Chi è la moglie di Antonio Conte, ex ct azzurro e della Juve

Anche Antonio Conte, prima uomo squadra e poi Comandante in capo sulle panchina di Juventus, Italia ed ora Chelsea, deve obbedire a degli ordini. Si scherza ovviamente, ma in casa Conte, l’unione fa la forza ed il Mister ha una fedele compagna nella vita privata che risponde al nome di Elisabetta Muscarello.

Elisabetta, più “giovane” di Antonio, essendo nata il 3 dicembre 1975 a Torino, conosce il suo futuro marito da più di vent’anni, quando da Lecce, si spostò nella Città del Mole, avendo firmato con la Juventus. Conte, arrivato in bianconero ad appena 21 anni, prese infatti casa vicino a quella di suo padre. Ma come vicino di casa, sebbene calciatore affermato, non era per la giovane Elisabetta necessariamente un’interesse da coltivare, tanto che in una recente intervista dichiarò di non tenerlo minimamente in considerazione.

Poi, dopo essersi persi di vista per diversi anni, soltanto nel 2004 scossa la freccia dell’amore fra i due. Conte ha infatti appena lasciato i bianconeri ed il calcio giocato. Subito la convivenza, da cui è nata la piccola Vittoria nel 2007. Infine, il 10 giugno 2013 Elisabetta e Antonio si sono uniti in matrimonio nella chiesa degli Angeli Custodi a Torino.

Attenta, presente, sempre low profile, poca vita mondana e scuole pubbliche a Torino per la piccola Vittoria. “Sono realista e credo nei valori” ha confidato una volta. “Su tutti, l’onesta e la serietà”.

 

Pellè, l’errore dal dischetto scatena la miseria del popolo italiano

L’Italia esce dagli Europei di calcio nei quarti di finale contro la Germania, fa le valigie e ritorna casa e mentre il suo ct gia ex Antonio Conte si prepara ad una nuova partenza, direzione Inghilterra, al Chelsea che lo ricoprirà d’oro, gli azzurri si godranno qualche giorno o settimana di vacanza al mare, magari lidi esotici, d’altronde i loro stipendi gli permettono di godersi quei momenti di libertà dal lavoro in mete che il cittadino medio può solo vedere in fotografia sui cataloghi.

Ma per Graziano Pellè, autore di un fiasco dal dischetto nel corso della lotteria dei rigori, sarà l’estate degli sfottò, lui attaccante d’area e fra i pochi convocabili dal ct azzurro in quel ruolo, dato che le compagini italiane preferiscono aprire i portafogli per cercare all’estero i bombers che possano fargli vincere lo scudetto od assicurargli un posto in Champions League, “porto” migliore di una vittoria eventuale in Europa League che arricchirebbe la bacheca ma non le casse sociali.

Ma quale sarebbe la vera infamia di cui si sarebbe coperto il centravanti del Southampton? Beh, più che di aver sbagliato un rigore (la storia del calcio è piena di errore di campioni ben più celebrati), la sua colpa è di aver voluto provocare il portiere tedesco Neuer, stella del calcio e numero uno fra i pali al mondo, che che invece nella storia è già entrato per i successi con Bayern Monaco e nazionale.

Ebbene Pellè con quel gesto, mentre si avvicinava al momento della sua storia personale calcistica più importante, simulava il gesto dello scavetto, come a voler pensare di imitare quel cucchiaio che rese celebre Totti nel 2000 contro l’Olanda sempre agli Europei (in quanto realizzato) e a cui il buon Graziano, che a livello tecnico non si avvicina minimamente, non avrebbe nemmeno dovuto minimamente pensare.

Ma allora perché denigrarlo se poi ha preferito calciare abbondantemente a lato, per di più con il portiere teutonico che aveva intuito la traiettoria? Perchè provocare un potente come Neuer è considerata un’offesa, il mancato rispetto della bravura dei migliori e non il semplice tentativo di un più modesto giocatore che prova, dopo 120 minuti, a sfidare l’Impossibile in un gesto tecnico complicato di per sè ed a cui si aggiunge il carico di responsabilità di milioni di occhi che lo fissano.

Ebbene Graziano, quel gesto mimato per il tifoso italiano è considerato irriguardoso, visto che tu andrai sulle spiagge a goderti un pò di sole con la tua splendida fidanzata, mentre altri torneranno in fabbrica o in ufficio a sudare (per chi ha un lavoro), non dovevi usare la mano, ma essere semplice esecutore.

Infatti la provocazione è buona cosa solo se con esito vincente, come Grobbelaar, che nella finale di Coppa Campioni dell’84 con il Liverpool, si avvicinava alla riga di porta come un pugile groggy, fatto per innervosire i giallorossi che si accingevano a calciare dal dischetto, tanto che due campioni del mondo come Graziani e Conti spararono alle stelle il pallone e le speranze di alzare il trofeo di fronte ai propri tifosi all’Olimpico.

Pellè invece, che arriva dalla provincia, ha già la sua etichetta appiccicata: il guappo, il malandrino, il provocatore, ebbene si, all’italiano medio non piace chi provoca e fallisce, piace chi è furbo e la fa franca.

