non vinceva più dai tempi di Vince Lombardi.

New England Patriots, storia del logo dei Patrioti della NFL

I New England “Patriots”, franchigia del football americano della NFL dal lontano 1959 (originari di Boston), devono il loro nome molto americano ad un concorso a cui vennero sottoposti i tifosi, il cui vincitore avrebbe ricevuto in cambio un televisore nuovo.

Il logo originale, un cappello tricorno blu con lo sfondo bianco, venne realizzato da un tifoso, tale  Walter Pingree, nativo di Mass e di professione ferroviere, che spedì il disegno con tale curiosa rappresentazione. Nella stagione 1960 così, i Boston iniziarono a chiamarsi Patriots e portarono, solo nella prima annata, il numero di casacca anche sull’elmetto.

1961 – PAT PATRIOT ALLO SNAP

Durante la stagione 1960, il disegnatore del Boston Globe Phil Bissel realizzò per il programma ufficiale della partita una figura che rappresentava un personaggio della Guerra di Rivoluzione che combinava guai nei confronti degli avversari dei Patrioti. Soprannominato “Pat Patriot,” il cartoon piacque parecchio al proprietario della squadra Billy Sullivan che lo scelse nell’atto di afferrare la palla per dare inizio al gioco (detto snap).

1960-92 – ROSSO VINCE

La divisa dei Patriots non cambiò in maniera particolare per circa un trentennio, che consisteva in una casacca rossa con numeri e lettere bianche oppure il contrario, con i pantaloni di colore sempre opposto. Dopo il 1972, il blu fece la sua comparsa, cerchiando numeri e lettere.

Il solo aspetto della divisa che non subì modifiche era il piazzamento delle strisce. La prima divisa del 1960 non le presentava affatto. Più tardi, vennero introdotte sulle spalle: blue e rosse per maglie bianche, bianche e blu per maglie rosse.
Tale stile continuò fino al 1969, quando le strisce apparvero anche sui polsini. Nel 1973, la “risalita” lungo le braccia, posizionandosi sul bicipite dove resistettero fino al 1984, in occasione del 25° anniversario di fondazione della franchigia. In quella stagione infatti, tornarono sulle spalle, dove rimasero fino al 1993.

1976-80 – PAT SU TUTTI

Sul finire degli Anni 70 arrivò un passaggio fondamentale:  nello sforzo di capitalizzare al massimo il successo del primo film di Superman interpretato da Christopher Reeve,  la franchigia introdusse la figura di Super Patriot, stoppata bruscamente sul finire della stagione 1976 quando un incidente mortale occorso ad uno stuntman che lo impersonava fece optare la dirigenza per la sospensione del suo utilizzo.

In preparazione invece per il Bicentenario della nascita degli Stati Uniti, i Patriots commissionarono alla NFL il compito di creare un nuovo logo. La complessità del disegno di Pat Patriot rese difficile l’ingresso del marchio nel modo del commercio. Il progetto venne allora accantonato fino al 1979, quando fu partorita l’idea di un rinnovamento. Ma patron Sullivan, sebbene conscio della resistenza dei fans ad un cambio, volle fare un test durante l’intervallo di un match contro San Diego. Il voto, espresso dai tifosi sugli spalti con un grido, decretò la bocciatura “assordante” e Pat rimase felicemente per altre 13 stagioni sulla divisa.

1993-99 – ROYAL PATRIOTS

Un nuovo proprietario nel 1992, seguito l’anno successivo da un nuovo head coach e relativo quarterback, sembrò l’occasione perfetta per apportare le prime modifiche all’uniforme. Il boss James Orthwein ed il suo ufficio marketing impiegarono solo pochi mesi per presentare l’idea.

Con un richiamo al logo bocciato sul finire degli Anni 70, il disegnatore cercò di rifarsi al cosiddetto “Flying Elvis” giusto in tempo per la stagione 1993. Orthwein notò che gli avversati dei Colonialisti indossavano il rosso durante la Guerra di Rivoluzione. Il passaggio al blu royal, con numero rossi bordati di bianco ed elmetto e pantaloni argento, divenne l’atto finale.

Nel 1994 la squadra venne acquistata da Robert Kraft, che fece apportare leggere modifiche. I colori rimasero uguali ma nomi e numeri vennero messi in corsivo mente il corpo centrale della maglia vedeva l’introduzione del “gessato”. Inoltre numeri e logo vennero spostati sulle braccia.

