Champions League: Derby di Madrid chi vincerà e perchè

Il Derby di Madrid sta assumendo sempre più carattere europeo: sarà il quarto confronto in Champions League fra le due compagini e finora hanno sempre avuto la meglio i Blancos, due volte addirittura alzando la coppa al termine del match.

Per l’Atletico di Simeone sarà la terza semifinale negli ultimi quattro anni mentre il Real sarà alla settima consecutiva.

Stavolta l’equilibrio pare dominare, vediamo perchè.

I Cinque Motivi Per Cui Vincerà il Real Madrid

1/ I Blancos sono gli unici ad aver superato i colchoneros quando sono stati guidati in panchina da Simeone. Accadde nei quarti di finale dell’edizione 2014-2015, quando un gol di Chicharito Hernandez li eliminò nel match di ritorno.

2/ Cristiano Ronaldo, è il Re della Champions. Il portoghese ha segnato finora 32 delle sue 100 reti complessive dai quarti alle finali finora disputate ed arriva dalla cinquina infilata alla difesa ermetica del Bayern.

3/ Il fattore psicologico. Il Real arriva da un triennio fantastico, super vincente e che solo la Juve seppe fermare nella semifinale di due anni fa.

4/ I giocatori sono tutti  in perfette condizioni. Soltanto Bale è leggermente indietro, sebbene sarà pronto ai primi di maggio.

5/ Se non fossero sufficienti i titolari, le riserve sono pronte e che riserve: Asensio, Isco, James, Morata, Kovacic costituiscono una sicurezza per Zidane.

I Cinque Motivi Per Cui Vincerà l’Atletico Madrid

1/ Il Calderón è un vero fortino in Europa. Sono ben 723 i minuti in cui i padroni di casa non subiscono una rete in un incontro ad eliminazione diretta. Sette partite ( con un supplementare incluso) più i 63 minuti contro il Milan. L’ultima rete fu infatti il goal di Kakà nel 4-1 inferto ai rossoneri nella stagione 2013-14.

2/ Griezmann è al top della condizione. Se a mister Simeone serve scegliere chi lo aiuterà nell’impresa, questo è sicuramente il francese, che ha una gran voglia di rivincita nei confronti dei blancos.

3/ Oblak e la miglior  difesa d’Europa. L’Atlético si sta dimostrando  nei numeri come il miglior reparto arretrato, assieme alla Juventus, della competizione.

4/ Il doppio confronto aiuta Simeone che si sta dimostrando nel corso degli anni un tattico sopraffino nei matches di 180 minuti.

5/ Il ritorno in casa al Calderon. Le statistiche parlano in favore dei colchoneros che quando sono stati guidati da Simeone hanno sempre avuto la meglio (PSV, Barça, Leverkusen, Milan e Barcellona ancora).Sarà anche l’ultimo match di Champions League disputato nello storico teatro madrileno, occasione da non perdere per  i fans dell’Atletico.

Romania-Italia 1-0: finisce l’era Bearzot nella primavera 1983

Romania – Italia: da campioni del mondo nell’estate 1982, gli azzurri di Bearzot avrebbero dovuto fare un sol boccone degli avversari nel girone di qualificazione agli Europei che si sarebbero svolti a casa di Michel Platini, nel giugno 1984. Chi non ricordava la rapidità di Paolo “Pablito” Rossi, le corse di Cabrini sulla fascia, i “morsi” di Claudio Gentile alle caviglie di assi come Maradona e Zico oppure il grido di gioia di Tardelli che mostrò a tutto il mondo cosa significa segnare in una finale mondiale.

Ebbene pochi mesi e tutto si dissolse: fu l’est europeo a sbarrarci la strada, prima la Cecoslovacchia e poi la Romania guidata in panchina da quella volpe che risponde al nome di Mircea Lucescu che lasciò le sue impronte anche nella Serie A italiana.