Le frasi più famose di Antonio Conte

Antonio Conte, dopo una carriera vincente da calciatore con la Juventus, ha scalato i diversi gradini del calcio come allenatore. Vincitore del torneo cadetto con il Bari e secondo con il Siena, il passaggio, o per meglio dire il ritorno, in bianconero lo ha portato da subito nell’albo d’oro del tricolore. Ben tre titoli in sequenza, poi il burrascoso addio in estate e l’arrivo in nazionale. Prima di vederlo partire per l’Inghilterra, destinazione Chelsea, ecco una serie delle frasi rimaste nella storia del tecnico pugliese.

Non è che ti svegli alla mattina e dici: oggi vinco. C’è un percorso da rispettare e non ci sono scorciatoie.

Per vincere ci vuole testa, cuore e gambe. Non in quest’ordine preciso.

Impossibile essere vincenti senza essere antipatici, almeno in Italia. Le gelosie e le invidie sono inevitabili, soprattutto ad alti livelli. Non succederà mai, difficile vedere un vincente simpatico.

Ale, perché chiamarlo Del Piero a me viene strano, trasmette qualcosa di speciale anche quando respira.

La Juve l’ho lasciata antipatica e l’ho trovata simpatica. Voglio che torni antipatica presto. Io se perdo muoio

Gli scudetti è giusto vincerli sul campo.

Ai giocatori dico sempre che la palla va indirizzata, non colpita. Non mi piace vederla sparacchiare alla viva il parroco, a cominciare dai portieri.

Un settimo posto può arrivare per caso, due no

Già ad Arezzo non mandavo a dire niente a nessuno. Se hai paura di esporti, ti devi rassegnare a vivere nell’anonimato.

Abbiamo fatto qualcosa di straordinario, guardatevi le rose dell’Inter di Mancini e della Juve di Capello, che hanno fatto meno punti di noi. Abbiamo fatto qualcosa di straordinario soprattutto considerando da dove venivamo, ovvero da due settimi posti. Il resto sono chiacchiere. Ma si sa: quando il lupo non arriva all’uva dice che è amara…

Novara-Siena: prosciolto. L’accusa infamante è caduta. È caduta. Cosa è rimasto? Un’altra partita: AlbinoLeffe-Siena, una gara in cui Conte non poteva non sapere. [… ] Una decade e pensi: “Se sono stati chiesti dieci mesi per due omesse denunce e ne rimane soltanto una, vuol dire che potrebbero diventare cinque. E invece dieci rimangono dieci. Altra cosa assurda e oggi lo posso finalmente dire: è assurdo tutto quello che mi è successo.

Alla Juventus non è permesso parlare di progetto, di costruzione. Deve vincere, la via di mezzo non va bene. Ma qui è passato uno tsunami che ha distrutto una superpotenza.

Oggi mi ritrovo di fronte a un certo “Pippo”, perché per la Procura non è più Filippo Carobbio, ma una persona diventata pappa e ciccia con la stessa, che viene considerato un collaboratore di giustizia. Vedendo che l’hanno zittito cinque volte e vedendo che l’hanno zittito l’ultima volta il 10 luglio, prima che ascoltassero me, io lo considero più che altro un aggiustatore di presunta giustizia. Il signor Carobbio, per la Procura di Cremona, è un bugiardo, non credibile, per la Procura Federale, invece, una persona altamente credibile. Conte, invece, non è credibile. La credibilità io credo che uno la ottenga nell’arco di una vita, non giorno per giorno. Io penso di aver ottenuto grande credibilità nella mia vita, a differenza di chi si è venduto le partite, la sua famiglia e i suoi compagni da tre anni a questa parte. Ma alla fine io sono passato come quello poco credibile.

Siamo coperti di vaselina, ci scivola tutto addosso.

[Sul Milan in risposta ad Adriano Galliani nel 2012] Da che pulpito, siete la mafia del calcio…

La critica innalza perché non vede l’ora di abbattere.

[In occasione della retrocessione dell’Arezzo dopo la sconfitta della Juve in casa con lo Spezia nel 2007] C’è profonda delusione e profonda amarezza, rispetto tanto i tifosi juventini ma ho poco rispetto per la squadra. Retrocedere così fa male però mi fa capire cose che già sapevo… Nel calcio si parla tanto, tutti sono bravi a parlare, adesso sembrava che i cattivi fossero fuori e che adesso ci fosse un calcio pulito, infatti siamo contenti tutti, evviva questo calcio pulito.

Voglio continuare a crescere, a stupire me stesso e gli altri. La Juventus non è un punto di arrivo. Tutto per me è un punto di partenza.

Chi vince scrive, chi arriva secondo ha fatto un buon campionato ma non ha fatto la storia.

Noi possiamo vincere lo scudetto e dobbiamo ottenere il massimo, sarebbe un peccato fallire l’obbiettivo. Le altre cose sono dei sogni, cose irreali, i sogni hanno una bassissima percentuale di realizzazione. Restiamo umili perché la presunzione uccide.