2000-PRESENTE – NUOVO BLU

La primavera del 200 è foriera di novità: prima la società pianifica la costruzione di un nuovo stadio e contemporaneamente opta per il cambio di colore dal blue royal al navy.

La scaramanzia poi, fa la sua parte: in due occasioni (nel 2002), in due partite consecutive casalinghe, i Patriots scendono sul terreno di gioco con la doppia combinazione royal su royal. Due sconfitte, con soli 25 punti segnati in totale, portano alla cancellazione dell’idea monocromatica.

Il nome Patriots riflette il contributo della città di Boston alla Rivoluzione Americana.

Come detto, la squadra nacque come Boston Patriots, cambiando in “New England Patriots” nel 1971; nello stesso anno la franchigia si spostò presso il nuovo Schaefer Stadium a Foxborough, Massachusetts.

ELEMENTI DEL DESIGN DEL LOGO DEI NEW ENGLAND PATRIOTS

Forma

Forza e determinazione di un guerriero sono i due tratti che si riflettono nel logo. L’attuale versione invece riflette la bandiera americana.

Colori

La versione utilizzata nel periodo 1961-1992 identificava alla perfezione la cromatura dei soldati dell’epoca. Blu, rosso e bianco davano l’idea di un militare pronto a far decollare il pallone da football. Il passato logo inoltre incarnava determinazione, motivazione e forza di volontà.

Il nuovo logo

La dirigenza svelò il nuovo logo nel 2000, che incarna un patriota color argento con un cappello rosso e blu navy. Inoltre rispecchia l’idea del 1993, sebbene siano stati fatti alcuni piccoli cambi, come ad esempio l’ombreggiatura più profonda del blu.

Superbowl NFL: albo d’oro del campionato USA di football americano

Il Superbowl NFL è la finale che assegna il titolo di campione della National Football League, meglio nota come NFL, ovvero la lega professionistica di football americano degli Stati Uniti.

Sebbene il football americano abbia storia antica negli Stati Uniti, la prima edizione della finalissima si tenne soltanto al termine della stagione 1966, quando venne organizzata fra le vincitrici dei due campionati professionistici più importanti degli USA, la NFL e la AFL.

Poi, dopo le prime quattro edizioni, le due leghe si fusero mantenendo il nome della NFL (National Football League) e scegliendo il format del torneo, rimasto immutato. Le due conference, a loro volta divise in quattro division (East, North, West e South), per un totale di 32 franchigie.

 

