Le frasi famose di Beppe Bergomi

Per chi ha qualche anno sulle spalle, il volto di Beppe Bergomi, appena 18-enne, impegnato a marcare il suo futuro compagno di squadra Karl Heinz Rummenigge nella finale del Mondiale di Spagna 82 al Bernabeu, rimarrà ricordo indelebile.

Da poco titolare all’Inter, Bergomi venne lanciato senza alcun timore dal ct Bearzot, ripagandolo ampiamente. Il panzer tedesco rimase a bocca asciutta e tutta l’Italia, quella notte di luglio, alzò al cielo la Coppa del Mondo.

Poi altri due campionati del Mondo, con il terzo posto ad Italia 90 e successi in maglia nerazzurra, fra cui lo scudetto dei record con Giovanni Trapattoni in panchina. Smessi i panni d’atleta, la carriera da tecnico, non ad “aiutare” i professionisti, quanto rivolta ai più piccoli, facendo da vero punto di riferimento per chi il pallone lo insegue per divertimento ( e forse un giorno per la gloria).

Ma il buon Beppe è ben noto ai più per fare coppia fissa con Fabio Caressa, commentando i matches più importanti della Serie A ai microfoni di Sky.

Le frasi celebri di Beppe Bergomi

Personalmente [lo] apprezzo molto perché è un personaggio di rottura di cui il calcio ha bisogno.

Per ottenere determinati obiettivi non devi passare per determinati sotterfugi. Questa è una cosa che ho sempre cercato di inculcare nei giovani. Alcune sostanze che adesso sono doping, nel 1979-80 quando ho iniziato io, si potevano prendere. A volte sono anche preoccupato per quello che ho preso o che mi hanno dato. Oggi le società sono cresciute e danno un livello di informazione elevato. Poi penso che un giocatore debba sempre chiedere al suo medico.

[Su Javier Zanetti] Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter.

Marini e Muraro mi aiutarono tantissimo da giovane. Sono cresciuto con Ferri. I più forti? Ronaldo e Matthaeus, e se devo sceglierne uno dico il tedesco per la mentalità vincente. Ma quello che ho visto fare a Ronaldo, non l’ho visto fare a nessuno.

 Grande gol, grandissimo, bellissimo! Nulla da fare per il portiere che non la vede nemmeno partire questa palla! Imprendibile… incredibile, grandissimo, Fabio, bellissimo!!! ~ Bergomi su calcio di rigore dell’Inter

Eh, fa fatica il Milan… ~ Bergomi commenta un 6-0 del Milan sull’Inter

[Su José Mourinho] Personalmente [lo] apprezzo molto perché è un personaggio di rottura di cui il calcio ha bisogno.

Tornare? È molto complicato. Io non ho mai chiesto nulla, mi accontenterei anche di allenare i pulcini… L’unico che ha provato a riportarmi all’Inter è stato Facchetti ma per motivi diversi non se ne fece nulla. Per questo lo ringrazierò per sempre.

Fabio Caressa e Beppe Bergomi commentano un fallo di Lucio su Pellissier, contuso ai…genitali, in occasione di un Chievo-Inter di qualche anno fa.

Bergomi (serio): “Il brasiliano ha commesso un FALLO da dietro, ma voleva prendere la palla”

Caressa (battuta): “Però gli ha preso le palle. Fa malissimo lì, vi assicuro…” (ps: grazie di averci informato, siamo provvisti anche noi…)

Alfonsina Strada, la donna che corse il Giro d’Italia con gli uomini

Donne e ciclismo e Grandi Giri: un tempo il gentil sesso poteva disputare il Giro d’Italia fianco a fianco dei colleghi maschi. Non era la regola, ma come spesso accade per la parità dei sessi, è sufficiente che una donna coraggiosa apra la strada per dare l’esempio ed ottenere una maggior considerazione. La pioniera risponde al nome Alfonsina Strada, soprannominata “il diavolo in gonnella”, l’unica donna che riuscì nell’intento di correre sulle strade della Corsa Rosa assieme ai maschi.

Alfonsina Morini, nata Alfonsa Rosa Maria, nel nord Italia nel 1891 precisamente a Castelfranco Emilia il 16 marzo, da genitori analfabeti e che lavoravano duramente nei campi. Fu proprio grazie alle fatiche nei campi che il padre potè scambiare delle galline con la prima bicicletta di Alfonsina, ottenuta all’età di 10 anni. Ed a soli 13 anni già vinceva le prima gare, battendo anche i maschietti sulle polverose strade emiliane.

