Ipswich Town: i fans italiani che amano i Tractor Boys

Parliamo con Simone Longo, responsabile della branch italiana dell’Ipswich Town, il club inglese che sorprese l’Europa nel maggio 1981 arrivando ad alzare al cielo la Coppa Uefa dopo la doppia finale contro gli olandesi dell’AZ Alkmaar. Sebbene da una quindicina d’anni navighi in Championship, l’amore per i Tractor Boys non conosce confini e limiti, tanto che l’Italia “accoglie” numerosi fans che amano la compagine che risiede sulle sponde del fiume Orwell.

 

Come è nato il gruppo e la passione per l’Ipswich e come l’avete diffusa nel corso degli anni.

Il gruppo nasce nel 2007 e ne divento il responsabile nel 2011. La miccia della passione in me è stata accesa da mio fratello più grande che ricorda molto bene l’Ipswich dei miracoli vincitore della coppa Uefa nel 1981. La mia passione è esplosa nel 2001 quando approfittai della partita giocata a San Siro contro l’Inter in coppa Uefa: non solo riuscii a vedere per la prima volta dal vivo la squadra, ma riuscii a procurarmi il biglietto nel settore ospiti in mezzo ai 10.000 venuti dal Suffolk. Una serata che porterò sempre nel cuore. Poi la passione diffonde passione e sono riuscito a coinvolgere gli amici e, grazie ai social, a riunire tifosi e simpatizzanti dei Tractor Boys sparsi per l’Italia.

 

Come seguite le vicende del club a distanza: ritrovi comune o vi affidate al mondo della tecnologia 

Con le distanze che ci separano, ovviamente internet fa la voce grossa: abbiamo un blog, una pagina Facebook e un gruppo su whatsapp con i quali stiamo in contatto e condividiamo notizie. Quando le partite vengono trasmesse da Sky (il canale inglese) ci ritroviamo al pub a vederle.

 

 

Quale giocatore che milita nella Serie A italiana lo vedreste bene con la maglia del vostro club

Beh, contando che siamo in Championship (la seconda divisione inglese) e siamo una squadra di media classifica, sono in tanti quelli che farebbero comodo! Nessun nome in particolare ma ci servono come il pane una punta forte fisicamente, che sa reggere il peso dell’attacco, fare sponda e segnare una ventina di gol a stagione e un regista a centrocampo che faccia girare la squadra. Ma, scherzi a parte, non credo che nessun giocatore di serie A abbia la volontà di trasferirsi in una squadra come l’Ipswich e soprattutto l’Ipswich non può permettersi un giocatore di serie A visto che soldi non ce ne sono.

Quali iniziative portate avanti durante la stagione

Oltre a seguire la squadra come detto sopra, organizziamo una trasferta di gruppo l’anno (ciò non toglie ad ognuno di andare quando vuole), giochiamo tornei di calcio a 5 e a 7 contro altri branches che rappresentano squadre inglesi con l’occasione di fare un po’ di beneficenza.

 

Che contatti avete creato con il club ufficiale, se sono sorte amicizie con i tifosi inglesi

Siamo in contatto costante a tutti i livelli: con dirigenti, giocatori, ex giocatori e tifosi. Amicizie nate sia dalla nostra voglia di farci conoscere sia dalla loro curiosità verso personaggi italiani che tifano per l’Ipswich. L’Ipswich è un club familiare e siamo stati davvero fortunati ad appassionarci a questa squadra. Non siamo semplicemente un numero ma parte del club, ci sentiamo parte di una famiglia.

 

Trasferte ad Ipswich: i vostri luoghi preferiti, come decidete la partita da seguire, la vostra road-map pre e dopo-gara

Ipswich non è una città molto grande ma è molto bella e gradevole. I nostri luoghi preferiti (Portman Road a parte ovviamente) Sono il Waterfront, il centro in generale e Cristchurch park. La nostra trasferta di gruppo viene organizzata secondo la segnalazione del club di fans inglese che ogni anno organizza il supporters weekend: in questo modo si riesce a riunire i tifosi blues da tutta Europa e anche tutto il mondo (sin dagli USA e dall’Australia).  L’evento è davvero speciale, perchè vengono organizzate diverse attività come partite di calcio tra i tifosi, tour dello stadio e incontri con calciatori o vecchie glorie. Il pre partita viene trascorso nella fan zone fuori dallo stadio e il post al Legends Bar all’interno di Portman Road con tifosi, ex giocatori e rappresentanti nel club. Al di fuori del contesto stadio il nostro locale preferito è l’Isaac situato in pieno Waterfront sulle sponde del fiume Orwell.

 

I rapporti con tifoserie italiane di squadre inglesi

Abbiamo un rapporto fantastico con tutte le altre tifoserie, ci troviamo per giocare insieme, bere, mangiare e condividere la nostra passione.

 

 

Cosa pensate della Premier League e del calcio inglese ed un confronto con quello italiano

Il calcio inglese è il migliore al mondo. La Premier ormai è un salottino esclusivo ma è frutto inesorabile della modernità. Bisogna scendere nella EFL (Championship, League1 e League 2) per respirare al meglio l’atmosfera del calcio britannico. Detto questo, ovviamente sogno un ritorno nella massima serie ma adoro il campionato nel quale giochiamo. A livello generale la differenza generale tra calcio inglese e italiano la fanno la mentalità e di conseguenza il modo di vivere lo sport…provare per credere!

Fabio Panchetti: Antuofermo-Moser, passioni forti da bambino

Fabio Panchetti, voce sui canali Sportitalia (boxe) e Eurosport (ciclismo), racconta al microfono virtuale di Barcalcio.net come la sua passione sia diventata lavoro. Ed in particolare deve ringraziare Francesco Moser e Vito Antuofermo di averli potuti “incontrare” nella tenera età, quando si sceglie per chi tifare.

Pronti via, saliamo sul ring, ti lancio subito una provocazione dopo il gong.

 

Se potessi costruire il pugile ideale, quale colpo prenderesti a prestito dai grandi campioni

Bella domanda, se dovessi idealizzare un super pugile sceglierei le gambe di Sugar Ray Robinson, seppure sia un boxeur d’altri tempi, ma dai filmati che ho visto era impressionante, sapeva fare dei passi che quasi anticiparono la break dance, strisciando i piedi per terra, muovendosi in maniera dinamica.

Il carattere e la grinta di Vito Antuofermo che è stato il mio idolo assoluto come pugile, ed anche la faccia, il suo volto, per il modo in cui sapeva soffrire e lottare sul ring.

Come colpo risolutore prenderei il flash di Giovanni Parisi che ritengo l’ultimo dei grandissimi del pugilato italiano e l’ultimo italiano a poter salire sul ring e vincere l’incontro con un colpo solo, un pugile dal repertorio assolutamente completo,  con così tanti e diversi colpi risolutori, dal gancio al sinistro.

Come potenza complessiva, devo ammettere, io non sono mai stato un grande fan di Mike Tyson, preferisco prendere a prestito la potenza di Marvin Hagler, peso medio e dunque non con quella forza devastante che può avere un peso massimo; Hagler lo metto davanti a Monzon in una classifica virtuale solo perché “l’ho vissuto di persona” vedendolo combattere mentre ho potuto apprezzare  il pugile argentino soltanto tramite filmati di repertorio.