L’Albo d’oro del campionato USA di football americano
Super BowlDataCampioni AFLCampioni NFLRisultatoSedeSpett.
I15/01/67Kansas City ChiefsGreen Bay Packers10-35Los Angeles Memorial Coliseum61,946
II14/01/68Oakland RaidersGreen Bay Packers14-33Orange Bowl75,546
III12/01/69New York JetsBaltimore Colts16-7Orange Bowl75,389
IV11/01/70Kansas City ChiefsMinnesota Vikings23-7Tulane Stadium80,562
Super BowlDataCampioni AFCCampioni NFCRisultatoSedeSpett.
V17/01/71Baltimore ColtsDallas Cowboys16-13Orange Bowl79,204
VI16/01/72Miami DolphinsDallas Cowboys3-24Tulane Stadium81,023
VII14/01/73Miami DolphinsWashington Redskins14-7Los Angeles Memorial Coliseum90,182
VIII13/01/74Miami DolphinsMinnesota Vikings24-7Rice Stadium71,882
IX12/01/75Pittsburgh SteelersMinnesota Vikings16-6Tulane Stadium80,997
X18/01/76Pittsburgh SteelersDallas Cowboys21-17Orange Bowl80,187
XI09/01/77Oakland RaidersMinnesota Vikings32-14Rose Bowl103,438
XII15/01/78Denver BroncosDallas Cowboys10-27Louisiana Superdome76,4
XIII21/01/79Pittsburgh SteelersDallas Cowboys35-31Orange Bowl79,484
XIV20/01/80Pittsburgh SteelersLos Angeles Rams31-19Rose Bowl103,985
XV25/01/81Oakland RaidersPhiladelphia Eagles27-10Louisiana Superdome76,135
XVI24/01/82Cincinnati BengalsSan Francisco 49ers21-26Pontiac Silverdome81,27
XVII30/01/83Miami DolphinsWashington Redskins17-27Rose Bowl103,667
XVIII22/01/84L.A. RaidersWashington Redskins38-9Tampa Stadium72,92
XIX20/01/85Miami DolphinsSan Francisco 49ers16-38Stanford Stadium84,059
XX26/01/86New England PatriotsChicago Bears10-46Louisiana Superdome73,818
XXI26/01/87Denver BroncosNew York Giants20-39Rose Bowl101,063
XXII31/01/88Denver BroncosWashington Redskins10-42Jack Murphy Stadium73,302
XXIII22/01/89Cincinnati BengalsSan Francisco 49ers16-20Sun Life Stadium75,597
XXIV28/01/90Denver BroncosSan Francisco 49ers10-55Louisiana Superdome72,919
XXV27/01/91Buffalo BillsNew York Giants19-20Tampa Stadium73,813
XXVI26/01/92Buffalo BillsWashington Redskins24-37Hubert H. Humphrey Metrodome63,13
XXVII31/01/93Buffalo BillsDallas Cowboys17-52Rose Bowl98,374
XXVIII30/01/94Buffalo BillsDallas Cowboys13-30Georgia Dome72,817
XXIX29/01/95San Diego ChargersSan Francisco 49ers26-49Sun Life Stadium74,107
XXX28/01/96Pittsburgh SteelersDallas Cowboys17-27Sun Devil Stadium76,347
XXXI26/01/97New England PatriotsGreen Bay Packers21-35Louisiana Superdome72,301
XXXII25/01/98Denver BroncosGreen Bay Packers31-24Qualcomm Stadium68,912
XXXIII31/01/99Denver BroncosAtlanta Falcons34-19Sun Life Stadium74,803
XXXIV30/01/00Tennessee TitansSt. Louis Rams16-23Georgia Dome72,625
XXXV28/01/01Baltimore RavensNew York Giants34-7Raymond James Stadium71,921
XXXVI03/02/02New England PatriotsSt. Louis Rams20-17Louisiana Superdome72,922
XXXVII26/01/03Oakland RaidersTampa Bay Buccaneers21-48Qualcomm Stadium67,603
XXXVIII01/01/04New England PatriotsCarolina Panthers32-29Reliant Stadium71,525
XXXIX06/02/05New England PatriotsPhiladelphia Eagles24-21Alltel Stadium78,125
XL05/02/06Pittsburgh SteelersSeattle Seahawks21-10Ford Field68,206
XLI04/02/07Indianapolis ColtsChicago Bears29-17Sun Life Stadium74,512
XLII03/02/08New England PatriotsNew York Giants14-17University of Phoenix Stadium71,101
XLIII01/02/09Pittsburgh SteelersArizona Cardinals27-23Raymond James Stadium70,774
XLIV07/02/10Indianapolis ColtsNew Orleans Saints17-31Sun Life Stadium74,059
XLV06/02/11Pittsburgh SteelersGreen Bay Packers25-31Cowboys Stadium103,219
XLVI05/02/12New England PatriotsNew York Giants17-21Lucas Oil Stadium68,658
XLVII03/02/13Baltimore RavensSan Francisco 49ers34-31Louisiana Superdome71,024
XLVIII02/02/14Denver BroncosSeattle Seahawks8-43New Meadowlands Stadium82,529
XLIX01/02/15New England PatriotsSeattle Seahawks28-24University of Phoenix Stadium70,288
5007/02/16Denver BroncosCarolina Panthers24-10Levi’s Stadium71.088
LI05/02/17 New England Patriots Atlanta Falcons34-28NRG Stadium 70.807
LII04/02/18U.S. Bank Stadium

NFL e calcio: quando calciatore e kicker diventa possibile

Sempre di calcio (americano) si tratta, sebbene l’armatura da indossare onde prevenire colpi eccessivi non rende proprio facile  il passaggio fra le due  discipline. Se il gioco del calcio è facile da praticarsi, un pallone, due porte e la sfera che deve superare la fatidica linea bianca, il football americano, senza considerare la possibile difficoltà di comprensione delle regole, non prevede per il kicker il ruolo di protagonista assoluto.

