Gli stadi intitolati ad eroi non-calciatori

Vi è mai capitato di andare allo stadio e leggere di un settore dedicato ad una personalità illustre della squadra di casa? Certamente, nella quasi totalità, e sottolineo quasi, la tribuna d’onore o lo stadio stesso è dedicato ad un presidente od alla gloria locale che ha portato in alto il nome del club o della città.

Talvolta accade che i “beneficiari” non abbiano nulla a che fare con la società o con il calcio in generale.

Soprattutto in Francia è normale dedicare un settore a personaggi esterni al mondo del pallone. L’Allianz Riviera, sede del Nizza, club che milita in Ligue 1, ha un settore intitolato all’eroe locale Giuseppe Garibaldi, nato nella città sulla Costa Azzurra. Il St. Etienne, i Verdi di Francia che lanciarono Michel Platini nel calcio internazionale, hanno lo stadio intitolato a Geoffrey Guichard, fondatore della catena di supermercati Casino nonchè patron del club, cui si deve il merito dell’acquisto dei terreni per costruire l’impianto. Ma due tribune sono dedicate a Henri Point e Charles Paret, che nulla ebbero a che vedere con il calcio locale.

Il Bollaert-Delelis, stadio del Lens, ha due tribune dedicate a personaggi legate alla storia societaria, sebbene non abbiano mai messo piede sul terreno di gioco. Elie Delacourt fu uno dei primi presidenti del club di tifosi locali mentre Max Lepagnot fu il segretario della società. Ebbene entrambi furono fondamentali per far diventare il club da semplice società dilettantistica a club professionistico.

Il Toulouse rinominò l’East Stand nel 2015 dopo che un suo tifoso, Brice Taton, morì in seguito alle ferite subite dopo un assalto subito in un bar di Belgrado, prima di un match di Europe League. Il Bastia presenta nel suo impianto il settore Jojo-Petrignani, dedicato ad uno storico supporter. La casa del Lione, lo Stade Gerland, ha invece un settore intitolato a Jean Bouin, un campione olimpico nel 1912 che “ha prestato” il suo cognome anche al campo dello Stade Français, compagine storica di rugby di Parigi.

La storia del Lewes FC, compagine inglese che milita nell’Isthmian League, gioca le partite interne al Dripping Pan. Ebbene, lo stadio, aperto nel 2003, ha il settore chiamato Philcox, come l’azienda locale più nota nel settore delle costruzioni, ma SJ Philcox fu segretario del club in un’epoca antica, intorno al 1910, quando la compagine presentava anche un paio di elementi che scendevano in campo che vantavano quel cognome.

Passando ad una dedica più triste, il Sincil Bank del Lincoln City presenta il settore Stacey-West, dedica che unisce nel ricordo due tifosi di casa (Bill Stacey and Jim West) che perirono nella tragedia del Valley Parade nel maggio 1985. 

Passando nell’area ex-sovietica, lo stadio cittadino di Baku, in Azerbaijan, è addirittura dedicato a Tofiq Bahramov, che fu guardalinee nella finale di Coppa del Mondo in Inghilterra nel 1966. Ebbene, in tanti staranno pensando: non sarà mica quel segnalinee che decretò il famoso goal fantasma di Hurst? Esatto, proprio lui!!!!

In Germania il Darmstadt 98 ha chiamato lo stadio in onore di Jonathan Heimes, un tifoso morto dopo una lunga battaglia contro il cancro.

Il terreno del Raith Rovers, lo Stark Park, ha al suo interno il settore McDermid, dedicato allo scrittore inglese di libri gialli Val McDermid, il cui padre fu scout per la società locale.

Northampton Town, compagine del calcio dilettantistico inglese, ha voluto invece ricordare Alwyn Hargrave, un consigliere comunale che molto si battè per la costruzione dello stadio locale.

I grandi tradimenti nello sport

Il caso Milan-Donnarumma sta alimentando le polemiche negli ultimi giorni, aprendo importanti scenari di calciomercato per le prossime settimane. Ma se i tifosi rossoneri, una parte almeno, parlano di alto tradimento, possono consolarsi ricordando o conoscendo che da un secolo circa almeno, tradire nello sport, come in amore, non è assai raro anzi. Ecco allora alcuni fra i casi più eclatanti.

Luis Figo, Barcellona/Real Madrid, calcio Liga Spagnola – La stella portoghese ha sicuramente aperto le porte del Santiago Bernabeu all’attuale asso lusitano che risponde al nome di Cristiano Ronaldo. Dopo cinque anni passati in Catalogna, riscuotendo i primi successo di una luminosa carriera, l’estate 2000 porterà l’ex Sporting Lisbona nella capitale per la cifra record di 140 miliardi di lire, primato poi battuto l’anno seguente da Zinedine Zidane (150 incassati dalla Juventus). Ma l’accoglienza per Figo non sarà tenera: il pubblico dei catalani lo accolse sommergendolo di insulto ed uno spettatore arriverà a lanciare in campo addirittura una testa di maiale in occasione del suo primo rientro da avversario al Camp Nou.

Michael Schumacher, Ferrari/Mercedes, Formula 1 – Non è certo il momento per accusare il povero Michael di una colpa grave, essendo il cambio di casacca non un reato penale (per fortuna). Il tedesco lasciò il Cavallino Rampante in maniera rocambolesca: dopo essere uscito dall’abitacolo definitivamente nel 2006, rimase con la Rossa per un triennio come consulente, tanto che lo stesso Raikkonen seppe cogliere il successo iridato già nel 2007. Poi il dicembre 2009, l’innamoramento con la casa teutonica della Mercedes lo portò a tornare alla guida di una monoposto nel campionato 2010.