 

L’equazione fame=pugilato è tuttora valida?

E’ certamente  una cosa che aiuta, sebbene non sia più una conditio sine qua non. Il mondo per fortuna è un po’ cambiato, non c’è più solo la fame che spinge a diventare pugile. Certo, rimane qualcosa in più, una motivazione maggiore per emergere. A tal proposito, non ricordo esattamente chi lo disse, mi pare Lou D’Uva, che i migliori pugili si trovano in carcere o nel ghetto. E’ parzialmente valida, spero che con il passare del tempo l’equazione perda significato ed è quello che sta un po’ succedendo negli ultimi tempi.

 

La boxe è una metafora della vita?

Assolutamente si, c’è tutto,  si è soli contro sé stessi e contro il nemico, dai guai bisogna tirarsi fuori da soli in qualche modo ed il carattere emerge proprio nei momenti di difficoltà;  è un confronto continuo ma leale, con delle regole che andrebbero sempre rispettate, anche nella vita di tutti i giorni. Fortunatamente è la metafora di una buona vita con le regole al primo posto. Purtroppo nella vita reale, e mi limito all’Italia, non accade quasi mai.

 

Cosa significa aver trasformato le tue passioni in lavoro.

Si vede che era nel mio destino. L’approccio con il ciclismo era dovuto al fatto in famiglia le due ruote sono sempre state importanti: mio nonno correva in bicicletta, sebbene io non l’abbia mai conosciuto, mentre mio padre era un grande appassionato di ciclismo. Un giorno, ero un bambino di cinque anni,  mi portò in Piazza della Signoria a Firenze per assistere alla partenza del Giro di Toscana,  parlandomi fin da subito di Francesco Moser, come di un giovane campione e che in quell’anno indossava la maglia di campione d’Italia. Al raduno pre-gara mio padre me lo indicò ed io, piccino com’ero, non potei che chiamarlo e gridare il suo nome in maniera spontanea. Affettuosamente Francesco mi prese in braccio e stetti in compagnia di quel grande campione per qualche minuto proprio prima della partenza.

Da notare che quell’anno la corsa arrivava a Firenze nei pressi di casa mia, dove abitavo ai tempi dell’infanzia, così che potei vedere il passaggio dei corridori da vicino. Pochi minuti dopo, qualcuno ci avvertii che proprio Francesco aveva vinto la corsa; il caso volle che alla sera andammo in una pizzeria, un locale nei pressi della nostra abitazione, una consuetudine che avevamo il sabato e chi mi trovai? Tutta la squadra a festeggiare la vittoria con Francesco in prima fila; ovviamente ne approfittai per stare ancora qualche minuto vicino a Moser che, da quel momento,  divenne il mio idolo, un giorno devo dire che mi segnò indelebilmente sotto ogni profilo. L’anno dopo iniziai a correre in bici, perché volevo essere come Francesco Moser.

Per quanto riguarda la boxe, è cominciato appena due anni più tardi. Il primo match che vidi aveva come protagonista Mohammed Alì, di cui avevo letto sui giornali le imprese. Ma a “farmi malato” di pugilato fu l’italo-americano Vito Antuofermo che doveva affrontare per il titolo mondiale l’americano Marvin Hagler (1979 ndr), di cui vidi sulla Gazzetta dello Sport la foto. Vidi l’incontro la notte con mio padre e ne rimasi affascinato, senza mai provare paura o timori, sebbene fu un incontro cruento nel quale Antuofermo fu letteralmente massacrato di colpi (il match terminò poi in parità).

E la passione è proseguita nel corso degli anni. Ebbi solo una “pausa” per qualche anno in seguito a miei studi universitari negli Anni Novanta che mi allontanarono temporaneamente. Poi per fortuna grazie al lavoro, sono tornata a viverla e seguirla a 360° gradi quotidianamente.

 

Quale pugile, a tuo avviso, avrebbe potuto fare il ciclista e viceversa

Un ciclista che avrebbe potuto fare il pugile per il suo carattere, la voglia di non arrendersi mai, senza dubbio Claudio Chiappucci, un corridore con un grandissimo animus pugnandi, non eccezionali mezzi tecnici, ma sempre pronto a rischiare pur di vincere.

Nel caso opposto, sono tentato di dire Daniel Bruzzese, che da giovane fu ottimo corridore, vincendo tra l’altro il titolo nazionale allievi e compagno di squadra di Riccardo Riccò. Per il resto avrei visto bene Marvin Hagler: la sua potenza esplosiva quando indossava i guantoni, se potessi trasporla idealmente al ciclismo, mi fa ricordare Fabian Cancellara. Marvin aveva uno sguardo tagliente, sembrava un puma, una lince, credo che vincesse qualche matches già solo nel faccia a faccia con lo sguardo prima di salire sul ring.

 

Questione giurie: si arriverà ad un sistema elettronico?

Più si va avanti e più lo sport ha bisogno di credibilità e di certezze assolute. Se esistesse una macchina che potesse riscontrare e registrare tutti i colpi, distinguendoli con precisione, mi ci affiderei fin da subito. Perché la discrezionalità è uno dei mali dello sport e della boxe in particolare. Mi sconvolgono le giurie scandalo che alle Olimpiadi, purtroppo, si verificano in ogni edizione. Trovare un “occhio di falco” che sia giudice neutrale sarebbe la panacea contro alcuni verdetti assurdi.

 

Torneremo presto a vedere le grandi riunioni di boxe in Italia?

Credo sia più un discorso economico,  con una crisi da superare, al momento, troppo pesante. Parlando con gli organizzatori in questi anni, spesso li ho sentiti lamentarsi per la carenza di pubblico. Tuttavia ho sempre ricordato che non è soltanto la boxe a soffrire le arene vuote, tutti gli sport, tranne qualche disciplina in controtendenza,  registrano netti cali nelle presenze. D’altronde organizzare costa e non si possono certo regalare i biglietti.

 

Le speranze della boxe italiana in ottica Tokyo 2020

Uno su cui dobbiamo puntare ed è già mentalizzato in ottica Olimpiadi è

Guido Vianello, il nostro supermassimo che sta crescendo molto di match in match, nonostante sia molto alto ha notevole agilità, con un pugno che sa fare molto male. Un altro prospetto che reputo interessante è Michael Magnesi, sebbene professionista, i regolamenti attuali permettono la disputa dei giochi olimpici. Tuttavia non ne conosco nei dettagli i suoi programmi agonistici per il futuro.

 

World Boxing Series, il tuo giudizio

A me è sempre piaciuta,  la reputo una novità interessante nel mondo del pugilato; ho anche avuto il piacere di commentarla fin dalla prima edizione. Era una novità, che va presa per quello che è, poi il mondo del professionismo si è “un po’ risentito” temendo una concorrenza ed un’invasione di campo. Ma lo ritengo un interessante esperimento, che è servito a tanti ragazzi per capire se pronti ad entrare nel mondo del professionismo in quanto il livello tecnico è più elevato. Si sono visti ed apprezzati anche boxeur di qualità, uno su tutti è l’ucraino Sergij Derev’jančenko che è stata la stella della franchigia italiana per diverse edizioni; ormai vive da qualche anno in America e credo che presto si batterà per il titolo mondiale. Uno dei migliori pugili che abbia visto combattere negli ultimi anni.