Ed i campi non erano il suo luogo naturale, poichè lo spirito ribelle la portò verso il professionismo, sebbene la statura (157 cm) la facevano apparire un pulcino sulle due ruote. Ma la grinta non le mancava. Dichiarate in famiglia le sue intenzioni, si sposò ad appena 14 anni d’età con Luigi Strada, trasferendosi a Milano.

La situazione sociale in quel di Torino, molto più aperta alle corse femminili, la portò nella città sabauda, battendo anche la famosa Giuseppina Carignano e guadagnandosi il titolo di “Miglior ciclista italiana”. L’incontro poi con Carlo Messori, che diventerà suo marito appena rimarrà vedova, le permise di entrare nell’elite. Parteciperà al Giro di Lombardia ed al Gran Premio di San Pietroburgo, battendo poi il record mondiale di velocità con 37.192 chilometri l’ora, rimasto poi imbattuto per ben 33 anni. Un primato incredibile se si pensa che lo stabilì su una bici del peso di ben 20 chili.

E la grande occasione arrivò nel 1924: Alfonsina, dopo aver partecipato a due edizioni del Giro di Lombardia, riuscì a strappare il “si” agli organizzatori del Giro d’Italia, nelle persone di Emilio Colombo e Armando Cougnet, rispettivamente direttore e amministratore della Gazzetta dello Sport. La corsa rosa, in quell’edizione, era infatti “monca” di campioni quali Girardengo, Brunero, Bottecchia che avevano richiesto premi in denaro solo per presentarsi al via.

La ciclista-donna diventava così un’arma pubblicitaria importante per la Gazzetta, che, nei primi giorni, parve divenire a doppio taglio. Sui muri di Milano, sede di partenza, apparvero numerose scritte contro la Strada ed inoltre parecchi “colleghi” non vedevano di buon occhio la sua partecipazione.

Dopo che lo stratagemma di iscriverla sotto falso nome, riportando Alfonsin dando l’idea di uomo, venne svelato, la corsa prese il via regolarmente con la sua presenza. Nelle prime 4 tappe la “ciclista in gonnella” portò a compimento regolarmente il percorso, sebbene con pesanti distacchi dal vincitore, rimanendo comunque assieme a diversi colleghi maschi.

La tappa L’Aquila-Perugia divenne però il punto nodale: Alfonsina infatti arriva fuori tempo massimo, costringendo i giudici a dover scegliere fra l’estromissione o la riammissione. A quel punto Emilio Colombo, direttore della Gazzetta e che si era “speso” in favore dell’ammissione, da il suo parere favorevole: Alfonsina potrà continuare, ma verrà posta fuori classifica.

A quel punto il parere del pubblico si schiera interamente con lei, tanto che ad ogni traguardo di tappa verrà acclamata a furor di popolo. Dopo 12 tappe per un totale di 3618 chilometri, l’arrivo a Milano sarà un trionfo. La vittoria arriderà a Giuseppe Enrici, italo-americano, dopo il duello con Federico Gay ma, soprattutto, fra i 30 corridori arrivati (su 90), c’è Alfonsina.

Una raccolta fondi fra i fans le porterà in dono ben 50.000 lire, una cifra  enorme per l’epoca. Tuttavia rimarrà l’unica corsa Rosa nel suo archivio agonistico. Negli anni successivi le verrà negata una nuova partecipazione e ad Alfonsina non rimarrà che continuare a correre solo in campo femminile.

Una volta abbandonato l’agonismo, non viene meno la passione per le due ruote. Apre infatti un negozio di biciclette a Milano, in via Varesina, adibendo un parte dei locali ad officina per le riparazioni. La morte del marito non ripone nel cassetto il suo spirito d’iniziativa e continua a portare avanti l’attività da sola. La morte però arriva, in un giorno del 1959, quando a bordo della sua Moto Guzzi, rimane coinvolta in un incidente stradale.

Attualmente il Giro d’Italia Femminile, chiamato anche Giro Rosa, è giunto alla sua 27-esima edizione e si disputa nei primi dieci giorni del mese di luglio.