La notte di Bucarest fu l’inizio del declino per tanti, a partire da Enzo Bearzot che rimarrà ancora sulla panchina chiudendo mestamente il ciclo a Messico 1986. La critica, che aveva dovuto ingoiare l’amaro successo in Spagna dopo averlo seppellito durante la fase di preparazione ed i primi tre matches del girone di Vigo, non aspettava altro.

Le curiosità del match

-Match numero 315 per la Romania e numero 404 per l’Italia

-Era il nono confronto fra le due nazionali.

-La Romania non aveva mai battuto gli azzurri.

– Il precedente incontro aveva visto, il 4 dicembre 1982, terminare 0-0 a Firenze. L’Italia schierò nuovamente Zoff, Gentile, Marini, Collovati, Conti, Tardelli, Rossi, Antognoni ed Altobelli mentre la Romania giocò ancora con Rednic, Ungureanu, Iorgulescu, Stefanescu, Andone, Klein, Camataru, Augustin, Boloni e Balaci.
Fra gli azzurri Bordon e Vierchowod rimasero ancora in panchina mentre la Romania fece rimanere seduti ancora Moraru e Geolgau.

-Italia non vinceva dalla notte del Bernabeu contro la Germania Ovest. Tornerà alla vittoria soltanto il 5 ottobre di quell’anno contro la Grecia in amichevole per 3-0.

-Fu la prima apparizione di Roberto Bettega dopo il tremendo infortunio che aveva subito nel novembre 1981 in uno scontro di gioco con il portiere dell’Anderlecht. Fu anche la sua ultima partita con la maglia azzurra.

Il tabellino del match

Aprile 16, 1983 Romania 1-Italia 0
Qualificazione Europei Francia 1984-Gruppo5 5
Stadio: 23 Agosto di Bucarest
Spettatori: 80,000
Arbitro: Michel Vautrot (Francia)
Marcatore: Ladislau Boloni 23

Romania:
1-Dumitru Moraru (Dinamo Bucurest) [23 caps / 0 goals]
2-Mircea Rednic (Corvinul) [18 caps / 0 goals]
6-Gino Iorgulescu (Sportul Studentesc) [18 caps / 0 goals]
3-Costica Stefanescu (Universitatea Craiova) [40 caps / 0 goals]
4-Nicolae Ungureanu (Universitatea Craiova) [12 caps / 0 goals]
5-Ionel Augustin (Dinamo Bucurest) [21 caps / 2 goals] (14-Ioan Andone (Corvinul) [15 caps / 1 goals] 70)
10-Ladislau Boloni Tîrgu) [60 caps / 15 goals]
8-Michael Klein (Corvinul) [18 caps / 4 goals]
11-Ilie Balaci (Universitatea Craiova) [61 caps / 8 goals]
7-Ion Geolgau (Universitatea Craiova) [9 caps / 0 goals] (16-Sorin Cirtu (Universitatea Craiova) [6 caps / 0 goals] 87)
9-Rodion Doru Gorun Camataru (Universitatea Craiova) [27 caps / 8 goals]

Coach: Mircea Lucescu
Booked: Ungureanu,Camataru

Other Subs:
12-Vasile Iordache (Steaua)
13-Nicolae Negrilla Universitatea Craiova)
15-Zoltan Crisan (Universitatea Craiova)

Italia:
1- Dino Zoff (Juventus) [111 caps / 0 goals]
2-Claudio Gentile (Juventus) [67 caps / 1 goals]
3-Antonio Cabrini (Juventus) [43 caps / 4 goals]
4- Giampiero Marini (Internazionale) [20 caps / 0 goals]
5-Fulvio Collovati (Internazionale) [38 caps / 3 goals]
6-Gaetano Scirea (Juventus) [60 caps / 2 goals]
7-Bruno Conti (Roma) [24 caps / 3 goals]
8-Marco Tardelli (Juventus) [67 caps / 6 goals]
9-Paolo Rossi (Juventus) [32 caps / 13 goals]
10-Giancarlo Antognoni (Fiorentina) [71 caps / 7 goals] (15-Giuseppe Dossena (Torino) [12 caps / 1 goals] 56)
11-Roberto Bettega (Juventus) [42 caps / 19 goals] (16-Alessandro Altobelli (Internazionale) [17 caps / 4 goals] 69)