 

Zlatan Ibrahimovic, Juventus/Inter, calcio Serie A – E’ vero, i bianconeri avevano appena detto addio alla Serie A in conseguenza della squalifica per Calciopoli e giocare nella cadetteria, per Ibra, stella ancora giovane e in divenire, sarebbe stato un stop alla carriera. E sempre il buon Mino Raiola fu di mezzo nella trattativa, portandolo dal ritiro dei bianconeri in auto a Milano per formare con gli “odiati” nerazzurri, causa, secondo una parte del tifo juventino, della retrocessione. Ibra poi, negli anni successivi, dimostrerà con i diversi cambi di casacca di preferire più location sempre più suggestive che l’amore per un club.

Pat Riley, New York Knicks/Miami Heat, basket NBA – Se Pat Riley è ben noto agli over 40 per essere stato il creatore dei fantastici e spettacolari Los Angeles Lakers degli Anni Ottanta, nel corso della sua carriera stava per diventare icona del basket della Grande Mela, risollevando la stella dei New York Knicks. I Miami Heat, franchigia di uno stato che fino a quel punto quasi non conosceva lo sport del basket, lo volle a tutti i costi. E Riley, sempre pronto ad indossare il vestito migliore in qualunque occasione, ne sposerà il progetto sportivo, tanto da condurre la Florida al suo primo anello NBA. Aiuti dall’alto? Beh, con in squadra talenti del calibro di Dwayne Wade, Gary Payton ed un certo Shaquille O’Neal…ed i Knicks invece inizieranno una parabola discendente, raggiungendo le Finals ancora nel 1999 per poi finire sempre più ai margini della pallacanestro america.

Babe Ruth, Boston Red Sox/ New York Yankees, baseball MLB – Guai a non parlare della leggenda del Bambino che, caso opposto ai precedenti, non ne voleva affatto sapere di lasciare i mitici Red Sox.

Tanto fu il dispiacere che Ruth andandosene mestamente, lanciò una maledizione terribile nei confronti dei dirigenti della sua ex franchigia, dicendo che non avrebbero più vinto nulla!! E così fu fino al 2004, anno del  ritorno al successo per Boston dopo un’assenza negli albi d’oro iniziata nel 1918. Ruth nel frattempo, nella Grande Mela, vinse ben 4 World Series di baseball….diventando a stella assoluta del meraviglioso mondo della MLB.

Robert Lewandowski, Borussia Dortmund/Bayern Monaco, calcio Bundesliga – La stagione 2012-13 poteva rimanere nella storia dei gialloneri: dopo il bis in Bundesliga delle due stagioni precedenti, si presentavano ai nastri di partenza della Champions League come una delle compagini favorite. Tuttavia la partenza di Mario Gotze, direzione Baviera, nella sessione estiva di mercato pareva aver  indebolito il club.

Ed all’ennesima proposta ricevuta dai rivali del Bayern Monaco di acquisire il cartellino del bomber polacco, i dirigenti non si lasciarono convincere del “vil denaro”. Robert porterà il Dortmund in finale di Champions, perdendo contro i bavaresi e dopo una stagione in cui vincerà il titolo di bomber del torneo, lascerà a parametro zero il club, dirigendo la sua auto a sud, dove si consacra definitivamente con la casacca dei biancorossi di Monaco. Da quel momento, il Borussia non riuscirà più a replicare le campagne europee, mentre in patria conquisterà soltanto, si fa per dire, due Supercoppe di Germania ed una coppa nazionale.

Dino Meneghin, Varese/Milano, basket Italia – Finita l’epoca gloriosa Borghi (padre e figlio), il basket nella Città Giardino stava smantellando. Partito per altri lidi la stella Bob Morse, la leggenda della pallacanestro italiano alias Dino Meneghin, dovette semplicemente percorrere l’Autostrada dei Laghi per accasarsi agli odiati rivali delle Scarpette Rosse. Non saranno sufficienti le 31 primavere alle spalle, perché SuperDino esibirà la sua classe sui parquets italiani ed europei, vincendo ancora due Coppe dei Campioni ed una Coppa Korac in finale proprio contro la sua ex Varese.

Ipswich Town: i fans italiani che amano i Tractor Boys

Parliamo con Simone Longo, responsabile della branch italiana dell’Ipswich Town, il club inglese che sorprese l’Europa nel maggio 1981 arrivando ad alzare al cielo la Coppa Uefa dopo la doppia finale contro gli olandesi dell’AZ Alkmaar. Sebbene da una quindicina d’anni navighi in Championship, l’amore per i Tractor Boys non conosce confini e limiti, tanto che l’Italia “accoglie” numerosi fans che amano la compagine che risiede sulle sponde del fiume Orwell.

 

Come è nato il gruppo e la passione per l’Ipswich e come l’avete diffusa nel corso degli anni.

Il gruppo nasce nel 2007 e ne divento il responsabile nel 2011. La miccia della passione in me è stata accesa da mio fratello più grande che ricorda molto bene l’Ipswich dei miracoli vincitore della coppa Uefa nel 1981. La mia passione è esplosa nel 2001 quando approfittai della partita giocata a San Siro contro l’Inter in coppa Uefa: non solo riuscii a vedere per la prima volta dal vivo la squadra, ma riuscii a procurarmi il biglietto nel settore ospiti in mezzo ai 10.000 venuti dal Suffolk. Una serata che porterò sempre nel cuore. Poi la passione diffonde passione e sono riuscito a coinvolgere gli amici e, grazie ai social, a riunire tifosi e simpatizzanti dei Tractor Boys sparsi per l’Italia.

 

Come seguite le vicende del club a distanza: ritrovi comune o vi affidate al mondo della tecnologia 

Con le distanze che ci separano, ovviamente internet fa la voce grossa: abbiamo un blog, una pagina Facebook e un gruppo su whatsapp con i quali stiamo in contatto e condividiamo notizie. Quando le partite vengono trasmesse da Sky (il canale inglese) ci ritroviamo al pub a vederle.

