Liedholm, il Barone del calcio svedese

Nils Liedholm detto Il Barone per la sue eleganza e portamento, nacque a Valdemarsvik (Svezia), l’8 ottobre 1922,. Protagonista in patria nel periodo 1942-49, vinse due edizioni del campionato nazionale. Emigrò, si fa per dire, in Italia vestendo la maglia del Milan, militando per ben dodici stagioni, fino al 1961.

Formò assieme a Nordhal e Gren il trio leggendario Gre-No-Li. In maglia rossonera colleziona ben 359 presenze in partite ufficiali segnando 81 gol e vincendo 4 Scudetti e 2 Coppe Latina. Con la sua nazionale, la Svezia, vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi del 1948 e la medaglia d’argento ai Mondiali 1958, battuto in finale a Stoccolma dal Brasile dell’astro nascente Pelè. Continue reading “Liedholm, il Barone del calcio svedese” »

Stromberg: bandiera e capitano dell’Atalanta

Glenn Stromberg è stata la bandiera dell’Atalanta per ben otto stagioni, vestendo la maglia e la fascia di capitano in 219 occasioni con 18 reti. Una sola annata in Serie B, quando gli orobici, guidati da Mondonico, seppero arrivare fino alle semifinali di Coppa delle Coppe, superati nel doppio confronti dal Malines che poi alzò la coppa.

Stromberg, dopo otto anni con la maglia degli orobici , apppese le scarpette al chiodo al termine della stagione 1991-92. Tuttora il legame con i colori bergamaschi è talmente forte che nella Curva Nord, cuore del tifo bergamasco, sono presenti le otto maglie dei capitani del club e quella dello svedese è posta al centro del settore, a simboleggiare  ulteriormente l’affetto che i tifosi gli hanno tributato.

Vanta un palmares di tutto rispetto: 1 campionato, 2 coppe nazionali, 1 Coppa Uefa in Svezia con la maglia del IFK Goteborg; 1 campionato ed una Coppa nazionale del Portogallo nell’unica stagione al Benfica.

Smessi i panni da calciatore con l’Atalanta, Glenn Stromberg è rimasto legato all’Italia con la creazione di un marchio che importa prodotti alimentari in Svezia suo paese origine. Svolge inoltre la professione di commentatore calcistico per la tv svedese.

Leroy Rosenior, l’allenatore con l’esonero più veloce della storia

Leroy Rosenior deve essere l’allenatore più paziente della storia del calcio: nel 2007, precisamente il 17 maggio, firmò con il Torquay United, club inglese appena retrocesso dalla League Two in Conference National, il quinto gradino della piramide del calcio anglosassone. Ma  10 minuti dopo la sigla del contratto, il proprietario e presidente Mike Bateson informò il povero Rosenior che il club era stato appena ceduto e che l’accordo era definitivamente saltato.

L’acquirente, Alex Rowe, aveva infatti deciso che non era la persona adatta per guidare il team, per la serie Sliding Doors nel calcio.
Al suo posto venne assunto Paul Buckle, ex centrocampista, che aveva militato in passato nel club per un paio di stagioni e che aveva appena appeso le scarpette al chiodo vestendo la maglia dell’Exeter City. Al termine della stagione il Torquay si classificò in terza posizione, venendo ammesso a disputare i play-off per la promozione.

Ma in semifinale fu eliminato nel doppio confronto proprio dall’ex club di Buckle, che vincerà poi la finale e verrà promosso in League Two.
Il Torquay dovrà attendere la stagione successiva per fare ritorno fra i professionisti, vincendo stavolta i play-off.
Attualmente la squadra, dopo la retrocessione avvenuta un paio di stagioni orsono, è tornata a militare in National.

E Rosenior? Dopo l’infelice parentesi di tecnico (per 10 minuti), lasciò per sempre la carriera di allenatore. Attualmente lavora per G-Sport, pay-Per-View africana in qualità di commentatore sportivo, oltre ad apparire in alcuni programmi calcistici della BBC regionali. Svolge inoltre il ruolo di ambasciatore per Show Racism The Red Card, associazione benefica che combatte il razzismo in Inghilterra.