Coach: Enzo Bearzot
Booked: Collovati, Antognoni

A disposizione:
12-Ivano Bordon (Internazionale)
13-Pietro Vierchowod (Roma)
14-Carlo Ancelotti (Roma)

 

Lincoln City, il club con il diavoletto come simbolo

Arrivare agli ultimi turni di FA Cup può diventare un’impresa da ricordare negli annali, soprattutto se il club storicamente milita nelle categorie inferiori. In questa edizione della Coppa d’Inghilterra a salire agli onori della cronaca è stato il Lincoln City, squadra della quinta categoria anglosassone, che ha stabilito un particolare primato diventando la prima squadra dilettantistica dal 1914 a riuscire a qualificarsi ai quarti di finale della competizione. Sebbene poi sia stata eliminata con un sonoro 5-0 dall’Arsenal di Wenger, la pagina di storia è stata scritta.

Il club, dell’omonima città di Lincoln, è noto per aver un particolare soprannome, ovvero ‘The Imps’, traducibile in italiano con I Diavoletti.

Il nickname ha un’origine indubbia ed è legata al mondo dell’architettura e della religione. Nella città l’edificio più imponente e rinomato è sicuramente la Cattedrale gotica, che per circa 240 anni circa (fra il 1311 ed il 1549) fu addirittura l’edificio più alto del mondo, superando la Piramide di Cheope in Egitto.

All’interno della chiesa, inserito nel capitello di una delle colonne del tempio, venne posizionata una scultura seminascosta di un diavoletto con una gamba incrociata, il che divenne un gioco per i visitatori nello scovarla.

Ma perché venne scelto il diavoletto? La leggenda narra che Satana inviò alcuni demoni sulla Terra per causare il Male. Due di questi sarebbero atterrati, è il caso di dire, nella Cattedrale di Lincoln, con l’obbiettivo di causare disastri.  Uno di questi volle entrare in un libro di preghiere, per lasciare “i suoi ricordi” mentre il secondo finì in un capitello, volendo lanciare dall’alto pietre agli angeli.

Finì la sua corsa però rimanendo incastrato e pietrificato  per l’eternità, diventando esempio per le forze del male di come si può rimanere per sempre.

Dunque l’ ‘imp’ divenne uno dei simboli della città e la squadra di calcio non potè che acquisirlo come soprannome. Sarà soltanto nel 2001 cje avverrà l’incorporazione nel logo.

Amstel Gold Race: il record di Raas beffando Roche e Kelly

Classica della celebre marca di birra olandese, l’Amstel Gold Race appunto, curiosamente non è mai stata vinta da un corridore irlandese, sebbene la nazione del quadrifoglio possa vantare campioni del calibro di Sean Kelly e Stephen Roche, specialisti nelle corse di un giorno.

E fu proprio un “arancione” a beffare il duo Irish, Jan Raas, nella classica del 1982, approfittando della loro aspra rivalità.

La corsa quell’anno partiva da Heerlen a Meersen per complessivi 237 chilometri e la prima grande selezione si ebbe non appena Gerrie Knetemann della TI-Raleigh cominciò a menare le danze sulla salita di Lange Raarberg.

Knetemann lavorava in funzione del suo leader, Raas appunto, che aveva già trionfato in sequenza nel  1977, 1978, 1979 ed 1980. Assieme ai compagni di squadra Leo van Vliet e Frits Pirard, il terzetto fu capace di fare un’aspra selezione riducendo il gruppo a soli 16 corridori, di cui ben 5 erano marchiati TI-Raleigh!!!

