MAREC, la squadra bulgara che omaggia l’eroe antifascista

Pronunciarlo o leggerlo in caratteri cirillici è praticamente impossibile, fino a che la lingua russa non sarà un must: Стефан Димитров Тодоров (Stefan Dimitrov Todorov) fu un eroe del partito comunista bulgaro, meglio  conosciuto come Станке Димитров (Stanke Dimitrov), ma ancora d più per il suo soprannome Марек, traducibile in Marec, o Marek .

Stanke Dimitrov nacque il 5 febbraio 1889 a Dupnitsa (località distante circa 50km dalla capitale Sofia) e durante la sua vita si distinse per attività politiche contrarie all’ideologia fascista che purtroppo imperversarono nello scorso secolo in Europa, portando al secondo e tragico conflitto mondiale. Le sue idee politiche addirittura, lo portarono ad adottare appunto il nickname di M.A.R.E.C. che non significava altro che Marxista – Antifascista – Rivoluzionario – Emigrante – Comunista.

A partire dal 1947, anche lo sport volle rendergli omaggio, attraverso la squadra di calcio del M.A.R.E.C. di Dupnitsa, militante nel campionato bulgaro. Fondata nel 1919 con il nome di Slavia, subì diversi cambi di denominazione (ben nove) fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. La sua casa è lo Stadio Bonchuk, ed i colori sociali sono maglia rossa, pantaloncino bianco e calzettoni azzurri.

La fedeltà che lega i tifosi al club è ampiamente nota nel paese: le tifoserie rivali indicano Dupnitsa  come “la città con le ruote”, tale è la massa di fans che segue le imprese delle squadre nelle diverse città della Bulgaria. Fino al termine dell’epoca comunista, nel 1989, il centro era chiamato Stanke Dimitrov.

Al grande seguito e popolarità non si accompagna però un palmares eclatante, tanto che per i tifosi è già importante aver militato dal 2001 al 2008 nella serie A nazionale ed aver partecipato ad alcune edizioni della Coppa Intertoto.

Ma il suo risultato più eclatante fu in Europa: nel secondo turno della Coppa Uefa 1977-78, sconfisse nel match casalingo d’andata niente di meno che il Bayern Monaco per 2-0. Al ritorno, nel vecchio Stadio Olimpico della città della Baviera, i bulgari persero per 3-0 e vennero così eliminati dalla competezione.

Nel 2010 la federazione negò l’iscrizione al club per motivi finanziari alla Serie B e così la compagine dovette ripartire dall’ultimo gradino della piramide, corrispondente alla quarta divisione regionale.

Il cambio di nome, obbligatorio, portò ad una leggera modifica, in M.A.R.E.C. 2010 e da quel momento è ripartita la scalata ai vertici del calcio. Attualmente milita nella Трета аматьорска футболна лига (la terza serie amatoriale).

 

Intervista con: Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello

Calcio e politica possono andare d’amore e d’accordo, non tanto per le fedi, quanto per gli intrecci, a volta pericolosi, spintisi oltre il rettangolo verde. E personaggi che poi hanno scritto la Storia, non sono rimasti immuni al fascino di un pallone che rotola, cercando di influenzarne la traiettoria o di seguirla secondo il personale interesse.

Conosciamo allora Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello assieme a Fabio Belli, edito da Rogas Edizioni.

 

Come nasce la passione per il calcio: presentati al pubblico di barcalcio.net e perché il calcio è la tua passione

Mi chiamo Marco Piccinelli, sono giornalista e studente universitario.  La passione per il calcio, in realtà, nasce recentemente. Non mi ha mai appassionato il pallone di cui si parlava nel periodo liceale, di cui si dibatteva il lunedì il giorno dopo la domenica di campionato, in cui ci si accapigliava per il rigore non dato e per “il moviolone”, di biscardiana e maccio-capatondiana memoria. Mi piaceva il “calcio di nicchia”, amavo il Venezia quando era in Serie A (ero piccolissimo, un bimbetto delle elementari) e sono rimasto fedele a quella squadra, a tutte le vicende che sono accadute e ripetute, come i fallimenti e le ripartenze della società, appassionandomi, ora, alle vicende del Venezia 1907, squadra di Terza Categoria veneta che ha acquisito il simbolo del centenario (quello della salvezza centrata da Paolo Poggi, per capirci) e gli ha dato nuova linfa e più ampio respiro, nonostante la categoria che occupa. Ho avuto la fortuna di collaborare con una testata regionale di sport dilettantistico e giovanile (il Nuovo Corriere Laziale) e questo non ha fatto altro che aumentare la predilezione per gli argomenti “di nicchia” e, in questo caso, al “calcio di nicchia”, dilettandomi con partite di Eccellenza, Promozione, Prima, Seconda e Terza Categoria.

