Le frasi famose di Vladimir Petkovic

Le frasi famose di Vladimir Petkovic

Passato in Italia per allenare la Lazio, con cui vinse una Coppa Italia “casalinga” nel derby allo Stadio Olimpico contro la Roma nel maggio 2013, Vladimir Petkovic si è fatto apprezzare per la sua facilità di linguaggio, grazie alla sua ampia conoscenza delle lingue.

Infatti “Vlado”, nato a Sarajevo nel 1963, è in possesso di ben tre cittadinanze:  croata (ius sanguinis), bosniaca (ius soli) e svizzera. Parla inoltre correntemente ben otto (!!!) lingue, oltre al nativo croato e bosniaco, anche l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, il russo e l’italiano.

Lo vedremo ad Euro 2016, sulla panchina della Svizzera, e c’è da starne certi, qualche sorpresa la riserverà di sicuro anche in conferenza stampa.

Le Frasi celebri di Vladimir Petkovic

“Una volta scrivete bunker, una volta no”. Riferendosi all’alternanza con cui alcuni giornalisti indicavano, a seconda del risultato, il suo modo di giocare.

“Non facciamo figura di riccio”. Per indicare quando la Lazio si chiudeva troppo in difesa.

“Contano i principi, non il modulo”.

“Non sono un sergente di ferro”. Lo disse in ritiro quando aveva sottoposto alla Lazio a ritmi stressanti di allenamento.

“Il mio calcio è dominante”.

“Giocano gli undici che domani reputo migliori”. Quando non voleva indicare la formazione titolare

“Devo vedere squadra con fame”.

“Lo scetticismo? Sono abituato”.

“Ma quali derby del Canton Ticino?”. Prima del derby con la Roma, c’è chi andò a scavare nel suo passato e nelle sfide tra Bellinzona e Lugano. Vlado, risentito, ricordò i derby vissuti a Sarajevo e le sfide scudetto tra Young Boys e Basilea in Svizzera.

Già mio padre era allenatore e quando ero piccolo sedevo accanto a lui in panchina.

Così, quando ho allenato i giovani a Locarno ho detto molto chiaramente sin dal primo giorno: “Cari genitori, il vostro posto è a non meno di 50 metri di distanza a destra e a sinistra dalla panchina”.

Cosa le è mancato per il grande salto di qualità? La velocità di base. E poi ero troppo timido, non ero abbastanza «cattivo».

 

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