 

I grandi matches fanno bene alla boxe?

Aiutano sicuramente chi organizza, viste le enormi cifre che muovono. E ritengo, per citare un caso noto, il match Mayweather –Pacquiao abbia fatto felici molte persone, economicamente parlando, a partire dai due soggetti interessati. Poi però, se si dimostrano noiosi, non fanno certamente il bene del pugilato. Io ebbi l’opportunità di commentarlo e devo dire, in certi tratti era al limite dell’incommentabile, un match imbarazzante per l’assenza di contenuti tecnici. Mayweather senza dubbio ha vinto con pieno merito perché è riuscito a non cadere nella provocazione, dando qualche punzecchiata qua e là. Ma un match di rara bruttezza, ritmo basso, non c’era nulla di apprezzabile, davvero non riesco a pensare a chi possa essere piaciuto.

Grazie Fabio e buon lavoro!!

 

St. Pauli, il fans club italiano che ama la sua cultura calcistica

Tifare per una squadra tedesca, merce rara, si direbbe qualora si parlasse di un oggetto da vendere o comprare. Ma la passione calcistica, oltre a non conoscere confini, mette sul piatto valori e condivisioni che non sono in vendita. E specchiarsi in una bacheca (di trofei) per sentirsi rispondere di essere la Principessa del Reame, non è l’ambizione del tifoso ideale, anzi si può (e si deve liberamente, aggiungo) tifare per un’idea, dei colori, un logo, una maglia, indipendentemente dalle coppe vinte.

La pensano a questa maniera i fans italiani del St.Pauli, compagine di Amburgo che milita nella Serie B tedesca e che forse tanti conosceranno più per il teschio raffigurato nel logo societario che per i nomi dei calciatori. Conosciamo i supporters tricolori in questa intervista che Barcalcio.net ha fatto con Sergio Sorce e Carlo Ghio.

 

1) Cosa ha fatto scattare la passione per il St Pauli e come avete trasmesso ad altre persone il vostro entusiasmo. 

Personalmente è tutto nato per caso, da una chiacchierata con un amico in cui, di fronte a una birra, si parlava delle possibili mete per un addio al celibato. Propose Amburgo, per il costo del volo piuttosto contenuto. Pensai “Aaaah, dove gioca quella squadra col simbolo del teschio dei pirati!”. Tornato a casa cercai notizie su internet per pura curiosità. Non sapevo a cosa sarei andato incontro e adesso eccomi a rispondere alle tue domande. Non immaginavo quale mondo ci fosse dietro al Jolly Roger (il teschio dei pirati con le tibie incrociate). Ignoravo il fatto che non fosse il simbolo ufficiale, bensì quello nel quale i tifosi si identificano come icona di resistenza e lotta al sistema. Tutto nato negli anni ’80, quando gli operai del quartiere e gli abitanti delle case popolari del porto, da sempre ignorati dal governo, sono scesi in strada per difendere il proprio tetto dalla mera speculazione edilizia della politica tedesca.

Vinsero, dopo mesi di duri scontri. E ce la fecero anche grazie all’associazionismo che si creò nei pub, nei circoli e in tutti i luoghi votati al confronto politico. Le gradinate del Millerntor, lo stadio che ospitava la squadra minore di Amburgo, diventò uno di questi e il St. Pauli da squadra di quartiere divenne vessillo di una politica ancora possibile e, oggi, di un altro calcio.

Cerco di trasmettere questo entusiasmo tra le righe della cronaca della partita su www.stpauli.it, nelle pagelle ma grazie soprattutto a interviste come la vostra, ad articoli scritti per altri blog. E poi soprattutto parlando a quattrocchi con gli amici che volevano andare ad Amburgo solo perché il volo costa poco. C’è molto molto di più. Credo ancora in un romantico (e perché no digitale) passaparola.

Infine penso di poter rispondere per Carlo, il padre fondatore del St. Pauli Club Zena, per cui l’amore è nato dopo un viaggio ad Amburgo con altri amici genovesi (Zena è Genova in dialetto). Hanno trovato parallelismi con la loro splendida città e da semplici appassionati di calcio tedesco sono diventati i primi veri tifosi italiani dei St. Pauli, gettando il seme di questa comunità internauta.

2) Come seguite le vicende del club a distanza dalla vostra “base”.

I tifosi si confrontano sul sito, commentando in fondo agli articoli e sulla pagina Facebook. E’ interessante il fatto che alla fine, nonostante l’enorme realtà socio-politica che sta dietro al St. Pauli, si parli comunque di calcio. Scelte tecniche, sostituzioni sbagliate, nuovi acquisti, andamento in campionato. Siamo pur sempre malati di calcio, innamorati di una squadra che non è una semplice squadra ma attratti pur sempre dal rettangolo verde.

 

3) Come vi organizzate per seguirlo live e quali momenti sono rimasti indelebili.

Come spiegavo il club fisicamente non esiste. Sarebbe bello ritrovarsi in un pub e seguire le partite in streaming pirata proprio come sono soprannominati i giocatori. Ma non è possibile anche perché il nostro è (l’unico) fan club italiano ufficialmente riconosciuto dal St. Pauli che unisce tifosi da tutta Italia. Mi hai dato una bella idea però, potremmo creare una sorta di Instagram Story in cui i tifosi mandano la propria foto mentre seguono la partita. Con sciarpa al collo e birra in mano!

Per gli aneddoti mi viene più facile che ognuno si legga da sè la cronaca di quest’amara sconfitta. Le partite sul nostro sito vengono raccontate anche così.

 

4) Perchè St Pauli, cosa rappresenta per voi la sua mentalità ed espressione di valori.

St. Pauli è un porto, per lungo tempo è stato il più grande d’Europa. E’ uno sbocco sul mare, un approdo per chi ha cercato fortuna come i Beatles, che si sono fatti le ossa suonando fino all’alba in club dove i marinai erano interessati più alle cameriere che alla musica, ma è anche la sintesi di culture che convivono. Serenamente aggiungerei. Per anni è stato considerato il polmone (da sfruttare) di una certa economia e quando la politica ha guardato a St. Pauli come ha un’opportunità per l’alta borghesia, quella sintesi proletaria di contaminazioni, a lungo dimenticata, si è ribellata. Vincendo. La vocazione a resistere è nel dna di questa gente da generazione. Potrei dimostrartelo dicendo che è stata l’ultima roccaforte a cedere al nazismo e un certo Adolf Hitler dovette addirittura scendere a patti, lasciando alcuni diritti che la città anseatica ormai aveva acquisito.

St. Pauli significa associazionismo popolare, nel senso più alto del termine. Vuol dire rifare una votazione se ci si accorge che un socio non ha votato in quanto cieco, e non si era accorto della raccolta del volto. E vuol dire ribaltare il verdetto della votazione per quella scheda mancante. E ti assicuro che è successo.

St. Pauli significa avere il mercato a luci rosse del sesso, anche se ormai è una reticenza turistica di quelle notti marinaie, ma avere la percentuale più alta d’Europa di donne allo stadio. E quando nell’ultima stagione in Bundesliga la società si è fatta attrarre dalle sirene del business, installando dei palchetti lap dance per ospiti vip, i tifosi si sono ribellati infliggendo una coltellata alle casse della società e boicottando ogni genere di marketing, finché non hanno dovuto togliere quei privè.