Goleador degli Anni Ottanta e prima metà Anni Novanta, Clive Allen ha lasciato il segno con diversi clubs inglesi, Tottenham e QPR su tutte, passando poi, al termine della carriera tra le fila dei London Monarchs, compagine militante nella NFL Europe, la lega creata nel Continente nel tentativo di diffondere (miseramente fallito), di diffondere lo sport della palla ovale americana.

Ma come il buon Clive, non furono molti i riscontri positivi nel corso della storia del calcio. Ebbene, per Toni Fritsch, soprannominato ‘Wembley Toni’ dopo aver realizzato nel teatro londinese un memorabile goal per l’Austria contro i Leoni inglesi, che valse la vittoria in rimonta per 3-2 contro i futuri vincitori della Coppa del Mondo 1966, Fritsch, guizzante ala, venne contattato nel 1971 dal coach dei Dallas Cowboys Tom Landry  in occasione di un viaggio in Europa per fare attività di scouting. on a scouting trip to Europe in 1971. Il coach americano offrì un contratto all’austriaco dopo averlo visto impegnarsi con successo in una sessione d’allenamento con la palla da football.

Qualche anno dopo, in un’intervista, Fritsch, spiegò la situazione:” Non avevo mai visto prima d’allora una partita di football americano. E firmai un contratto appena un paio di giorni dpo, un contratto che non sapevo leggere, ma che sarebbe stato il migliore di tutta la mia carriera di sportivo”.

Militò nel meraviglioso mondo della NFL per ben 12 anni, dal 1971 al 1982, vincendo anche un Super Bowl con Dallas nel 1972. Tuttora è l’unico austriaco ad essere riuscito in questa impresa. Disputò una volta anche il Pro Bowl (all-star game) mentre militava con gli Houston Oilers nel 1980. Indossò la casacca di quattro diverse clubs della NFL, una sola stagione con San Diego Chargers (1976) e New Orleans Saints (1982), stagioni abbinate a due diversi periodi più lunghi con, appunto, i Cowboys (1971-75) e gli Oilers (1977-1981), segnando 758 punti in 125 partite. Giocò, solo sporadicamente, con gli the Houston Gamblers nella USFL, la lega professionale che cercò di fare concorrenza per qualche anno alla ben più nota NFL.

Fritsch non fu però il solo europeo a calciare nella NFL. Il tedesco Horst Muhlmann giocò con lo Schalke 04 nel perioso 1962-66 prima di iniziare una nuova “vita” in America, all’età di 29 anni, con i Cincinnati Bengals nel 1969. In complessive nove stagioni NFL (Bengals 1969-74, Philadelphia Eagles 1975-77), divenne un idolo a Cincinnati, dove tuttora è proprietario di due bar presso lo stadio dei Bengals, il Paul Brown Stadium.

Percorso inverso fecero invece, a riprese diverse, i fratelli americani Chris e Matt Bahr, giocando nella storica North American Soccer League, meglio nota come NASL, per poi passare al mondo dorato della NFL. Figli un calciatore, entrato poi nella Hall-of-fame, Walter Bahr, Chris and Matt giocarono con i Philadelphia Atoms ed i Colorado Caribous, rispettivamente nel 1976 e nel 1979, ottenendo entrambi la vittoria in ben due Super Bowl.

La storia poteva essere diversa probabilmente anche per Morten Andersen, che divenne il giocatore della NFL recordman di punti segnati. All’età di 46 anni, smesso il casco, il danese Andersen aveva realizzato 2,445 points, ed entrando per primo nella Danish American Football Federation Hall of Fame. Probabilmente per il gigante nordico, noto per la sua precisione nella trasformazione dei calci piazzati, diventare un idolo delle arene calcistiche non sarebbe stato nemmeno difficile.

Curiosa la storia, al contrario, di Paul McCallum, canadese, che lasciò la madre patria giovanissimo per cimentarsi nel gioco del calcio in Scozia, raggiungendo come massimo traguardo la terza serie scozzese. Poi, a 23 anni, il rientro a casa per siglare il primo contratto professionistico con la franchigia dei BC Lions. Da qui un peregrinare continuo fra Europa ed Oltreoceano, attraverso quattro leghe professionali diverse. Oggi, all’età di 46 anni, McCallum è ancora un validissimo kicker vestendo la casacca dei Lions.