Un’ulteriore selezione venne fatta sul Keutenberg quando  il gruppo al comando si ridusse a soli sei elementi. Raas era presente, ma era rimasto da solo.

Compagni d’avventura erano Sean Kelly (Sem-France Loire-Campagnolo) e Stephen Roche (Peugeot-Shell-Michelin), quest’ultimo con uno scudiero, Phil Anderson, oltre a Hennie Kuiper (DAF Trucks-Teve Blad-Rossin) ed il tedesco Gregor Braun (Capri Sonne-Eddy Merckx-Campagnolo).

Il favorito per la vittoria era senza dubbio Kelly, per un arrivo allo sprint. In quell’annata l’irlandese si era già aggiudicato quattro tappe e la classifica finale della Parigi-Nizza.

Ma Roche e Anderson potevano giocarsi le loro chances con un gioco di squadra mentre il tedesco Braun godeva di un’ottima condizione avendo raggiunto la terza moneta alla Paris-Roubaix ed essendosi aggiudicato la Kuurne-Brussels-Kuurne.

Raas volle rompere gli indugi e ad un km dal traguardo partì da solo mentre gli altri rimasero in attesa. Roche non ci stava a perdere e si lanciò all’inseguimento. Il ritardo però si rivelò incolmabile e per il l’Olandese Volante fu il suo quinto successo, record tuttora imbattuto.

Classifica finale
1 Jan Raas (TI-Raleigh-Campagnolo) 6hr 10min 45sec
2 Stephen Roche (Peugeot-Shell-Michelin) @ 2″
3 Gregor Braun (Capri Sonne-Eddy Merckx-Campagnolo) 7″
4 Sean Kelly (Sem-France Loire-Campagnolo)
5 Phil Anderson (Peugeot-Shell-Michelin)
6 Hennie Kuiper (DAF Trucks-Teve Blad-Rossin)
7 Ludo Peeters (TI-Raleigh-Campagnolo) 1’14”
8 Adrie Van Der Poel (DAF Trucks-Teve Blad-Rossin)
9 Jostein Wilmann (Capri Sonne-Eddy Merckx-Campagnolo)
10 Ad Wijnands (TI-Raleigh-Campagnolo) 2’18”

L’aquila, il simbolo della Lazio

L’aquila è un simbolo che nel calcio è assai utilizzato, in quanto sinonimo di potenza, vittoria e prosperità. La squadra di calcio della Lazio ha appunto l’animale rapace come simbolo identificativo.

Perchè la Lazio ha l’Aquila?

La scelta venne effettuata da Fortunato Ballerini, che fu il secondo presidente nella storia della Società e della Sezione di escursionismo, nonchè Presidente Generale della Polisportiva biancoceleste.

Amante della natura ed amante delle grandi vette, si dilettava nelle passeggiate in quota e proprio durante queste escursioni notava spesso il rapace. che lo colpì per la sua maestosità. Sebbene nel corso della storia ultracentenaria le modifiche siano state diverse, già nel primo logo, anno 1912, veniva raffigurato uno scudo a strisce verticali bianche e celesti dove era posata un’aquila che reggeva un nastro sul quale campeggiava il nome della società, in sostituzione del semplice scudo con i colori sociali.

Qualche stagione più tardi comparirà sul simbolo laziale la dicitura “Roma”, per poi essere modificato durante il Ventennio per volontà del regime mussoliniano. Alla fine della dittatura lo stemma del club biancoceleste venne ridisegnato secondo lo stile originario.

Poi, nel 1979, il primo “passaggio” legato al concetto di marketing sportivo. La dirigenza della Lazio ideò un proprio logo, registrato presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi, che consisteva in una piccola aquila stilizzata blu, che comparve nelle maglie realizzate dalla azienda romana Pouchain.