St. Pauli significa scegliere di perdere un milione e mezzo di euro all’anno pur di non vendere il nome dello stadio a un brand (Millerntor è un’antica porta della città che adombra lo stadio).

Questo, e molto altro, è il St. Pauli. Per tutto il resto c’è il calcio moderno. Nell’accezione più bassa del termine.

 

5) Se dovessi scegliere una metafora per descrivere il St Pauli nel calcio attuale e perché.

L’immagine l’ha trovata involontariamente e per gioco Doc Mabuse, il punk che portò la bandiera dei pirati allo stadio: “Ho semplicemente preso una bandiera, l’ho legata a un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all’autorità”.

Ma siccome è una bella domanda descrivo la mia immagine. Un bambino che cammina controcorrente guardando avanti mentre una fiumana di adulti cammina a testa bassa nell’altra direzione. La passeggiata controcorrente, nel verso opposto della deriva che il calcio sta prendendo, di un bambino, perché la fede del St. Pauli è un cammino in divenire.

 

6) Durante la stagione quali iniziative portate avanti

Questo è l’anello debole del club, dovuto proprio al fatto di essere una comunità che si riunisce su internet ma che di fatto non si conosce. Oggi però bisogna sfruttare le enormi potenzialità della rete. Magari inventandosi la Instagram story di cui accennavo prima. O raccogliendo un album di foto di tifosi da ogni parte d’Italia. E’ tempo che ci pensiamo e penso sia arrivato il momento di concretizzare. Lo prendo come un compito per le vacanze.

 

7) Se dovessi consigliare ad un ragazzo perché “associarsi” al St Pauli, quali sentimenti ed emozioni toccheresti per convincerlo che il calcio non è solo un pallone che rotola.

 

A quel ragazzo direi che quando il club è stato sull’orlo del fallimento, a inizio secolo, sono stati i tifosi stessi a salvarlo con una campagna di refunding. A testimonianza del fatto che non c’è Presidente o sponsor che possa salvare l’amore della sua squadra. Il sistema italiano è indirizzato a trattarci come clienti, non tifosi. Il St. Pauli è senso di appartenenza. E’ vietare qualsiasi annuncio pubblicitario dieci minuti prima della partita per concentrarsi su ciò che accade in campo. E’ avere un numero importante di posti in piedi in tribuna perché la partecipazione dev’essere attiva. E’ scendere in campo sulle note di Hell’s Bells degli AC/CD. E’ un progetto in cui i tifosi più giovani sono portati in trasferta a conoscere i coetanei dell’altra squadra per condividere la stessa passione per il calcio.

Il St. Pauli è un altro calcio ancora possibile.

E a quel ragazzo direi di raccogliere poche centinaia di euro, ma davvero poche, e prendere un volo per Amburgo, andarsi a vedere una partita del St. Pauli ed entrare in un mondo parallelo.

 

Lakersland, dove il mondo è solo LA-gialloviola

Se il basket ti porta Oltreoceano, non puoi che tifare Los Angeles Lakers: non è un’equazione corretta e tanti appassionati, solo a leggerla, storcerebbero sicuramente il naso. Ma per chi vede la palla a spicchi a “tinte giallo viola”, la città delle stelle significa solo e soltanto gli amati “Lacustri”. E in Italia una della pagine più attive nel mondo di Internet e dei social è sicuramente LakersLand, il luogo dove l’amore per i losangelini è viscerale.

Per conoscere più a fondo il mondo Lakers italiano, abbiamo intervistato Alan Di Forte, noto su Lakers forum con il nick Tony Brando, uno fra i curatori della pagina e che gentilmente, a nome dei ragazzi della redazione, ha voluto “spiegarci” la passione Made in California.

 

Perché e come nasce l’amore per i Lakers?

Parlo ovviamente per me stesso, perché ognuno ha avuto il suo percorso. Personalmente da bambino ero molto attratto dal giallo e dal viola, vedere quei colori sulla maglia di una squadra mi portò immediatamente alla simpatia, pur non seguendo ancora la pallacanestro; poi la vicenda di Magic Johnson con l’annuncio della sieropositività, ha aumentato l’empatia verso questa franchigia. Una volta scoppiato l’amore per il basket, quello per i Lakers è cresciuto di pari passo.

 

Quanti siete (more or less), come vi organizzate per seguire la stagione; esistono incontri in Italia con fans di altre franchigie americane?

Gli  iscritti alla piattaforma sono più di 800, ovviamente un dato che comprende tutti gli iscritti in dieci anni di storia. In genere il traffico quotidiano vede attivi una cinquantina di utenti, se c’è qualcosa di grosso in ballo (come l’avvicendamento di tutto il front office nello scorso febbraio), si toccano tranquillamente i 200 utenti attivi nel forum. Il modo di seguire la stagione è cambiato radicalmente negli anni con l’avanzare delle tecnologie e i mezzi a disposizione: fino a sei anni fa facevamo i recap di ogni partita scrivendoli in diretta; appena finita la gara erano online, con uno sforzo enorme da parte di tutti i membri della redazione. Oggi sarebbe perfettamente inutile, con le varie app tra cui Nba Game Time tutto è disponibile in tempo reale, highlights compresi, per cui apriamo semplicemente un topic nel quale commentare tutti insieme la gara in diretta e il giorno dopo. Oggi principalmente facciamo articoli di approfondimento senza una periodicità prestabilita, lasciando in disparte la mera cronaca. Abbiamo fatto molti raduni Lakersland negli anni sia a Milano che a Roma, l’ultimo è di due anni fa; non si può nascondere che il periodo non troppo felice dei Lakers non aiuti in questo senso J. Sono sempre eventi molto coinvolgenti, con belle sfide sui playground e poi a tavola…beh, si continua!!! Con tifosi di altre franchigie al momento non ci siamo mai incontrati ma potrebbe essere divertente.

 

Quali sono ad oggi le emozioni più forti che avete provato tifando giallo-viola.

Anche qui, parlando a titolo personale, essendo nato nel 1984 devo mettere da parte tutta l’epoca dello Showtime: la vittoria in gara-7 con Portland nelle finali di conference del 2000 è stata una grande emozione. Dopo una stagione da 67 vittorie sembrava stesse tutto per svanire con quel -15 di inizio ultimo quarto, all’alley-oop di Kobe per Shaq la gioia è stata liberatoria, erano chiaramente le vere finali quell’anno e ci siamo sentiti davvero vicini a questo benedetto titolo che mancava da dodici anni. In generale i ricordi delle nottate in diretta durante i playoff sono i più dolci, veder nascere la leggenda di Bryant nel supplementare a Indianapolis in gara-4 del 2000 è un ricordo che, credo, tutti porteremo nel cuore. Ma se ne devo scegliere uno che sono sicuro unisce tutta la redazione, prendo gara-7 con i Celtics nel 2010, che vedemmo insieme in diretta proprio noi della redazione (la parte romana n.d.r), e soffrire, disperarsi e gioire: tale condivisione rimarrà per sempre nei nostri cuori.

 

Dacci la Top Ten dei giocatori che vi son rimasti nel cuore.