 

 

Quale giocatore che milita nella Serie A italiana lo vedreste bene con la maglia del vostro club

Beh, contando che siamo in Championship (la seconda divisione inglese) e siamo una squadra di media classifica, sono in tanti quelli che farebbero comodo! Nessun nome in particolare ma ci servono come il pane una punta forte fisicamente, che sa reggere il peso dell’attacco, fare sponda e segnare una ventina di gol a stagione e un regista a centrocampo che faccia girare la squadra. Ma, scherzi a parte, non credo che nessun giocatore di serie A abbia la volontà di trasferirsi in una squadra come l’Ipswich e soprattutto l’Ipswich non può permettersi un giocatore di serie A visto che soldi non ce ne sono.

Quali iniziative portate avanti durante la stagione

Oltre a seguire la squadra come detto sopra, organizziamo una trasferta di gruppo l’anno (ciò non toglie ad ognuno di andare quando vuole), giochiamo tornei di calcio a 5 e a 7 contro altri branches che rappresentano squadre inglesi con l’occasione di fare un po’ di beneficenza.

 

Che contatti avete creato con il club ufficiale, se sono sorte amicizie con i tifosi inglesi

Siamo in contatto costante a tutti i livelli: con dirigenti, giocatori, ex giocatori e tifosi. Amicizie nate sia dalla nostra voglia di farci conoscere sia dalla loro curiosità verso personaggi italiani che tifano per l’Ipswich. L’Ipswich è un club familiare e siamo stati davvero fortunati ad appassionarci a questa squadra. Non siamo semplicemente un numero ma parte del club, ci sentiamo parte di una famiglia.

 

Trasferte ad Ipswich: i vostri luoghi preferiti, come decidete la partita da seguire, la vostra road-map pre e dopo-gara

Ipswich non è una città molto grande ma è molto bella e gradevole. I nostri luoghi preferiti (Portman Road a parte ovviamente) Sono il Waterfront, il centro in generale e Cristchurch park. La nostra trasferta di gruppo viene organizzata secondo la segnalazione del club di fans inglese che ogni anno organizza il supporters weekend: in questo modo si riesce a riunire i tifosi blues da tutta Europa e anche tutto il mondo (sin dagli USA e dall’Australia).  L’evento è davvero speciale, perchè vengono organizzate diverse attività come partite di calcio tra i tifosi, tour dello stadio e incontri con calciatori o vecchie glorie. Il pre partita viene trascorso nella fan zone fuori dallo stadio e il post al Legends Bar all’interno di Portman Road con tifosi, ex giocatori e rappresentanti nel club. Al di fuori del contesto stadio il nostro locale preferito è l’Isaac situato in pieno Waterfront sulle sponde del fiume Orwell.

 

I rapporti con tifoserie italiane di squadre inglesi

Abbiamo un rapporto fantastico con tutte le altre tifoserie, ci troviamo per giocare insieme, bere, mangiare e condividere la nostra passione.

 

 

Cosa pensate della Premier League e del calcio inglese ed un confronto con quello italiano

Il calcio inglese è il migliore al mondo. La Premier ormai è un salottino esclusivo ma è frutto inesorabile della modernità. Bisogna scendere nella EFL (Championship, League1 e League 2) per respirare al meglio l’atmosfera del calcio britannico. Detto questo, ovviamente sogno un ritorno nella massima serie ma adoro il campionato nel quale giochiamo. A livello generale la differenza generale tra calcio inglese e italiano la fanno la mentalità e di conseguenza il modo di vivere lo sport…provare per credere!

Fabio Panchetti: Antuofermo-Moser, passioni forti da bambino

Fabio Panchetti, voce sui canali Sportitalia (boxe) e Eurosport (ciclismo), racconta al microfono virtuale di Barcalcio.net come la sua passione sia diventata lavoro. Ed in particolare deve ringraziare Francesco Moser e Vito Antuofermo di averli potuti “incontrare” nella tenera età, quando si sceglie per chi tifare.

Pronti via, saliamo sul ring, ti lancio subito una provocazione dopo il gong.

 

Se potessi costruire il pugile ideale, quale colpo prenderesti a prestito dai grandi campioni

Bella domanda, se dovessi idealizzare un super pugile sceglierei le gambe di Sugar Ray Robinson, seppure sia un boxeur d’altri tempi, ma dai filmati che ho visto era impressionante, sapeva fare dei passi che quasi anticiparono la break dance, strisciando i piedi per terra, muovendosi in maniera dinamica.

Il carattere e la grinta di Vito Antuofermo che è stato il mio idolo assoluto come pugile, ed anche la faccia, il suo volto, per il modo in cui sapeva soffrire e lottare sul ring.

Come colpo risolutore prenderei il flash di Giovanni Parisi che ritengo l’ultimo dei grandissimi del pugilato italiano e l’ultimo italiano a poter salire sul ring e vincere l’incontro con un colpo solo, un pugile dal repertorio assolutamente completo,  con così tanti e diversi colpi risolutori, dal gancio al sinistro.

Come potenza complessiva, devo ammettere, io non sono mai stato un grande fan di Mike Tyson, preferisco prendere a prestito la potenza di Marvin Hagler, peso medio e dunque non con quella forza devastante che può avere un peso massimo; Hagler lo metto davanti a Monzon in una classifica virtuale solo perché “l’ho vissuto di persona” vedendolo combattere mentre ho potuto apprezzare  il pugile argentino soltanto tramite filmati di repertorio.

 

L’equazione fame=pugilato è tuttora valida?

E’ certamente  una cosa che aiuta, sebbene non sia più una conditio sine qua non. Il mondo per fortuna è un po’ cambiato, non c’è più solo la fame che spinge a diventare pugile. Certo, rimane qualcosa in più, una motivazione maggiore per emergere. A tal proposito, non ricordo esattamente chi lo disse, mi pare Lou D’Uva, che i migliori pugili si trovano in carcere o nel ghetto. E’ parzialmente valida, spero che con il passare del tempo l’equazione perda significato ed è quello che sta un po’ succedendo negli ultimi tempi.