Nella primavera 2010 venne pubblicato l’album da parte del gruppo Têtes de Bois, intitolato Goodbike (Ala Bianca Records) e dedicato al ciclismo: una della canzoni fu proprio intitolata alla pioniera delle due ruote, dal titolo “Alfonsina e la bici”. Il relativo videoclip venne interpretato dall’astrofisica Margherita Hack.

Raymond Kopa: Stella del Real Madrid e Primo Pallone d’Oro di Francia

Raymond Kopa, nacque il 13 ottobre 1931 in una famiglia di origini polacche, divenne grande in Francia e salendo sul tetto d’Europa nel Real Madrid stellare del quinquennio vittorioso in Coppa dei Campioni
In una carriera lunga ben 18 anni, si fece notare nello Stade Reims, dopo aver vissuto un’infanzia difficile. Iscritto all’anagrafe come Kopaszewski, conobbe subito le difficoltà della vita, con i genitori che dovevano guadagnarsi da vivere lavorando in miniera. I pessimi risultati scolastici lo spinsero subito verso il calcio, che praticava in ogni momento della giornata.

Poi, dopo la classica squadretta di quartiere, prima l’Angiers e poi successivamente, lo Stade Reims, lo portarono nel calcio professionistico. Con quest’ultimi vincerà due titoli nazionali nella prima parte di carriera, replicando al suo rientro  dalla Spagna. Il passaggio alla Casa Blancos invece gli permetterà di arrivare al successo europeo: tre Coppe dei Campioni, oltre a 2 Liga, lo lanceranno definitivamente  fra i Grandi.

Il Mondiale 1958 in Svezia poi, sarà il punto più alto con i Bleus: il terzo posto finale gli consentirà, a fine anno, di aggiudicarsi il primo Pallone d’Oro della storia del calcio francese, che dovrà aspettare il 1983 per tornare in vetta grazie a Michel Platini.

La sua caratteristica principale era il dribbling: innamorato del pallone, il suo ruolo era lontano dalla porta, verso cui si avvicinava grazie a prodigiose progressioni, tanto che le stelle del Real lo accuseranno di rallentare la manovra.

Appenderà le scarpette al chiodo al termine della stagione 1966-67 con la maglia dello Stade Reims, sebbene il club lo iscrisse in prima squadra per la stagione 1970-1971 soltanto per rientrare nella quota di 11 giocatori professionisti.

Verrà indicato da Pelè come uno dei più grandi 125 giocatori della storia del calcio nel 2004.

1949-1951Angers60 (15)
1951-1956Stade Reims158 (48)
1956-1959Real Madrid79 (24)
1959-1967Stade Reims244 (36)
Nazionale
1952 Francia B1 (0)
1952 Francia U-211 (2)
1952-1962 Francia45 (18)

 

 

Le frasi famose di Claudio Lotito

Non manca certo la parola fine a Claudio Lotito, patron della Lazio che salvò i biancocelesti dal fallimento nel dopo-Cragnotti. E l’imprenditore romano, spesso, fa sfoggio di citazioni colte per raccontare episodi, momenti e partite della sua amata squadra.

Siamo sicuri che finchè rimarrà al vertice del club, non sarà avaro di latinismi, come da ottimo ex studente di un Liceo Classico della Capitale.

LE FRASI FAMOSE DI CLAUDIO LOTITO

Vi mancava il mio latino? C’era un certo scetticismo, poi però tanti si sono voluti cimentare. Lo stesso Santo Padre ha voluto reintrodurre la Messa in latino… No, non voglio dire quello, non è che mi ha ascoltato. Semplicemente, il Papa ha sottolineato l’importanza del latino.

Sogno che lo sport, quello vero, di Abebe Bikila, diventi punto di riferimento per i giovani.

[Riferendosi al calciatore Valon Behrami che aveva utilizzato l’articolo 17 della FIFA] Se lo svizzero dovesse pentirsi io, da cattolico, sono pronto al perdono, ma il ravvedimento deve essere autentico.

Lo Stadio polifunzionale a Valmontone è l’ipotesi migliore. La nuova casa della Lazio sarà raggiungibile “in venti minuti” grazie all’autostrada A1. Oltre collegamento stradale il pubblico biancoceleste potrà contare anche su una tratta ferroviaria. Alla base dei progetti per il futuro ci sono le “certezze patrimoniali” che sono necessarie alla sopravvivenza del club.