Domanda difficile perché ognuno nella redazione ha le sue preferenze, credo di non sbagliare se dico che Magic Johnson è nel cuore anche di chi non lo ha mai visto giocare; stesso discorso per Jerry West (visto anche quanto fatto da dirigente) e Abdul-Jabbar; la nostra generazione poi è cresciuta con Kobe, almeno io l’ho vissuto dalla sua prima partita all’ultima e per lui il posto nei sentimenti sarà sempre speciale. Poi si passa alle scelte un po’ più personali, parlando solo di quelli vissuti direttamente: Lamar Odom, Robert Horry, Derek Fisher, Pau Gasol, Rick Fox. Ok, mettiamo pure Shaq anche se dal mio punto di vista mi sono piaciute poco le modalità con le quali andò via dai Lakers, devo dire che ci ho messo più di dieci anni per “fare pace”.

 

Ora voglio provocare, la Top Ten dei giocatori peggiori visti in maglia Lakers.

Al primo posto sicuramente Steve Nash, già l’ho sopportato poco per aver derubato Bryant di un trofeo di Mvp, se poi ci aggiungiamo la fallimentare esperienza in gialloviola e quanto i Lakers diedero via per prenderlo. Sarebbe invece ingeneroso citare tutta quella serie di panchinari che avevano solo il compito di dare una mano in allenamento e sostenere i ragazzi durante la partita, quindi andiamo con quelli che più hanno deluso le aspettative con le quali erano stati presi: Dwight Howard, Isiah Rider, Gary Payton, Matt Barnes. A questi aggiungiamo Robert Sacre perché è stato comunque troppo… E fermiamoci qui per non essere troppo cattivi…

 

Quale italiano potrebbe vestire la maglia dei Lakers, sia sotto l’aspetto tecnico che caratteriale?

A voler fare una battuta direi tutti, visto lo stato attuale dei Lakers. Seriamente credo che i due italiani in Nba, Belinelli e Gallinari, potrebbero tranquillamente giocare con la casacca gialloviola. Idem Melli. E voglio citare anche Gigi Datome perché, soprattutto a livello caratteriale, è un giocatore di grande spessore e averlo in squadra non può che fare bene.

 

La passione per LA si estende anche alle altre franchigie sportive della città?

Personalmente no, non sono un grande appassionato degli sport americani. Ma in redazione, e sul forum intero, esiste e vive una grande simpatia per i Dodgers. Il football è arrivato da troppo poco e in molti avevano già tempo una franchigia del cuore, prendere e cambiare simpatie non ha senso.

 

Raccontaci dei vostri viaggi Oltreoceano per seguire i Lakers.

Nel corso degli anni i singoli membri della redazione sono andati diverse volte in “pellegrinaggio” a Los Angeles, a volte da soli, a volte in due, a volte quattro-cinque, come capitato al sottoscritto nel 2013 al mio secondo viaggio. Senza entrare nel merito delle partite viste (personalmente ho avuto la fortuna di assistere a due quarantelli clamorosi di Kobe in altrettante vittorie, tra l’altro), quello che credo tutta la redazione sia concorde nel dire è l’incredibile emozione che si prova la prima volta che si mette piede allo Staples Center. Entrare lì, vivere la partita, l’avvenimento, visitare i locali adiacenti il palazzo, toccare con mano tutto quello che hai sempre visto in televisione e che magari crescendo hai solo sognato senza credere si potesse mai concretizzare un’occasione del genere, è unico. Ti fa sentire di stare nel posto più bello del mondo, per il semplice fatto che è uno dei pochi momenti nei quali vivi davvero la sensazione di aver realizzato un sogno, e non capita certo tutti i giorni.

 

Come vedete la prossima stagione dei losangelini?

E’ inutile nascondere che veniamo dai quattro peggiori anni della storia della franchigia. I cambiamenti radicali avvenuti nel front office a febbraio si erano oramai resi indispensabili, ma ora riponiamo la speranza che Magic e Pelinka possano riportare in alto la franchigia. La fortuna ci ha assistito per il terzo anno in fila, regalandoci un’altra pick n°2 al draft, che credo verrà spesa per Ball perché non penso si concretizzeranno ipotetici scenari di trade. Sul mercato dei free agent non saremo appetibili anche questa estate e Magic lo ha candidamente ammesso con onestà, se non altro scongiurando il pericolo delle scorse off season quando per aspettare obiettivi irrealizzabili si sono perse delle grandi occasioni (Isaiah Thomas su tutti). Quindi tutto quello che dobbiamo fare è sperare che i nostri giovani vengano messi nella condizione di esprimersi al meglio e sviluppare il proprio potenziale dal momento che si è deciso di investire su di loro. A prescindere dal numero di vittorie, che sarà per forza di cose basso anche quest’anno, una crescita dei ragazzi e di coach Walton sarebbe sicuramente un buon punto di partenza per iniziare a costruire un futuro più roseo.

Intervista con: Italy Magpies, il fans club italiano del Newcastle

I Magpies hanno appena riguadagnato il Paradiso con la promozione in Premier League dopo un anno di Purgatorio? La festa non è stata solo sulle rive del Tyne, ma anche in Italia!!

Ebbene, nel nostro Paese esiste dal 2000 un fans club che tifa per i bianconeri del Newcastle. Oggi abbiamo intervistato il presidente Massimo Assoni dell’Italy Magpies.

Come nasce il gruppo e come avete diffuso la passione per i Magpies in Italia

L’idea nasce da molto lontano. Sin da piccolo ho sempre avuto una grande passione per il calcio inglese. Nel 1996 andai a Londra a vedere la finale di Charity Shield tra il Newcastle e il Manchester United. Perdemmo 4-0 ma rimasi affascinato dai tifosi della Toon Army : tanti e rumorosi nonostante il risultato a sfavore ! Una rarità in Italia.
Quella per il Newcastle è una vera e propria “malattia” e così nel 2000 decisi di fondare il Fans Club, con l’obiettivo di condividere questa passione a livello nazionale, nella speranza di riunire tutti i tifosi e i simpatizzanti italiani del Newcastle.
Il sito web ed i social network hanno poi contribuito a diffondere il nostro gruppo.

Come e quando seguite dal vivo la squadra, le trasferte più emozionanti.

Organizziamo solitamente un raduno all’anno. Ci diamo appuntamento direttamente a Newcastle godendoci le fasi precedenti alla partita, la partita stessa ed il post.
Ogni raduno è speciale , ed ogni anno si aggregano nuovi tifosi che per la prima volta vivono l’esperienza un’unica di assistere ad una partita al St.James Park : è ogni volta un’esperienza incredibile.
Tutti i nostri raduni sono emozionanti anche se quelli fatti per il derby con il Sunderland assumono un’atmosfera particolare, direi elettrizzante.
Trasferte al di fuori di Newcastle ne facciamo poche in gruppo (il settore ospiti quando c’è di mezzo la Toon Army è sempre sold out !). Ogni tanto qualcuno di noi si organizza singolarmente.

Che attività svolgete regolarmente durante l’anno.

Il nostro gruppo ha soci e simpatizzanti provenienti da ogni regione d’Italia (e non solo !). Una buona base risiede in Lombardia ma abbiamo anche Italiani direttamente a Newcastle , che lavorano là da diversi anni.
Durante l’anno ci si vede per il raduno annuale e/o per occasioni particolari come tornei di calcio con altri gruppi di squadre inglesi (soprattutto legati alla beneficenza verso chi è meno fortunato di noi) o semplicemente per vederci la partita in TV in qualche pub (il più comodo per molti di noi).
Ci tengo a sottolineare che tutto quello che facciamo non è mai a scopo di lucro , così come tutto il materiale realizzato è nato dal sacrificio di tutti.