 

La boxe è una metafora della vita?

Assolutamente si, c’è tutto,  si è soli contro sé stessi e contro il nemico, dai guai bisogna tirarsi fuori da soli in qualche modo ed il carattere emerge proprio nei momenti di difficoltà;  è un confronto continuo ma leale, con delle regole che andrebbero sempre rispettate, anche nella vita di tutti i giorni. Fortunatamente è la metafora di una buona vita con le regole al primo posto. Purtroppo nella vita reale, e mi limito all’Italia, non accade quasi mai.

 

Cosa significa aver trasformato le tue passioni in lavoro.

Si vede che era nel mio destino. L’approccio con il ciclismo era dovuto al fatto in famiglia le due ruote sono sempre state importanti: mio nonno correva in bicicletta, sebbene io non l’abbia mai conosciuto, mentre mio padre era un grande appassionato di ciclismo. Un giorno, ero un bambino di cinque anni,  mi portò in Piazza della Signoria a Firenze per assistere alla partenza del Giro di Toscana,  parlandomi fin da subito di Francesco Moser, come di un giovane campione e che in quell’anno indossava la maglia di campione d’Italia. Al raduno pre-gara mio padre me lo indicò ed io, piccino com’ero, non potei che chiamarlo e gridare il suo nome in maniera spontanea. Affettuosamente Francesco mi prese in braccio e stetti in compagnia di quel grande campione per qualche minuto proprio prima della partenza.

Da notare che quell’anno la corsa arrivava a Firenze nei pressi di casa mia, dove abitavo ai tempi dell’infanzia, così che potei vedere il passaggio dei corridori da vicino. Pochi minuti dopo, qualcuno ci avvertii che proprio Francesco aveva vinto la corsa; il caso volle che alla sera andammo in una pizzeria, un locale nei pressi della nostra abitazione, una consuetudine che avevamo il sabato e chi mi trovai? Tutta la squadra a festeggiare la vittoria con Francesco in prima fila; ovviamente ne approfittai per stare ancora qualche minuto vicino a Moser che, da quel momento,  divenne il mio idolo, un giorno devo dire che mi segnò indelebilmente sotto ogni profilo. L’anno dopo iniziai a correre in bici, perché volevo essere come Francesco Moser.

Per quanto riguarda la boxe, è cominciato appena due anni più tardi. Il primo match che vidi aveva come protagonista Mohammed Alì, di cui avevo letto sui giornali le imprese. Ma a “farmi malato” di pugilato fu l’italo-americano Vito Antuofermo che doveva affrontare per il titolo mondiale l’americano Marvin Hagler (1979 ndr), di cui vidi sulla Gazzetta dello Sport la foto. Vidi l’incontro la notte con mio padre e ne rimasi affascinato, senza mai provare paura o timori, sebbene fu un incontro cruento nel quale Antuofermo fu letteralmente massacrato di colpi (il match terminò poi in parità).

E la passione è proseguita nel corso degli anni. Ebbi solo una “pausa” per qualche anno in seguito a miei studi universitari negli Anni Novanta che mi allontanarono temporaneamente. Poi per fortuna grazie al lavoro, sono tornata a viverla e seguirla a 360° gradi quotidianamente.

 

Quale pugile, a tuo avviso, avrebbe potuto fare il ciclista e viceversa

Un ciclista che avrebbe potuto fare il pugile per il suo carattere, la voglia di non arrendersi mai, senza dubbio Claudio Chiappucci, un corridore con un grandissimo animus pugnandi, non eccezionali mezzi tecnici, ma sempre pronto a rischiare pur di vincere.

Nel caso opposto, sono tentato di dire Daniel Bruzzese, che da giovane fu ottimo corridore, vincendo tra l’altro il titolo nazionale allievi e compagno di squadra di Riccardo Riccò. Per il resto avrei visto bene Marvin Hagler: la sua potenza esplosiva quando indossava i guantoni, se potessi trasporla idealmente al ciclismo, mi fa ricordare Fabian Cancellara. Marvin aveva uno sguardo tagliente, sembrava un puma, una lince, credo che vincesse qualche matches già solo nel faccia a faccia con lo sguardo prima di salire sul ring.

 

Questione giurie: si arriverà ad un sistema elettronico?

Più si va avanti e più lo sport ha bisogno di credibilità e di certezze assolute. Se esistesse una macchina che potesse riscontrare e registrare tutti i colpi, distinguendoli con precisione, mi ci affiderei fin da subito. Perché la discrezionalità è uno dei mali dello sport e della boxe in particolare. Mi sconvolgono le giurie scandalo che alle Olimpiadi, purtroppo, si verificano in ogni edizione. Trovare un “occhio di falco” che sia giudice neutrale sarebbe la panacea contro alcuni verdetti assurdi.

 

Torneremo presto a vedere le grandi riunioni di boxe in Italia?

Credo sia più un discorso economico,  con una crisi da superare, al momento, troppo pesante. Parlando con gli organizzatori in questi anni, spesso li ho sentiti lamentarsi per la carenza di pubblico. Tuttavia ho sempre ricordato che non è soltanto la boxe a soffrire le arene vuote, tutti gli sport, tranne qualche disciplina in controtendenza,  registrano netti cali nelle presenze. D’altronde organizzare costa e non si possono certo regalare i biglietti.

 

Le speranze della boxe italiana in ottica Tokyo 2020

Uno su cui dobbiamo puntare ed è già mentalizzato in ottica Olimpiadi è

Guido Vianello, il nostro supermassimo che sta crescendo molto di match in match, nonostante sia molto alto ha notevole agilità, con un pugno che sa fare molto male. Un altro prospetto che reputo interessante è Michael Magnesi, sebbene professionista, i regolamenti attuali permettono la disputa dei giochi olimpici. Tuttavia non ne conosco nei dettagli i suoi programmi agonistici per il futuro.

