Eleonora, arriva sempre dove vuole

Eleonora, arriva sempre dove vuole

Un giorno arrivo in palestra e mi trovo una bimba, io non l’avevo mai vista. Seduta sugli spalti ma con la borsa, la mamma od il papà non era li con lei in quel momento. Spaventato, preoccupato, chissà chi sarà mai quel minore, probabilmente  senza genitori, che aspetta me o qualcun altro. Io alleno una squadra di pallavolo femminile ma finora tutte quelle che si erano aggregate al gruppo le conoscevo. Lei non parla e mi guarda, chissà cosa starà pensando, magari è la sorella di qualche ragazza che già viene ad allenarsi e non la conosco.

Può essere, d’altronde mica conosco la storia del mondo e non sono tenuto a farlo. Le chiedo se aspetta qualcuno o voleva soltanto guardare un allenamento che per me è il solito, lo stesso, miracoli non si fanno nello sport neanche usando le pozioni di Asterix. Chissà, magari un “rinforzo”, poi chi sarebbe quel matto che dice di no ad una giocatrice in più e magari forte.  E poi mica dobbiamo vincere il Mondiale, magari le novità se ci spaventano, a volte ci aiutano a superare i muri invisibili.

“Ciao, mi chiamo Eleonora”, dice in fretta senza darmi tempo. Che rapidità penso io, allora “se se se venuta per allenarti, vai pure a cambiarti”, sicuramente qualcuna già conosce penso fra me e me. Nemmeno il tempo di indicarle dove sono gli spogliatoi che mi dice fermandosi: ” Ma io devo fare un programma speciale, perché sono speciale” facendomi pensare subito che sia uno scherzo. Speciale e per cosa, siamo noi tecnici a dire se uno è speciale o meno, senza riflettere che sebbene siamo su un campo l’italiano non diventa limitato al piano sportivo. “Eh si sono speciale perché sono disabile” come vantandosi della cosa o magari non ci fa caso, poi la condizione è soggettiva, che diritto ho di darne un giudizio. “Si ok, ma vuoi giocare o no? Vediamo dopo cosa vuoi fare e sei capace di fare. Non perdiamo tempo, non ho problemi, per me sei ok”. Vedo che Eleonora è titubante, non mi dice null’altro sulla sua condizione ed il perché si trova questa sera in questo posto, potrebbe essere arrivata anche da Marte.

“Io sono speciale ti ho detto, ma voglio stare qua a giocare a pallavolo, voglio fare anche io qualcosa” ripete seccata, sempre che siano quelle le sue intenzioni. “Dai allora iniziamo, mentre le altre fanno riscaldamento facciamo qualche esercizio” perché le parole contano, solo se seguono ai fatti. Ma mi accorgo che il dialogo puntava ad altro: ad Eleonora non importa il gioco, o almeno, interessa che gli occhiali dell’indifferenza non siano mai al loro posto, ma sotto un pesante macigno.

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