I contatti che avete con il Newcastle, amicizie nate con i tifosi inglesi.

Dal 2004, il Newcastle ci riconosce come Fans Club presente in Italia, anche se non esiste un’affiliazione ben strutturata come invece succede per altre società. In ogni caso siamo coinvolti nelle loro comunicazioni.
Riguardo le amicizie, molte sono nate dai nostri raduni. La gente di Newcastle ogni volta ci dimostra grande affetto, anche solo per il fatto di venire dall’Italia per tifare il Newcastle.
Ogni anno ne nascono delle nuove ed ormai ci sentiamo come a casa….anzi forse meglio.

I rapporti con tifoserie italiane di squadre inglesi.

Da quando c’è il torneo di calcio “Italian Connection” che si svolge a Milano ogni anno, a giugno (il prossimo 10 n.d.r), ed al quale partecipano la maggior parte dei branches italiani di squadre inglesi, abbiamo fatto conoscenza con tanti gruppi.
I rapporti sono buoni con tutti i responsabili e con i nostri “cugini” del Sunderland ci si diverte a prenderci in giro per i risultati delle nostre  rispettive squadre sul campo.

Cosa pensate della Premier League ed un confronto con il calcio italiano.

Il calcio inglese in generale ha un fascino particolare. C’è molto meno polemica rispetto all’Italia dove ormai è assodato il culto del sospetto a prescindere dai risultati sul campo. Gli arbitri sbagliano di più in Inghilterra ma sono ritenuti scarsi e non vengono adibiti ad alibi per le mancate vittorie.
Non esistono “processi del lunedì”, “appelli del martedì” ed “interrogazioni parlamentari”.
Se guardiamo alla Premier League , lo strapotere economico generato dai contratti televisivi è lontano anni luce da quello Italiano. Ci sono poi gli stadi di proprietà, che identificano ancor di più l’attaccamento dei tifosi verso il club e generano introiti maggiori.
In Italia non si trovano (o non si vogliono trovare) soluzioni per agevolare il tifoso sull’evento sportivo in generale…pensate alla tessera del tifoso quante complicazioni porta ogni volta…non servono regole particolari per la delinquenza, basta far applicare le leggi che già ci sono.
In Inghilterra non sono tutte rose e fiori, sia chiaro, la violenza c’è ancora ma lontano dai campi e da occhi indiscreti.
I prezzi degli abbonamenti e dei biglietti sono per la maggior parte più cari rispetto ai nostri (non per tutte le società) ma lo spettacolo che si offre in campo e la comodità all’interno degli stadi è fuori discussione. E soprattutto chi sbaglia paga…tifoso , giocatore o dirigente che sia.

Perchè amiamo il calcio inglese ?

Andate una volta al St.James Park e capirete il perchè !

Leones Italianos: il fans club in Italia che tifa Athletic Bilbao

La passione per il calcio e per un club non ha confini: lo dimostra il fans club che riunisce i tifosi italiani che amano l’Athletic Bilbao. Ne parliamo con Emiliano GABRIELLI, Presidente dei Leones Italianos.

Come nasce il club dei Leones e come avete diffuso la passione per i colori biancorossi in Italia.

Il club nasce un po’ per caso; nell’estate del 2000, 4 amici decidono di fare un fan club, subito creano il sito internet, e vengono contattati da una peña di Bilbao, diventando in poco tempo Peña ufficiale. Davvero breve il tempo per essere considerati il punto di riferimento per chi amava nel suo piccolo i colori biancorossi dell’ATHLETIC.  D’altronde l’ATHLETIC è un club particolare, per cui la passione è una cosa che hai forte; d’altronde sono pochi i soci che sono arrivati per merito nostro, il 90% aveva già dentro di se l’amore per i biancorossi e cercava solo lo spazioe giusto per coltivarlo.

Come siete venuti in contatto con il club ufficiale ?

E’ stato un puro caso: un ragazzo appassionato di informatica di Bilbao, navigando un po’ in internet, si è imbattuto sul nostro sito et, voilà!! Seppure possa apparire strana come cosa, occorre tener conto che a Bilbao sono molto sensibili alla tematica; all’inizio, si aspettava di trovare i “soliti” figli di immigrati baschi, poi invece, appena  ha scoperto che eravamo tutti italiani 100%, si è dato da fare per farci entrare tra le Peñas ufficiali. E’ comunque un motivo di vanto per i tifosi baschi, essendo ( in quel momento) l’unica Peña straniera, non avente una radice o discendenza basca. In giro per il mondo esistono altri fans club, ma comunque creati da chi ha origini basche. Ora le cose stanno un po’ cambiando,  ma all’inizio costituivamo una mosca bianca.

Come portate avanti durante l’ anno la passione per i colori baschi

Abbiamo 3-4 appuntamenti fissi, la riunione annuale, cena di Natale ed il viaggio a Bilbao per vedere una partita. Da qualche anno abbiamo aggiunto al nostro personale calendario  la festa di Pasqua, i Mondiali Antirazzisti ed il torneo di calcio con la ItalianConnection, ovvero la famiglia dei fans club  di squadre inglesi presenti in Italia, che ci hanno accolto per la serietà che abbiamo dimostrato nel corso degli anni.

Come seguite le partite di campionato e coppa ? Vi ritrovate tutti assieme, vi scambiate opinioni durante l’anno?

Le partite normalmente ognuno a casa sua, considerando il fatto che siamo sparsi in giro per l’Italia, dunque il ritrovo comune avviene per le gare importanti. Ad esempio per la finale di  Europa League del 2012, in un pub di Bergamo ci siamo ritrovati ben in 50 aficionados. Purtroppo in quell’occasione il risultato finale non ci ha sorriso.

I legami con il club e la sua dirigenza . Come vi hanno accolti.

La dirigenza con noi è sempre molto amichevole; i contatti sono decisamente numerosi tanto da facilitarci il compito quando decidiamo di organizzare la trasferta a Bilbao o, quando la fortuna ci assiste, potendoli vedere sul territorio italiano. Negli ultimi anni, merito dei sorteggi di Coppa, abbiamo incontrato la squadra e la dirigenza in occasione delle  sfide a Torino, Parma, Reggio Emilia. E’ una società diversa anche sotto questo aspetto.

Quale è la filosofia che porta avanti la vostra passione e perché ritenete Bilbao unica

Odio eterno al calcio moderno. Sotto questo slogan prende corpo la nostra passione per l’ATHLETIC che continua a competere con le grandi, nonostante la filosofia dei ” tutti baschi” costituisca un’idea assai difficile  da praticare nel calcio attuale. Ci tengo a precisare che la filosofia non è “tutti baschi” letteralmente, ma il rifiuto delle leggi di mercato e del fatto che si  preferisca far crescere i ragazzi all’interno delle loro giovanili. Un esempio è costituito da AYMERIC LAPORTE, nato in Francia ma cresciuto nelle giovanili dell’ATHLETIC. Ogni calciatore che indossa la maglia biancorossa è nato in una delle 7 provincie basche oppure è cresciuto in una giovanile presente sul territorio di Euskadi. Noi non andiamo a far razzie di 14 enni in giro per il globo terrestre.