 

World Boxing Series, il tuo giudizio

A me è sempre piaciuta,  la reputo una novità interessante nel mondo del pugilato; ho anche avuto il piacere di commentarla fin dalla prima edizione. Era una novità, che va presa per quello che è, poi il mondo del professionismo si è “un po’ risentito” temendo una concorrenza ed un’invasione di campo. Ma lo ritengo un interessante esperimento, che è servito a tanti ragazzi per capire se pronti ad entrare nel mondo del professionismo in quanto il livello tecnico è più elevato. Si sono visti ed apprezzati anche boxeur di qualità, uno su tutti è l’ucraino Sergij Derev’jančenko che è stata la stella della franchigia italiana per diverse edizioni; ormai vive da qualche anno in America e credo che presto si batterà per il titolo mondiale. Uno dei migliori pugili che abbia visto combattere negli ultimi anni.

 

I grandi matches fanno bene alla boxe?

Aiutano sicuramente chi organizza, viste le enormi cifre che muovono. E ritengo, per citare un caso noto, il match Mayweather –Pacquiao abbia fatto felici molte persone, economicamente parlando, a partire dai due soggetti interessati. Poi però, se si dimostrano noiosi, non fanno certamente il bene del pugilato. Io ebbi l’opportunità di commentarlo e devo dire, in certi tratti era al limite dell’incommentabile, un match imbarazzante per l’assenza di contenuti tecnici. Mayweather senza dubbio ha vinto con pieno merito perché è riuscito a non cadere nella provocazione, dando qualche punzecchiata qua e là. Ma un match di rara bruttezza, ritmo basso, non c’era nulla di apprezzabile, davvero non riesco a pensare a chi possa essere piaciuto.

Grazie Fabio e buon lavoro!!

 

La prima partita della storia del calcio finì con un noioso 0-0

Il 19 dicembre 1863 segna la storia del calcio e con essa di milioni di tifosi ed appassionati di questo meraviglioso gioco. Sotto l’egida della federazione inglese, venne disputata la prima partita di calcio con le prime regole ufficiali e, malgrado la tattica non fosse ancora dominante, la sfida terminò a reti bianche, con un mesto 0-0.

Prima dell’introduzione delle norme federali, molti clubs erano soliti giocare secondo le Cambridge Rules, che permettevano ai giocatori di utilizzare le mani durante il gioco, purché prima avessero calciato la palla con i piedi, e seguendo le Sheffield Rules, che invece permettevano ai giocatori di toccare o colpire la palla con le mani, ma non di portarsela sotto il braccio lungo il campo.

Le squadre erano libere di adottare il regolamento che preferivano Clubs. Fino al punto che, sotto la guida di Ebenezer Cobb Morley, la Football Association nacque nell’ottobre 1863 e dopo una serie di riunioni, si arrivò il giorno 8 dicembre dello stesso anno a redigere le norme da adottare in maniera comune.

Morley portò il gioco verso la sua forma attuale, eliminando la possibilità di toccare il pallone con le mani. Tuttavia erano state inserite regole che appaiono ai giorni nostri assai strane. Innanzitutto non esisteva al traversa, ma la porta era costituita soltanto dai due pali. Pertanto per segnare una rete era sufficiente che la sfera passasse in mezzo fra i due legni, a qualunque altezza. Le rimesse laterali erano assegnate alla squadra che toccava per prima il pallone dopo che fosse uscito dal campo mentre se la sfera superava la linea di fondocampo ed un componente della squadra in attacco toccava per primo il pallone, veniva premiato con un calcio di punizione che veniva battuto da 15 yards in linea con il punto in cui era uscito.

Venne organizzato un match che venne dapprima calendarizzato per gennaio, ma la passione ed il desiderio di provare il più presto possibile, spinse la federazione ad anticipare al 19 dicembre, pochi giorni dopo le Tavole della Legge.

Il Barnes FC, nelle cui fila militava lo stesso Morley, ospitò il Richmond FC presso il Limes Field di Mortlake, quartiere di Londra non molto distante dall’attuale stadio del Tottenham di White Hart Lane, dove la gara terminò appunto con il punteggio di 0-0; le due compagini, è bene dirlo, erano composte da ben 15 calciatori per parte, lo stesso numero che tuttora adotta il rugby. Sebbene non fu la prima partita a spingere tutti gli “adepti” a scegliere tale regolamento in maniera univoca, diventeranno di li a poco le norme federali che costituiscono le attuali Regole del Gioco.

St. Pauli, il fans club italiano che ama la sua cultura calcistica

Tifare per una squadra tedesca, merce rara, si direbbe qualora si parlasse di un oggetto da vendere o comprare. Ma la passione calcistica, oltre a non conoscere confini, mette sul piatto valori e condivisioni che non sono in vendita. E specchiarsi in una bacheca (di trofei) per sentirsi rispondere di essere la Principessa del Reame, non è l’ambizione del tifoso ideale, anzi si può (e si deve liberamente, aggiungo) tifare per un’idea, dei colori, un logo, una maglia, indipendentemente dalle coppe vinte.

La pensano a questa maniera i fans italiani del St.Pauli, compagine di Amburgo che milita nella Serie B tedesca e che forse tanti conosceranno più per il teschio raffigurato nel logo societario che per i nomi dei calciatori. Conosciamo i supporters tricolori in questa intervista che Barcalcio.net ha fatto con Sergio Sorce e Carlo Ghio.

 

1) Cosa ha fatto scattare la passione per il St Pauli e come avete trasmesso ad altre persone il vostro entusiasmo. 