Suo figlio Liam svolge la professione di calciatore: il 31-enne difensore gioca per il Brighton & Hove Albion, militante in Championship. Nel suo passato, ironia della sorte, ha vestito anche la maglia del Torquay.

Cruyff, quando nasce la leggenda della maglia numero 14

Cruyff sceglie la maglia numero 14 per puro caso. I campetti sparsi in europa con il suo nome portano le 14 regole per giocarci

Fino a che il marketing non ha spinto per la personalizzazione delle maglie con un numero ed il proprio cognome apposto sul retro della casacca, ogni domenica si aspettava l’annuncio dello speaker dello stadio per conoscere la formazione in rigoroso ordine dall’1 all’11, con il primo numero assegnato al portiere e a seguire, secondo la divisione per ruoli, con il 7 per l’ala guizzante,  il classico 9 per il bomber,  ed il 10 per il giocatore con la maggior fantasia in campo.

Poi un giorno arrivò Johan Cruyff e ruppe con la tradizione. Si è scritto che il talento olandese scelse il numero 14 perchè ricordava l’età in cui vinse il suo primo campionato con i Lancieri, ma si tratta solo di leggenda. ajax

In realtà, la scelta fu davvero casuale. Siamo negli spogliatoi dello stadio di Amsterdam prima del match clou Ajax-Psv, valido per la stagione 1970-71, e Cruyff rientrava dopo una lunga assenza dovuta ad un infortunio all’inguine. Muhren, che in sua assenza vestiva la casacca numero 9, “doveva” tornare al 7. Tuttavia pareva che tale maglietta fosse scomparsa: Cruyff allora, decise di consegnare la propria e ne prese una dal cestone della biancheria.

Fu il 14 e da allora non se lo tolse più

Nell’autunno del 2014, Cruyff inaugurò a Como un campetto di calcio, dedicato allo sfortunato Stefano Borgonovo, deceduto dopo una dura lotta contro la SLA. Si trattava del primo in Italia, dopo aver già aperto circa 200 “Cruyff Court” in tutta Europa. In questo spazio tutti  i bambini possono liberamente giocare a calcio, purchè rispettino le 14 regole indicate nel cartello apposto sulla recinzione.

1 Gioco di squadra – Per fare le cose, quello che dovete fare insieme.
2 Responsabilità – Prenditi cura delle cose come se fosse il proprio.
3 Rispetto – Rispetta l’un l’altro.
4 Integrazione – Coinvolgere gli altri nelle vostre attività.
5 Iniziativa – Abbiate il coraggio di provare qualcosa di nuovo.
6 Allenamento – Aiutare sempre l’un l’altro all’interno di un team.
7 Personalità – Sii te stesso.
8 Intervento Sociale – Cruciale nello sport, e ancora di più nella vita in generale.
9 Tecnica – Le basi
10 Tattiche – Sapere cosa fare.
11 Sviluppo – Sport sviluppano corpo e anima.
12 Imparare – Cercate di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno.
13 Giocare Insieme – Una parte essenziale del gioco.
14 Creatività – La bellezza dello sport.

regole 14
Le 14 Regole del Cruyff Court

Boskov: allenatore, uomo, poeta, le sue frasi più famose

Vujadin Boškov manca a tanti di noi, amanti di un calcio passato e forse trapassato, nel quale la partita si giocava prima dei 90 minuti, nell’arco  della settimana, con eleganza e sarcasmo.

E quando arrivava la domenica, il match durava un’ora e mezza, al termine del quale ai microfoni si sentivano non frasi fatte ma pensieri. Il tecnico serbo era maestro in questo: una serie delle sue citazioni più famose, che lo hanno accompagnato nel corso della sua carriera di tecnico, ci aiuta a ricordare che il calcio, a volte, è anche poesia.