Avete  rapporti con tifosi di squadre italiane e come.

Ognuno di noi nasce tifoso di una squadra italiana, per cui bene o male abbiamo tutte le tifoserie rappresentate al nostro interno. Problemi non ne abbiamo mai avuti , anzi parecchie amicizie come ad esempio con il TORO, che è stata una bella festa; a Napoli (preliminare Champions League ndr) siamo stati accolti bene e molti tifosi partenopei al ritorno da Bilbao, nonostante la sconfitta, ci hanno fatto i complimenti.  Ricordo anche il piacevole episodio del 2010, quando in una amichevole a Genova con i genoani abbiamo avuto l’opportunità di scambi di conoscenze si con i tifosi del Grifone che con i blucerchiati. Tutti sono affascinati dalla filosofia dell’ATHLETIC; sottolineo che esiste anche una connotazione politica molto importante di fondo; è più facile avere amici tra i livornesi che tra i veronesi.

Le vostre prossime attività

Il 10 giugno saremo a Milano per il torneo di calcio a 7 che si disputa annualmente tra i fans delle squadre inglesi e che da qualche anno ci vede presenti.
Po, attendendo i sorteggi dei preliminari di EL, magari la fortuna ci assiste e nasce la possibilità di qualche trasferta o amichevoli in Italia.
A fine settembre invece è programmata la nostra riunione annuale, che quest’anno si svolgerà a Torino.

Quanti siete attualmente e come fare per associarsi

L’ultimo censimento recita 167 iscritti e per unirsi è molto facile: è sufficiente mandare una mail a segreteria@leonesitalianos.net e poi sarete ricontattati prontamente.

Raccontaci una trasferta che vi è rimasta nel cuore. 

13 maggio 2009 VALENCIA. Dopo 25 anni l’ATHLETIC si trova in finale di coppa del RE. Scopriamo che come peña ufficiale abbiamo diritto a 2 biglietti, organizziamo un pulmino e partiamo. Dopo 14 ore di viaggio (!!!) arriviamo a VALENCIA inondata di biancorosso. Alle 17 nei bar non c’è più birra ma ci troviamo con un inaspettato regalo: ci danno 3 biglietti invece di 2, come regalo per essere venuti dall’Italia. Urge decidere una cosa fondamentale: decidere chi entra e chi sta fuori. I biglietti vanno a 2 soci fondatori e al presidente, gli altri la guardano insieme ai 50.000 rimasti fuori dallo stadio
Segna TOQUERO, una bolgia, ma quello era il Barca del “sestete” il primo di PEP… e ne prendiamo 4…
Il rientro? Torniamo a casa ma tutti quanti con la gioia di aver preso parte a un evento e di essere stati accolti in famiglia, la grande famiglia dell’ATHLETIC !!! Un’emozione da brividi, bisognava esserci per  sentirla addosso.

Il St Mames. Che differenza sentite fra i due impianti? Vi pare di aver perso un pezzo di storia oppure i colori biancorossi vi fanno dimenticare “il passato” che non c’è più.

Il vecchio aveva ANIMA…. questo è BELLO !!!
Ti sentivi a casa, come quando vai a trovare il nonno, ho visto personalmente gente piangere come un bambino nel momento dell’addio.

Allora, per chiudere l’intervista, ti chiedo di farlo in basco, la lingua dell’Athletic.

Eskerrik asko, agur eta gero arte (grazie mille, arrivederci e a presto in basco).

Emiliano Gabrielli

Presidente Leones Italianos Il Fans Club dell’Athletic Bilbao in Italia

Intervista con: Riccardo Lorenzetti, parole libere di sport ed uomini

Quando si comincia a seguire lo sport? Secondo alcuni troppo tardi, vista la passione che mostrano quando guardano un pallone che rotola, un jab ben assestato, uno scatto su una rampa al 13% od un rovescio lungolinea a due mani che finisce all’incrocio delle righe. La parola passa dunque spontaneamente a Riccardo Lorenzetti che, attraverso i suoi racconti e libri, ha già saputo solleticare e far pensare le menti di sportivi che amano il gesto e l’uomo, non solo la Vittoria.

Quando e perché hai cominciato a scrivere di sport.

All’età di quando cominciano tutti. Che è, più o meno, quella della scuola elementare. Quando l’Album delle figurine Panini comincia a sembrarti infinitamente più interessante del sussidiario e la Domenica Sportiva, o 90 minuto hanno su di te la stessa presa della TV dei Ragazzi, o di SuperGulp. Parlo ovviamente degli anni 70, che per lo sport sono stati un periodo formidabile, oltreché molto educativo… Io, poi, avevo anche la fortuna di un babbo che faceva il presidente di una squadra di calcio dilettantistica. In pratica, la formazione vera e propria è cominciata ascoltando quelle storie lì. Giocatori buoni o scarsi, allenatori da prendere o da mandar via. Partite importanti e amichevoli da organizzare. Una palestra per allenare la passione e poi far maturare quella cultura sportiva che poi si perfeziona durante la crescita vera e propria.

Quando e come nasce l’idea di scrivere un libro di sport?

Dalle emozioni vissute durante l’evento o da un’analisi dell’uomo e della cultura sociale dietro il campione o la squadra. Da entrambe le cose. Soprattutto dalla magia che sprigiona un evento sportivo, o un personaggio, quando esso entra a far parte della cultura, se non proprio della storia. Il lato veramente interessante dello sport è questo, più del computo di vittorie e sconfitte delle quali sono pieni i giornali. Ed è un tratto che, se ben sviluppato, riesce a coinvolgere più e meglio del fatto statistico, come ben dimostra il successo di programmi come “Storie” su raitre e più nel dettaglio le magistrali interpretazioni di Federico Buffa, in Tv e a teatro. Saper cogliere quell’attimo nel quale lo sport diventa qualcosa di più di un evento ginnico, ed entra a far parte della storia se non della leggenda. E conseguentemente riesce a trasmettere alla gente un’emozione forte. Una specie di prisma dove si riflette la luce, che poi esce con sfumature multicolori. Ed allora apprezzi l’epopea di Coppi e Bartali, e capisci molto dell’Italia del dopoguerra. Ma anche il podio di Citta del Messico 68. La storia di Muhammad Ali, o di Jesse Owens, alle Olimpiadi organizzate da Hitler. Per arrivare al giro di campo di Francesco Totti, domenica scorsa. Che per i sentimenti che ha saputo smuovere, non so nemmeno se si possa definire semplicemente calcio.

La tua ultima opera sul Timao e Socrates ripercorre l’epoca storica di un paese noto alla maggioranza dei tifosi solo per il calciatori. Qual è stato il messaggio che hai voluto trasmettere con il libro.

Nessun messaggio, per carità. Semplicemente, una piccola testimonianza che andasse nella direzione di quanto appena detto. Che, in quel caso, assume una valenza del tutto particolare: come è particolare, d’altronde, il concetto che si ha del calcio, e dei suoi campioni, in un paese come il Brasile. E conseguentemente l’efficacia che esso abbia avuto per propagandare un messaggio. Che in quel caso era un messaggio sociale, di libertà e di giustizia. Mi sono divertito a disegnarci sopra una piccola favola del tutto inventata, con personaggi totalmente frutto della mia fantasia ma che doveva innestarsi dentro uno scenario che fosse effettivamente esistito. La cosiddetta “Democracia Corinthiana” ha avuto un effetto dirompente nella coscienza del Brasile di quegli anni, ed il lato interessante era proprio quello… Che a veicolare gli ideali della democrazia non fossero enciclopedie, o libri. Bensì un calciatore come Socrates (che era anche il capitano della Nazionale) e i suoi popolarissimi compagni di squadra. Ed un Club come il Corinthians, che è in Brasile una delle squadre più amate in assoluto.