Personalmente è tutto nato per caso, da una chiacchierata con un amico in cui, di fronte a una birra, si parlava delle possibili mete per un addio al celibato. Propose Amburgo, per il costo del volo piuttosto contenuto. Pensai “Aaaah, dove gioca quella squadra col simbolo del teschio dei pirati!”. Tornato a casa cercai notizie su internet per pura curiosità. Non sapevo a cosa sarei andato incontro e adesso eccomi a rispondere alle tue domande. Non immaginavo quale mondo ci fosse dietro al Jolly Roger (il teschio dei pirati con le tibie incrociate). Ignoravo il fatto che non fosse il simbolo ufficiale, bensì quello nel quale i tifosi si identificano come icona di resistenza e lotta al sistema. Tutto nato negli anni ’80, quando gli operai del quartiere e gli abitanti delle case popolari del porto, da sempre ignorati dal governo, sono scesi in strada per difendere il proprio tetto dalla mera speculazione edilizia della politica tedesca.

Vinsero, dopo mesi di duri scontri. E ce la fecero anche grazie all’associazionismo che si creò nei pub, nei circoli e in tutti i luoghi votati al confronto politico. Le gradinate del Millerntor, lo stadio che ospitava la squadra minore di Amburgo, diventò uno di questi e il St. Pauli da squadra di quartiere divenne vessillo di una politica ancora possibile e, oggi, di un altro calcio.

Cerco di trasmettere questo entusiasmo tra le righe della cronaca della partita su www.stpauli.it, nelle pagelle ma grazie soprattutto a interviste come la vostra, ad articoli scritti per altri blog. E poi soprattutto parlando a quattrocchi con gli amici che volevano andare ad Amburgo solo perché il volo costa poco. C’è molto molto di più. Credo ancora in un romantico (e perché no digitale) passaparola.

Infine penso di poter rispondere per Carlo, il padre fondatore del St. Pauli Club Zena, per cui l’amore è nato dopo un viaggio ad Amburgo con altri amici genovesi (Zena è Genova in dialetto). Hanno trovato parallelismi con la loro splendida città e da semplici appassionati di calcio tedesco sono diventati i primi veri tifosi italiani dei St. Pauli, gettando il seme di questa comunità internauta.

2) Come seguite le vicende del club a distanza dalla vostra “base”.

I tifosi si confrontano sul sito, commentando in fondo agli articoli e sulla pagina Facebook. E’ interessante il fatto che alla fine, nonostante l’enorme realtà socio-politica che sta dietro al St. Pauli, si parli comunque di calcio. Scelte tecniche, sostituzioni sbagliate, nuovi acquisti, andamento in campionato. Siamo pur sempre malati di calcio, innamorati di una squadra che non è una semplice squadra ma attratti pur sempre dal rettangolo verde.

 

3) Come vi organizzate per seguirlo live e quali momenti sono rimasti indelebili.

Come spiegavo il club fisicamente non esiste. Sarebbe bello ritrovarsi in un pub e seguire le partite in streaming pirata proprio come sono soprannominati i giocatori. Ma non è possibile anche perché il nostro è (l’unico) fan club italiano ufficialmente riconosciuto dal St. Pauli che unisce tifosi da tutta Italia. Mi hai dato una bella idea però, potremmo creare una sorta di Instagram Story in cui i tifosi mandano la propria foto mentre seguono la partita. Con sciarpa al collo e birra in mano!

Per gli aneddoti mi viene più facile che ognuno si legga da sè la cronaca di quest’amara sconfitta. Le partite sul nostro sito vengono raccontate anche così.

 

4) Perchè St Pauli, cosa rappresenta per voi la sua mentalità ed espressione di valori.

St. Pauli è un porto, per lungo tempo è stato il più grande d’Europa. E’ uno sbocco sul mare, un approdo per chi ha cercato fortuna come i Beatles, che si sono fatti le ossa suonando fino all’alba in club dove i marinai erano interessati più alle cameriere che alla musica, ma è anche la sintesi di culture che convivono. Serenamente aggiungerei. Per anni è stato considerato il polmone (da sfruttare) di una certa economia e quando la politica ha guardato a St. Pauli come ha un’opportunità per l’alta borghesia, quella sintesi proletaria di contaminazioni, a lungo dimenticata, si è ribellata. Vincendo. La vocazione a resistere è nel dna di questa gente da generazione. Potrei dimostrartelo dicendo che è stata l’ultima roccaforte a cedere al nazismo e un certo Adolf Hitler dovette addirittura scendere a patti, lasciando alcuni diritti che la città anseatica ormai aveva acquisito.

St. Pauli significa associazionismo popolare, nel senso più alto del termine. Vuol dire rifare una votazione se ci si accorge che un socio non ha votato in quanto cieco, e non si era accorto della raccolta del volto. E vuol dire ribaltare il verdetto della votazione per quella scheda mancante. E ti assicuro che è successo.

St. Pauli significa avere il mercato a luci rosse del sesso, anche se ormai è una reticenza turistica di quelle notti marinaie, ma avere la percentuale più alta d’Europa di donne allo stadio. E quando nell’ultima stagione in Bundesliga la società si è fatta attrarre dalle sirene del business, installando dei palchetti lap dance per ospiti vip, i tifosi si sono ribellati infliggendo una coltellata alle casse della società e boicottando ogni genere di marketing, finché non hanno dovuto togliere quei privè.

St. Pauli significa scegliere di perdere un milione e mezzo di euro all’anno pur di non vendere il nome dello stadio a un brand (Millerntor è un’antica porta della città che adombra lo stadio).

Questo, e molto altro, è il St. Pauli. Per tutto il resto c’è il calcio moderno. Nell’accezione più bassa del termine.

 

5) Se dovessi scegliere una metafora per descrivere il St Pauli nel calcio attuale e perché.