Lei istiga e fa da terminale di alcuni interessi, lei diffonde notizie a istigare situazioni destabilizzanti, lei rappresenta un elemento di istigazione. [in risposta ad una domanda del giornalista Mediaset, Paolo Bargiggia]

[Riferendosi ai tifosi del Torino] L’ambiente ha condizionato Bianchi, io dico che sono successe cose non degne di una città come Torino. Sono stato insultato in tribuna e sentivo gente che incitava i giocatori granata a spaccare le gambe ai nostri. Ho trovato un ambiente poco… urbano.

Nel calcio mi ispiro al grande Manzoni. L’utile per scopo, il vero per soggetto, l’interessante per mezzo. Mi piace anche il Pascoli: anzi in questo periodo mi sento un po’ come il “suo” fanciullino.

I veri valori olimpici sono quelli che dimostrano quanto una persona possa raggiungere grandi traguardi attraverso lavoro, sacrificio, rinunce: Alfieri disse “Volli, sempre volli, fortissimamente volli”.

Nell’Ottocento i ricchi si davano alla caccia alla volpe: era di moda. Poi fu la volta delle scuderie e dei cavalli. Nel secolo scorso, negli anni ’50, ricchi e arricchiti si sono buttati nel calcio, il vezzo è diventato acquistare un club. Senza badare ai conti: una volta lo sport era quasi avulso dal carattere economico. Oggi è un mercimonio.

Io stabilisco un indirizzo: il metodo è la sinestesia.

Zarate vale quanto Messi

Il calcio è un gioco, e il 50% è legato a fattori imponderabili.

[Riferendosi ad Hernanes] Oggi è arrivato un giocatore che può costituire un valore aggiunto per la città e per la squadra, non solo per le sue doti tecniche, ma anche come uomo. Hernanes è arrivato con la voglia di vincere e me lo ha confermato lui stesso, vuole raggiungere traguardi importanti. Abbiamo preso il giocatore che mister Reja aveva chiesto.

[Riferendosi al problema dell’ordine pubblico negli stadi] Quando c’erano le rivolte nelle carceri fecero le carceri in modo diverso e le rivolte cessarono.

[Rivolto a Massimo Mauro] Lei è molto intelligente e preparato, soprattutto sul gioco delle bocce.

Il pallone è per tutti. Il calcio è per pochi.

Calciopoli? Il processo di Napoli dimostra che nel 2006 si è agito con atteggiamento giacobino, troppa foga alimentata dai media.

[Su Zdeněk Zeman] È una persona che vuole dimostrare di essere diverso.

Io ci metto la faccia, nella Roma invece non si capisce chi sia l’interlocutore. Chi sono questi americani?

Divento laziale grazie alla mia tata. Passeggiando incontrammo il suo fidanzato. Mi chiese per chi tifassi. Risposi: ‘Boh’. E allora mi disse: ‘Devi tifà Lazio’

Io potrei fare benissimo il ministro dell’Economia, ma un ministero del genere non me lo darebbero mai. Poi potrei andare all’Interno, ai Lavori Pubblici.

[Su Vladimir Petković] L’ho scelto per il suo alto profilo morale, ha lavorato a lungo alla Caritas, è un poliglotta, un grande lavoratore e una persona determinata e ambiziosa che vuole raggiungere determinati obiettivi. Proprio perché è poco avvezzo alle ribalte mediatiche è un ulteriore vantaggio.

Io non sono tecnologico, vede, ammetto la mia ignoranza: io sono amanuense.

[Su Mauro Zarate] Quando si raccolgono dei frutti da un albero, può darsi anche di trovarne alcuni che sono andati a male. In una città difficile e pressante come Roma, se una persona non ha un forte equilibrio rischia di essere travolto, assumendo comportamenti non in linea con la realtà.

Il problema con Marotta è che con un occhio gioca a biliardo e con l’altro mette i punti.

Lugano è una città della Svizzera, ricordo da reminiscenze scolastiche de geografia (ai giornalisti che gli chiedono del difensore uruguaiano)

Domanda del giornalista Marco Cattaneo: Avete parlato di Allegri? Scusi la curiosità morbosa. Risposta: “Se è morbosa se vada a fà curà”.