Napoli-Juventus 5-1: la Supercoppa Italiana 1990, ultimo trionfo di Maradona

Finiti i Mondiali di Italia 90, Baggio e Schillaci erano le speranze del nuovo calcio italiano. Ed entrambi militavano nella Juventus, che scese a Napoli per affrontare gli azzurri di Diego Armando Maradona che proprio al San Paolo aveva “fatto male” alla nostra nazionale.

Ma i bianconeri non si presentavano con il Comandante in Capo della stagione precedente, quel Dino Zoff così tanto facilmente liquidato sulla strada del bel gioco e dello splendore (presunto). Sulla panchina, al suo posto, sedeva Gigi Maifredi, tecnico della novelle vague che aveva portato il Bologna in Serie A e pareva proseguire la filosofia del sacchismo.

Mai tale idea fu così sbagliata: nel match di Supercoppa Italiana la sua banda veniva travolta per 5-1, viatico di un fallimento finale che vide la Juve esclusa dalle competizioni europee.

Per il Napoli invece il successo fu un sorriso prontamente spento: prima l’eliminazione al secondo turno in Coppa dei Campioni a rigori contro lo Spartak Mosca. Poi lo scandalo doping del Pibe de Oro, trovato positivo nella primavera successiva per uso di cocaina, con successiva squalifica e fuga dall’Italia. Fu la sua ultima vittoria, così come per il patron Ferlaino mentre i tifosi partenopei dovranno attendere Mazzarri ed il successo in Coppa Italia 2012, sempre contro i bianconeri.

IL TABELLINO

Sabato 1 settembre 1990 – ore 20:30 Stadio San Paolo

NAPOLI-JUVENTUS 5-1

NAPOLI: Galli G., Ferrara, Francini, Crippa (80′ Rizzardi), Baroni, Corradini, De Napoli, Alemao, Careca, Maradona, Silenzi (80’Mauro). Allenatore Bigon

JUVENTUS: Tacconi, Napoli, Bonetti (46′ De Marchi), Galia, Julio Cesar, De Agostini, Haessler (46′ Fortunato), Marocchi, Casiraghi, Baggio, Schillaci. Allenatore Maifredi

MARCATORI: 9′ Silenzi, 21′ Careca, 39′ R. Baggio (J), 43′ Crippa, 45′ Silenzi, 72′ Careca

ARBITRO: Longhi

Le rimonte impossibili: Angola-Mali da 4-0 a 4-4

Fu una Coppa d’Africa difficile e triste quella svoltasi nel 2010: la tragedia che colpì la nazionale del Togo, il bus fu vittima di una grave attentato, un vero e proprio assalto in Angola, il paese ospitò la rassegna continentale. E poichè lo sport non si ferma mai (ad ognuno il suo personalissimo giudizio), la manifestazione prese avvio con il match inaugurale fra i padroni di casa e la forte selezione del Mali.

Quando tutto faceva pensare ad un successo travolgenti degli angolani, in vantaggio per 4-0 all’ultimo minuto di gioco, accade quel che nessun bookmaker avrebbe osato pensare.

IL TABELLINO

ANGOLA-MALI 4-4

MARCATORI: 36′ Flavio (A), 42′ Flavio (A), 68′ Gilberto (A) su rigore, 74′ Machedo (A) su rigore, 79′ Keita (M), 89′ Kanoute (M), 93′ Keita (M), 94′ Yatabarè (M)

ANGOLA (3-5-2): Carlos; Kali, Marques, Zuela; Stelvio, Dedè (25′ Campos), Mabinà, Xara, Gilberto (80′ Enoque); Manucho, Flavio (84′ Love). Ct. Josè

MALI (4-3-3): Sidibe; Berthe, Diamoutene, Soumare, Tamboura; M.Diarra, B.Traorè (57′ Fané), M.Traorè; Maiga (35′ Keita), Bakayoko (75′ Yatabaré), Kanoute. Ct Keshi