L’immagine l’ha trovata involontariamente e per gioco Doc Mabuse, il punk che portò la bandiera dei pirati allo stadio: “Ho semplicemente preso una bandiera, l’ho legata a un manico di scopa e sono andato allo stadio. La mia bandiera aveva un teschio dei pirati con una benda, in segno di libertà e di resistenza all’autorità”.

Ma siccome è una bella domanda descrivo la mia immagine. Un bambino che cammina controcorrente guardando avanti mentre una fiumana di adulti cammina a testa bassa nell’altra direzione. La passeggiata controcorrente, nel verso opposto della deriva che il calcio sta prendendo, di un bambino, perché la fede del St. Pauli è un cammino in divenire.

 

6) Durante la stagione quali iniziative portate avanti

Questo è l’anello debole del club, dovuto proprio al fatto di essere una comunità che si riunisce su internet ma che di fatto non si conosce. Oggi però bisogna sfruttare le enormi potenzialità della rete. Magari inventandosi la Instagram story di cui accennavo prima. O raccogliendo un album di foto di tifosi da ogni parte d’Italia. E’ tempo che ci pensiamo e penso sia arrivato il momento di concretizzare. Lo prendo come un compito per le vacanze.

 

7) Se dovessi consigliare ad un ragazzo perché “associarsi” al St Pauli, quali sentimenti ed emozioni toccheresti per convincerlo che il calcio non è solo un pallone che rotola.

 

A quel ragazzo direi che quando il club è stato sull’orlo del fallimento, a inizio secolo, sono stati i tifosi stessi a salvarlo con una campagna di refunding. A testimonianza del fatto che non c’è Presidente o sponsor che possa salvare l’amore della sua squadra. Il sistema italiano è indirizzato a trattarci come clienti, non tifosi. Il St. Pauli è senso di appartenenza. E’ vietare qualsiasi annuncio pubblicitario dieci minuti prima della partita per concentrarsi su ciò che accade in campo. E’ avere un numero importante di posti in piedi in tribuna perché la partecipazione dev’essere attiva. E’ scendere in campo sulle note di Hell’s Bells degli AC/CD. E’ un progetto in cui i tifosi più giovani sono portati in trasferta a conoscere i coetanei dell’altra squadra per condividere la stessa passione per il calcio.

Il St. Pauli è un altro calcio ancora possibile.

E a quel ragazzo direi di raccogliere poche centinaia di euro, ma davvero poche, e prendere un volo per Amburgo, andarsi a vedere una partita del St. Pauli ed entrare in un mondo parallelo.

 

Lakersland, dove il mondo è solo LA-gialloviola

Se il basket ti porta Oltreoceano, non puoi che tifare Los Angeles Lakers: non è un’equazione corretta e tanti appassionati, solo a leggerla, storcerebbero sicuramente il naso. Ma per chi vede la palla a spicchi a “tinte giallo viola”, la città delle stelle significa solo e soltanto gli amati “Lacustri”. E in Italia una della pagine più attive nel mondo di Internet e dei social è sicuramente LakersLand, il luogo dove l’amore per i losangelini è viscerale.

Per conoscere più a fondo il mondo Lakers italiano, abbiamo intervistato Alan Di Forte, noto su Lakers forum con il nick Tony Brando, uno fra i curatori della pagina e che gentilmente, a nome dei ragazzi della redazione, ha voluto “spiegarci” la passione Made in California.

 

Perché e come nasce l’amore per i Lakers?

Parlo ovviamente per me stesso, perché ognuno ha avuto il suo percorso. Personalmente da bambino ero molto attratto dal giallo e dal viola, vedere quei colori sulla maglia di una squadra mi portò immediatamente alla simpatia, pur non seguendo ancora la pallacanestro; poi la vicenda di Magic Johnson con l’annuncio della sieropositività, ha aumentato l’empatia verso questa franchigia. Una volta scoppiato l’amore per il basket, quello per i Lakers è cresciuto di pari passo.

 

Quanti siete (more or less), come vi organizzate per seguire la stagione; esistono incontri in Italia con fans di altre franchigie americane?

Gli  iscritti alla piattaforma sono più di 800, ovviamente un dato che comprende tutti gli iscritti in dieci anni di storia. In genere il traffico quotidiano vede attivi una cinquantina di utenti, se c’è qualcosa di grosso in ballo (come l’avvicendamento di tutto il front office nello scorso febbraio), si toccano tranquillamente i 200 utenti attivi nel forum. Il modo di seguire la stagione è cambiato radicalmente negli anni con l’avanzare delle tecnologie e i mezzi a disposizione: fino a sei anni fa facevamo i recap di ogni partita scrivendoli in diretta; appena finita la gara erano online, con uno sforzo enorme da parte di tutti i membri della redazione. Oggi sarebbe perfettamente inutile, con le varie app tra cui Nba Game Time tutto è disponibile in tempo reale, highlights compresi, per cui apriamo semplicemente un topic nel quale commentare tutti insieme la gara in diretta e il giorno dopo. Oggi principalmente facciamo articoli di approfondimento senza una periodicità prestabilita, lasciando in disparte la mera cronaca. Abbiamo fatto molti raduni Lakersland negli anni sia a Milano che a Roma, l’ultimo è di due anni fa; non si può nascondere che il periodo non troppo felice dei Lakers non aiuti in questo senso J. Sono sempre eventi molto coinvolgenti, con belle sfide sui playground e poi a tavola…beh, si continua!!! Con tifosi di altre franchigie al momento non ci siamo mai incontrati ma potrebbe essere divertente.

 

Quali sono ad oggi le emozioni più forti che avete provato tifando giallo-viola.