Domanda del giornalista Gianluca Di Marzio: Reja rimane l’anno prossimo? Risposta: “Lei ce resta a SKY? Ecco, speri de sì, che magari una mattina se sveja er proprietario de Sky e la caccia via. Del doman non v’è certezza.

Sono entrato nel mondo del calcio per passione: sono laziale dall’età di 6 anni. E poi secondo la mia formazione cristiana ritengo che anche in questa scelta ci sia un disegno che va interpretato in chiave escatologica: per ogni situazione esiste Dio che vede e provvede.

Sono come Gesù che ha cacciato i mercanti dal tempio.

I tifosi napoletani sono più affezionati di quelli laziali, a Roma c’è il tiro al piccione ed io sono il piccione.

Me sembrate il gatto e la volpe, ma io non sò Pinocchio (a Moggi e Giraudo che chiedevano di acquistare Oddo).

Lei dice: uno come Klose. Non è che se trova er duplicato…

Bisogna dare giudizi alla fine, non nella fase endoprocedimentale.

L’attacco mediatico è successo perché la piazza di Roma è particolare e soffre il fatto che alcune persone rappresentino una lazialita’ “cicero pro domo loro”.

Guarda che Roma è tutta ‘na trappola piena de fossi: manco te n’accorgi e te ritrovi de sotto (il benvenuto a Petkovic)

I “prenditori” e i “magnanger” sono quelli che pensano solo al binomio “F&S”: figa-soldi. Non uno come me che è un monogamo convinto e per questo piaccio in Vaticano. Uno che ha ritirato su una società come la Lazio che aveva 1070 miliardi di debiti. Eppure ci vorrebbe proprio gente come me per far “rialzare”, per dirla con Berlusconi, un paese dove la gente non ne può più perché ha fame.

Un giorno il mio autista mi informa che c’è Veltroni che mi spara contro a Radioradio. Allora io telefono in trasmissione e gli dico testuale: “Caro Veltroni tu hai commesso sette peccati capitali: ti piace l’Africa è l’hai portata a Roma, hai trasformato Roma in una città africana; hai triplicato il debito del Comune; hai fatto un sacco urbanistico che non si ricordava dai tempi dell’Impero romano, 70 milioni di metri cubi, una città come Napoli.

Curtis Woodhouse, il boxeur che lasciò il calcio

Essere poliglotta nello sport significa generalmente praticare il pentathlon moderno o, se atleta, il decathlon, le 10-specialità-10 dell’atletica leggera. Invece per Curtis Woodhouse, il passaggio radicale è stato dal calcio alla boxe!!

Woodhouse non era nemmeno scarso: vantava 4 presenze nell’Under 21 inglese, ruolo centrocampista ed aveva già al suo attivo ben 347 presenze nel periodo 1997-2012, in particolare con lo Sheffield United. Anche tre presenze in Premier League, quando nella stagione 2002-03 vestiva la maglia del  Birmingham City. Ma l’uomo dello Yorkshire aveva come idoli altri atleti come i pugili Mike Tyson e l’anglosassone Nigel Benn.

In un’intervista concessa al Daily Telegraph nel 2008, rivelò che la passione per il combattimento gli era nata già in età giovanile “Mi battevo per strada ed a scuola, come se fossero dei ring, a 12 anni” ed aggiunse che la motivazione era spesso di natura razzista “Mi chiamavano spesso facendo riferimento al colore della mia pelle, ma dopo uno schiaffo in bocca se la battevano rapidamente”.

Il suo debutto da professionista arrivò nel settembre 2006, battendo ai punti il peso welter Dean Marcantonio. Poi la carriera di Woodhouse avrebbe registrato un record di 22-7 con ben knockouts, ed aggiudicandosi la corona di campione d’Inghilterra dei welter leggeri nel 2012.

Curiosamente, dopo il primo match, parve voler riporre i guantoni in un armadio: la sua vita infatti era stata segnata dalla violenza nel quartiere in cui era cresciuto, e salire sul ring parve inizialmente più una dimostrazione temporanea di forza. Ed allora optò  per condurre una vita d’atleta piena, ritornando sul prato verde, a livello dilettantistico, con la compagine dei Rushden & Diamonds F.C.

Alternò dunque il calcio al pugilato, con alterni successi, poichè, se la carriera calcistica ormai stava volgendo al declino, sul quadrato riusciva a dimostrare tutta la sua forza e potenza.