“Se io slego il mio cane, lui gioca meglio di Perdomo [giocatore all’epoca del Genoa]”
“Rigore c’è quando arbitro dà”
[Ad un giornalista che prevede la retrocessione del Napoli] “Io penso che tua testa buona solo per tenere cappello”
“Pallone entra quando Dio vuole.
“Tedeschi sono come tedeschi, montenegrini come montenegrini.
“Nel calcio c’è una legge contro gli allenatori: giocatori vincono, allenatori perdono”
“La zona? Un brocco resta brocco anche se gioca a zona. Dov’è lo spettacolo?”
“Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti”
[Quando tornò al Milan] “Gullit è come cervo ritornato in foresta”
“Partita finisce quando arbitro fischia”
“Un 2 a 0 è un 2 a 0, e quando fai 2 a 0 vinci”
“Se vuoi fare una brutta figura, parla con gli arbitri, scoprirai le tue debolezze di carattere”
“La mia grossa preoccupazione è prendere un gol meno dell’avversario”
“Più bravi di Boskov sono quelli che stanno sopra di lui in classifica”
“Benny Carbone con sue finte disorienta avversari ma pure compagni”
“L’allenatore deve essere al tempo stesso maestro, amico e poliziotto”
“Lombardo è come Pendolino che esce dalla galleria”

Josef Bican: la leggenda del bomber delle tre nazionali

Josef Bican, il più grande cannoniere di tutti i tempi della storia del calcio

Josef “Pepi” Bican, nato a Vienna nel 1913 quando era ancora la capitale dell’impero austro-ungarico, diventerà una delle ali più prolifiche della storia del calcio. Arrivato al professionismo già a 18 anni con la maglia del Rapid Vienna, Bican debuttò con la nazionale austriaca dopo due soli anni, diventando ben presto uno degli elementi chiavi della meravigliosa nazionale denominata Wunderteam.

Guidati dal tecnico Hugo Meisl, gli austriaci scalarono ben presto le graduatorie del calcio mondiale, basando il proprio gioco sulla rapidità dei passaggi e solo una sconfitta nella semifinale del Mondiale 1934 contro l’Italia, bloccò l’ascesa alla vetta.

Nel 1937, Bican lasciò il Rapid Vienna e firmò con lo Slavia Praga, club della Cecoslovacchia, segnando ben 395 reti in soli 217 incontri, guadagnandosi il ruolo di top scorer assoluto per ben 5 anni in Europa.

Nel frattempo Bican acquisì la cittadinanza ceca, indossando la maglia della nazione da cui provenivano i suoi genitori.

Tuttavia l’Europa cominciava ad essere attraversata da una serie di sconvolgimenti politici:l’ascesa del nazismo in Germania portò all’invasione della Cecoslovacchia nel marzo del 1939, costituendo uno dei momenti chiave per l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. A livello calcistico le conseguenze dei problemi politici furono che i calciatori dovettero indossare la maglia bianca della nazionale tedesca.
Bican però si rifiutò ed il 12 novembre 1939 scese in campo con la sua terza nazionale, il Protettorato di Boemia e Moravia.

Nella sua unica apparizione, Bican fu capace di realizzare una tripletta, nel 4-4 finale con cui si concluse il match amichevole con la Germania. La Guerra però arrivò ad interrompere la straordinaria carriera dell’attaccante, che pote vestire nel frattempo solo la maglia dello Slavia Praga. Solo al termine del conflitto nel 1946, poté nuovamente scendere in campo con la “sua” Cecoslovacchia.

Al momento del ritiro dalle scene calcistiche, avvenuto nel 1955 a 42 anni, Bican sommerà numeri incredibili: 607 reti in 406 partite complessive a livello di club, a cui si aggiungono 31 reti in 45 partite con le tre nazionali con cui scese in campo. Inoltre vanterà nel suo palmares 3 titoli nazionali austriaci, 4 cecoslovacchi ed una Mitropa Cup, a quei tempi equiparabile all’attuale Champions League per valore delle squadre partecipanti.
Morirà a 88 anni a Praga, nel dicembre 2001, sepolto nel cimitero monumentale di Vysehrad.

La classifica dei migliori calciatori del XX secolo redatta nel 2000 dall’IFFHS (istituto mondiale di statistiche del calcio) lo pone al 34º posto assoluto, primo tra gli austriaci e secondo tra i cecoslovacchi dietro soltanto a Kubala.