Anche qui, parlando a titolo personale, essendo nato nel 1984 devo mettere da parte tutta l’epoca dello Showtime: la vittoria in gara-7 con Portland nelle finali di conference del 2000 è stata una grande emozione. Dopo una stagione da 67 vittorie sembrava stesse tutto per svanire con quel -15 di inizio ultimo quarto, all’alley-oop di Kobe per Shaq la gioia è stata liberatoria, erano chiaramente le vere finali quell’anno e ci siamo sentiti davvero vicini a questo benedetto titolo che mancava da dodici anni. In generale i ricordi delle nottate in diretta durante i playoff sono i più dolci, veder nascere la leggenda di Bryant nel supplementare a Indianapolis in gara-4 del 2000 è un ricordo che, credo, tutti porteremo nel cuore. Ma se ne devo scegliere uno che sono sicuro unisce tutta la redazione, prendo gara-7 con i Celtics nel 2010, che vedemmo insieme in diretta proprio noi della redazione (la parte romana n.d.r), e soffrire, disperarsi e gioire: tale condivisione rimarrà per sempre nei nostri cuori.

 

Dacci la Top Ten dei giocatori che vi son rimasti nel cuore.

Domanda difficile perché ognuno nella redazione ha le sue preferenze, credo di non sbagliare se dico che Magic Johnson è nel cuore anche di chi non lo ha mai visto giocare; stesso discorso per Jerry West (visto anche quanto fatto da dirigente) e Abdul-Jabbar; la nostra generazione poi è cresciuta con Kobe, almeno io l’ho vissuto dalla sua prima partita all’ultima e per lui il posto nei sentimenti sarà sempre speciale. Poi si passa alle scelte un po’ più personali, parlando solo di quelli vissuti direttamente: Lamar Odom, Robert Horry, Derek Fisher, Pau Gasol, Rick Fox. Ok, mettiamo pure Shaq anche se dal mio punto di vista mi sono piaciute poco le modalità con le quali andò via dai Lakers, devo dire che ci ho messo più di dieci anni per “fare pace”.

 

Ora voglio provocare, la Top Ten dei giocatori peggiori visti in maglia Lakers.

Al primo posto sicuramente Steve Nash, già l’ho sopportato poco per aver derubato Bryant di un trofeo di Mvp, se poi ci aggiungiamo la fallimentare esperienza in gialloviola e quanto i Lakers diedero via per prenderlo. Sarebbe invece ingeneroso citare tutta quella serie di panchinari che avevano solo il compito di dare una mano in allenamento e sostenere i ragazzi durante la partita, quindi andiamo con quelli che più hanno deluso le aspettative con le quali erano stati presi: Dwight Howard, Isiah Rider, Gary Payton, Matt Barnes. A questi aggiungiamo Robert Sacre perché è stato comunque troppo… E fermiamoci qui per non essere troppo cattivi…

 

Quale italiano potrebbe vestire la maglia dei Lakers, sia sotto l’aspetto tecnico che caratteriale?

A voler fare una battuta direi tutti, visto lo stato attuale dei Lakers. Seriamente credo che i due italiani in Nba, Belinelli e Gallinari, potrebbero tranquillamente giocare con la casacca gialloviola. Idem Melli. E voglio citare anche Gigi Datome perché, soprattutto a livello caratteriale, è un giocatore di grande spessore e averlo in squadra non può che fare bene.

 

La passione per LA si estende anche alle altre franchigie sportive della città?

Personalmente no, non sono un grande appassionato degli sport americani. Ma in redazione, e sul forum intero, esiste e vive una grande simpatia per i Dodgers. Il football è arrivato da troppo poco e in molti avevano già tempo una franchigia del cuore, prendere e cambiare simpatie non ha senso.

 

Raccontaci dei vostri viaggi Oltreoceano per seguire i Lakers.

Nel corso degli anni i singoli membri della redazione sono andati diverse volte in “pellegrinaggio” a Los Angeles, a volte da soli, a volte in due, a volte quattro-cinque, come capitato al sottoscritto nel 2013 al mio secondo viaggio. Senza entrare nel merito delle partite viste (personalmente ho avuto la fortuna di assistere a due quarantelli clamorosi di Kobe in altrettante vittorie, tra l’altro), quello che credo tutta la redazione sia concorde nel dire è l’incredibile emozione che si prova la prima volta che si mette piede allo Staples Center. Entrare lì, vivere la partita, l’avvenimento, visitare i locali adiacenti il palazzo, toccare con mano tutto quello che hai sempre visto in televisione e che magari crescendo hai solo sognato senza credere si potesse mai concretizzare un’occasione del genere, è unico. Ti fa sentire di stare nel posto più bello del mondo, per il semplice fatto che è uno dei pochi momenti nei quali vivi davvero la sensazione di aver realizzato un sogno, e non capita certo tutti i giorni.

 

Come vedete la prossima stagione dei losangelini?

E’ inutile nascondere che veniamo dai quattro peggiori anni della storia della franchigia. I cambiamenti radicali avvenuti nel front office a febbraio si erano oramai resi indispensabili, ma ora riponiamo la speranza che Magic e Pelinka possano riportare in alto la franchigia. La fortuna ci ha assistito per il terzo anno in fila, regalandoci un’altra pick n°2 al draft, che credo verrà spesa per Ball perché non penso si concretizzeranno ipotetici scenari di trade. Sul mercato dei free agent non saremo appetibili anche questa estate e Magic lo ha candidamente ammesso con onestà, se non altro scongiurando il pericolo delle scorse off season quando per aspettare obiettivi irrealizzabili si sono perse delle grandi occasioni (Isaiah Thomas su tutti). Quindi tutto quello che dobbiamo fare è sperare che i nostri giovani vengano messi nella condizione di esprimersi al meglio e sviluppare il proprio potenziale dal momento che si è deciso di investire su di loro. A prescindere dal numero di vittorie, che sarà per forza di cose basso anche quest’anno, una crescita dei ragazzi e di coach Walton sarebbe sicuramente un buon punto di partenza per iniziare a costruire un futuro più roseo.