Quanto è difficile, se ci riesci, scindere la passione per un atleta od una squadra nel momento in cui desideri scriverne o parlarne.

E’ molto facile, in realtà. Sia ne “La libertà è un colpo di tacco”, che ne “L’amore ai tempi di Mourinho”, parlo effettivamente di grandi personalità, per quanto diversissime tra di loro. Personalità soggioganti, capaci di esercitare una fascinazione immediata nel momento in cui ti appresti a scriverne. Ma va pur detto che io mi sono divertito a posizionarli sotto la luce di quel prisma del quale parlavo prima: li ho resi protagonisti inconsapevoli di una storia che li vedeva come protagonisti, ma che non li coinvolgeva direttamente. Il pericolo dell’immedesimazione eccessiva (una specie di Sindrome di Stoccolma, o qualcosa del genere) che può sfociare in qualcosa di fin troppo agiografico si ha quando ci si appresta ad una biografia, per esempio. Ma io preferisco concentrarmi sulle storie di vita che riguardano la gente di tutti i giorni, che vivono del riflesso delle gesta di questi lontani e famosi personaggi. Che colorano la storia, e gli danno spessore. Ma rimanendo sempre sullo sfondo.

Hai iniziato la carriera con la radio, quanto ti emoziona raccontare solo con le parole e quali difficoltà ti trovi ad affrontare.

La radio è una palestra meravigliosa per tutti quelli che amano comunicare qualcosa. Direi addirittura un passaggio obbligatorio, che serve a testare le effettive capacità divulgative di chi ha qualcosa da raccontare. La radio sa essere magica, ma oltremodo impegnativa; perché lì dentro non hai possibilità di bluffare. Sei solo con un microfono, il pubblico che ti ascolta e le tue emozioni che devi trasmettere. Senza la mediazione di immagini televisive che possono facilitarti nel compito. Un conto è parlare del Mondiale dell’82 mentre passa l’urlo di Tardelli, o l’abbraccio tra Bearzot e Pertini. Un conto è farlo servendosi solo delle parole, e rivolgendosi magari ad un ascoltatore che in quel momento sta guidando l’automobile, o ti segue distrattamente dal posto di lavoro. Quello è il banco di prova più difficile che esista. Il meno remunerativo, anche in termini di popolarità spicciola, ma anche il più esaltante. L’evento sportivo alla radio, infatti, si lascia sempre preferire. Sarà il retaggio delle tappe del Giro d’Italia, o di Tutto il calcio Minuto per Minuto con Ameri, Ciotti e gli altri negli anni di quando eravamo piccoli… Ma provate ad ascoltare una partita di calcio raccontata da un qualsiasi telecronista, anche il più bravo: e paragonatela a quella in radio di un Francesco Repice, per esempio. E lì si capisce la differenza

Immaginiamo uno stadio colmo e ribollente di tifosi, nel bel mezzo di un match importante: hai la bacchetta magica e puoi scegliere il ruolo da interpretare quel giorno, chi vorresti essere e perchè.

Non ho dubbi. Quello che al Novantesimo esatto segna il gol della vittoria su rovesciata, dopo una partita drammatica. Ma mi hanno già rubato l’idea… E’ il gol di Pelè in Fuga Per la Vittoria.

L’idea che un giorno potremmo trovarci tutti davanti alla tv a guardare un partita mentre gli stadi sono vuoti: un timore o pura fantasia?

Il problema non si pone. Perché quel giorno, se arriverà, vorrà dire che il calcio è stato svuotato di ogni contenuto ed interesse. E quindi, non sarà più vendibile al pubblico. Nel “pacchetto” complessivo di un prodotto, infatti, notiamo come il cosiddetto contorno abbia un’importanza decisiva, e faccia parte anch’esso dello spettacolo. Fino a diventarne addirittura la parte protagonista: come il derby di Genova, per esempio,che spesso si risolve in partite inguardabili ma con un tale sfavillio di colori e passione sugli spalti che ne fanno un evento imperdibile. O, se mi passate la “provocazione”, come il Palio di Siena: che sarebbe una normale corsa di cavalli, se non fosse per la città che vi sta dietro, che ne delira e lo fa diventare un qualcosa di unico e inimitabile. D’altronde gli anglosassoni, che questo tipo di marketing lo hanno inventato, hanno prima di tutto trovato il modo di riempirli, gli stadi. Perché il pacchetto che offrono deve corrispondere all’idea di una festa. Autentica, allegra e contagiosa: e sanno che non potrebbero mai sognarsi di vendere un prodotto triste e insulso come uno stadio semivuoto o, addirittura, con le poltroncine colorate per creare l’effetto-pubblico.

Potessi “costruire” una squadra composta da atleti, con libertà di spaziare in ogni sport, chi metteresti in campo ed in che ruolo? E chi sarebbe l’allenatore ideale?

Metterei campioni che hanno rappresentato qualcosa, sicuramente. Gente che ha saputo parlare al cuore del tifoso, ed ha saputo connotare un periodo della sua vita. O ha legato il suo nome ad un’impresa che poi è rimasta leggendaria… Una squadra ideale, molto alla rinfusa, comprenderebbe senz’altro il Mennea di Mosca 1980, per esempio. Ma anche il Coppi della Cuneo Pinerolo del 49. Dovremmo trovare posto a quasi tutta l’Olanda dei Mondiali in Germania, a Gigi Riva e a Gianni Rivera. A quegli allenatori inglesi vecchio stile, come Matt Busby, Bob Paisley o anche Brian Clough: degli ultimi, Mourinho sicuramente. E prima di lui, Bielsa. In campo anche Socrates, naturalmente. Che vedrei molto bene insieme a Cantona. Ma è ovvio che lista sarebbe lunghissima.

L’autore

Riccardo LORENZETTI nasce nel 1966. Come Eric Cantona, al quale ha la pretesa di assomigliare, anche fisicamente. Dopo una ventennale esperienza tra radio, giornali e soprattutto televisione, dove ha ideato e condotto trasmissioni dal titolo originale e di successo, sono usciti i suoi Romanzi (L’ANNO CHE SI VIDE IL MONDIALE AL MAXISCHERMO – 2012 Betti Editrice) – (LA LIBERTA’ E’ UN COLPO DI TACCO – 2014 Curcio Editore) e L’AMORE AI TEMPI DI MOURINHO (2016 – Urbone Editore).

Vive in paese e, purtroppo, non ha mai sognato la città.

Ama la Sampdoria ma sospira quando ripensa alla grande Olanda.
Predilige la musica d’autore italiana ma considera capolavori assoluti i primi tre album di Bruce Springsteen. Ama il cinema italiano ma farebbe una statua equestre a chi ha scritto i dialoghi di “Caccia a Ottobre Rosso” e “Harry ti presento Sally”.