Curiosamente, un tweet “provocante” poteva costargli il carcere. Dopo aver perso nel febbraio 2013 il titolo ai punti contro Shane Singleton, un account Twitter, tale “Jimmyob88” provocò il pugile idicando in una “disgrazia” la scelta della carriera pugilistica.  Woodhouse, che si fece irretire decisamente in maniera facile, offrì 1000 sterline a chi lo avrebbe aiutato a rintracciare l’utente. Ed aggiunse, non si sa come, anche una foto della strada in cui viveva il possibile fautore dell’offesa, dichiarando nel tweet “Qualcuno mi dica a quale numero vive o busserò ad ogni porta #itsshowtime.”

A qual punto “Jimmyob88” fece marcia indietro: “Mi spiace, la situazione mi è scappata di mano”.

Attualmente Curtis è allenatore del Bridlington Town, militante nella  Northern Counties East League Premier Division, corrispondente al nono livello del calcio inglese. Nel suo recente passato ha avuto l’onore di sedersi sulla panchina del Sheffield F.C., la squadra più vecchia della storia del calcio mondiale.

Andrea Meneghin, il figlio d’arte che salì sul tetto d’Europa

Meneghin significa basket: dagli Anni Settanta agli Anni Duemila (prima metà) il cognome è stato coniugato con i successi di Varese e nazionale azzurra, in Italia, in Europa e nel Mondo. Se il padre Dino, gigante di Alano di Piave, rimase sui parquet, prima con la storica Ignis Varese e poi con il passaggio a Milano, fino alla veneranda età di 44 anni, il figlio Andrea ha segnato lo scudetto della Stella di Varese, vincendo nell’estate seguente il titolo europeo, chiudendo la carriera ad appena 32 anni.

Ma nel giorno del compleanno di Andrea (20 febbraio), vogliamo ricordare la sua carriera, ricca di successi basati sulla fatica, il sacrificio e non per raccomandazione.

Nato a Varese nell’inverno 1973, quando il padre Dino già alzava al cielo Coppe e scudetti, Andrea arrivò giovanissimo in prima squadra nel 1990-91, stagione sfortunata che si concluderà con la retrocessione in Serie A2. Tuttavia un evento rimarrà scolpito negli annali e nelle menti degli appassionati, perchè il dualismo padre-figlio si esprime sul campo di Masnago, quando il  14 ottobre 1990 in maglia Varese gioca contro papà Dino, allora alla Stefanel Trieste.

Le due annate successive al “piano inferiore” gli permettono di costruirsi fisicamente e tecnicamente e, dopo due stagioni, arriva il ritorno in massima serie, con il peso del ruolo di capitano in una squadra che vanta il fuciliere croato Komazec. Ma sarà con l’arrivo in squadra di Gianmarco Pozzecco, alias la “mosca atomica”, che inizierà la scalata della squadra ai massimi livelli di un campionato che ormai vanta corazzate che rispondono ai nomi di Bologna (Virtus e Fortitudo), Benetton Treviso, Stefanel Milano.

E la notte dell’’11 maggio del ’99, dopo una regular season terminata alla piazza d’onore, regalerà ad Andrea il suo primo (ed unico) scudetto e a Varese la conquista della stella, con una rosa limitata ma un gruppo che costituì il punto forte, grazie anche alla sapiente regia di Carlo Recalcati in panchina.

Per Meneghin le fatiche non sono finite: nell’estate azzurra, assieme ai compagni (di quell’annata) De Pol e Galanda, il 25-enne conquista da protagonista assoluto il titolo europeo nella finale di Parigi-Bercy contro la Spagna. In Francia è tra i migliori azzurri, venendo inserito nel quintetto ideale della rassegna continentale.

Rimane ancora un anno in maglia biancorossa, vincendo la Supercoppa Italiana e dopo la precoce eliminazione al primo turno dei play-off 1999-00 ad opera della Viola Reggio Calabria, che vanta un giovane Manu Ginobili in campo, lascia la sua città natia e viene dirottato a Bologna, dove vestirà per due stagioni la casacca della Fortitudo.

Sotto le Due Torri però raggranella soltanto delusioni sportive: due finali scudetto perse ed un rendimento al di sotto delle attese. Inoltre con la maglia azzurra disputa gli europei 2001, nei quali la nazionale viene eliminata addirittura nel barrage dalla Turchia, piazzandosi al nono posto.
Il ritorno a Varese sembra la panacea dei mali: ma i Roosters, privi del talento di Pozzecco, si barcamenano ai margini della zona play-off e per Andrea i guai fisici cominciano ad interferire in maniera eccessiva e l’anca lo costringe allo stop nei primi mesi del 2005.

Oggi lo si può ascoltare (e vedere) in occasione delle telecronache di basket di Sky Sport.

Le statistiche carriera

StagSquadraPRPGMinutiPunti
90/91A. Ranger Varese3571135
91/92A. Ranger Varese4040158761
92/93Cagiva Varese4039193627
93/94Cagiva Varese3333267686
94/95Cagiva Varese2726176594
95/96Cagiva Varese34344951080
96/97Cagiva Varese33334891203
97/98Pall. Varese34343821170
98/99Pall. Varese37364201162
99/00Varese Roosters32324451110
00/01Paf Bologna3939328996
01/02Skipper Bologna44434451234
02/03Metis Varese3131288852
03/04Metis Varese2222223602
04/05Casti Group Varese191889408
Totali Assoluti500467440912520

Il video del giorno più bello della carriera di Andrea Meneghin: La stella di Varese

Willem Hesselink, l’uomo che fece la storia del Bayern Monaco

Quando il calcio era nell’epoca pionieristica, erano gli studenti e far crescere il movimento, ovvero il gioco del football era legato alla cultura ed all’identità ,espresse sul campo e dietro  la scrivania, per organizzare la vita del club che costituiva evento sociale di comunità. Ed uno degli eroi di quel movimento fu Willem Hesselink.

Hesselink nacque l’8 febbraio 1878 ad Arnhem, in Olanda.  A 12 anni iniziò a giocare a calcio, sport che iniziava a diventare fenomeno di massa. Solo due anni dopo, fu tra i fondatori del Vitesse Arnhem, compagine tuttora ai vertici del calcio olandese. Ma sul campo il giovincello esprimeva il suo talento, facendosi notare per il tiro potente, tanto da venire soprannominato Het Kanon, “Il Cannone’. Alcune leggende parlavano addirittura che alcune sue bordate abbiano rotto diversi polsi di portieri che osavano opporsi alle sue bordate.

Ed il Cannone non amava solo il pallone, ma si dilettava, con sucesso anche sulle piste d’atletica, praticando il salto in lungo ed i 1500 metri, specialità in cui divenne anche campione nazionale. Inoltre nel salto in lungo stabilì il primato  che venne battuto in Olanda soltanto nel 1910. Con il Vitesse inoltre si aggiudicò il titolo nazionale nel tiro alla fune.

A 24 anni però lasciò il paese natio e si mosse in direzione Monaco di Baviera, per frequentare l’Università. Ed una delle prime cose fu di unirsi ad una compagine calcistica locale, non una fra le tante, bensì il Bayern.

Ed il suo ingresso fra i bavaresi non fu in punta di piedi: nel 1903 era sia giocatore che allenatore. E poco dopo compì il triplete, venendo eletto presidente del Bayern, “impresa” riuscita a Franz Beckenbauer.

Nel 1905, Hesselink fece il suo debutto anche in nazionale Orange, prima partita casalinga anche per la compagine dei Paesi Bassi a Rotterdam, terminata con un roboante successo per 4-0 contro il Belgio, bagnandolo anche con la prima rete del match. Non tralasciava nemmeno lo studio, laureandosi in chimica degli alimenti, prestando particolare attenzione al vino della regione spagnola del Duero. E non pago, conseguì il magistero anche in filosofia.

Nel 1906 lasciò la Germania per fare ritorno in patria, dove aprì un laboratorio forense, diventando uno dei pionieri europei nell’applicazione della scienza alle investigazioni criminali, venendo chiamato ad indagare in numerosi episodi di omicidio, avendo fama di essere esperto nell’analisi del sangue e dei ritrovamenti biologici.

Tornò a vestire la maglia del Vitesse, rimanendoci fino al 1915, diventando poi allenatore, poi tesoriere ed infine presidente del club, ripetendo così la storia fatta al Bayern. Morirà a 95 anni, il 15 dicembre 1973 a Bennekom, in Olanda.