 

Calcio e politica: perchè hai voluto approfondire il legame o scoprirlo 

Prima, per la verità, è arrivata la politica: ho iniziato a seguire qualche riunione di qualche collettivo studentesco nel periodo del liceo, di quelle “formazioni” studentesche che nascono e muoiono nel giro di un anno scolastico. In quel periodo mi sono avvicinato alle idee del comunismo, ho iniziato a militare nel PdCI di Tor Bella Monaca (nel ‘fu’ Partito dei Comunisti Italiani) e ora nel Partito Comunista e nel Fronte della Gioventù Comunista.

Il legame fra le due tematiche è avvenuto quasi naturalmente: quando mi sono avvicinato al FGC il movimento del calcio popolare a Roma era dominato da una squadra di Terza Categoria, l’Ardita San Paolo (successivamente ‘Ardita’), gestita come si confà ad una squadra di calcio popolare e popolata (chiedo scusa per il bisticcio) da compagni del Fronte. Partecipavano alla vita della squadra, andavano a sostenere la squadra, gremivano i gradoni di qualsiasi campo e macinavano chilometri per seguire i propri colori. Banale, verrebbe da dire, ordinario per qualsiasi ultrà o sostenitore della propria squadra. L’Ardita, però, era diversa, era davvero un’altra cosa. Sfortunatamente ho vissuto solo gli ultimi due anni di vita della squadra, il cambiamento del nome da Ardita San Paolo ad Ardita, dunque lo spostamento dal quartiere a Pietralata, ma le emozioni che ho vissuto sui gradoni del “Nicolino Usai” le porterò sempre con me. I sabati e le domeniche di questa stagione calcistica non sono più gli stessi senza i giallo-neri all’Usai. Ma tant’è…

 

Perchè nell’opera l’Europa dell’Est è al centro dei tuoi racconti

Il libro, scritto con l’amico e collega Fabio Belli, ‘Calcio e Martello’, tratta del calcio al di là della cortina di ferro, per così dire. Il calcio socialista, quello che ci interessava trattare e di cui abbiamo scritto, è stato un calcio considerato ‘minore’ fin dai tempi del mondo diviso in due, tra capitalismo e socialismo. Il calcio socialista, tuttavia, non è stato inferiore a nessun altro movimento occidentale: nel libro, ad esempio, abbiamo avuto modo di raccogliere le testimonianze dirette di chi ha giocato contro squadre della Germania Est, Oddi (Cesena – Magdeburgo), De Agostini (Juventus – Karl Marx Stadt) e Pruzzo (Roma – Carl Zeiss Jena), ebbene tutti e tre hanno avuto la stessa opinione: i giocatori tedeschi orientali non erano inferiori a nessuno. Nel caso di Pruzzo, poi, è ancora più definitiva la sua opinione, dato che ci ha detto, semplicemente: “erano più forti”, mettendo a tacere tutto quel che si è scritto il “dopo” della partita di ritorno (Carl Zeiss Jena – Roma) che ha visto l’eliminazione dei giallorossi dalla competizione internazionale. Se si calcola, poi, che a cavallo della dissoluzione del socialismo, tra il 1989 e il 1990, il Karl Marx Stadt, nient’altro che una squadra da metà classifica nella DDR Oberliga ha tenuto testa alla Juventus di De Agostini e Schillaci passando addirittura in vantaggio al Delle Alpi, ci si rende conto della dimensione dello “scontro” in atto.  Dico questo perché nei paesi socialisti ogni sport aveva pari dignità e considerazione: chi praticava atletica leggera aveva la stessa importanza (anzi, forse ne aveva di più) di chi dava calci ad un pallone. Esattamente il contrario di quel che accade in occidente. Politicamente e calcisticamente il socialismo era davvero “in espansione”, come avrebbe detto Max Collini (Spartiti/OfflagaDiscoPax): Sparwasser, Yashin, Lobanowskij, la Jugoslavia, l’Ungheria, gli arbitraggi “fantasiosi” nei mondiali dell’86 in URSS-Belgio che hanno impedito la vittoria definitiva del socialismo sul capitalismo (sia a livello di immaginario politico che calcistico/sportivo) sono state storie che l’occidente ha rimosso e che ha bollato come “inferiori”.
Il nostro piccolo lavoro, diciamo, si può incasellare come “manuale di primo approccio”, di “entry level” (per dirla all’inglese) di quel che fu quel mondo e di come l’occidente ha tentato di sottodimensionare  il movimento calcistico socialista.

 

Dopo questo libro quali spunti andrai ben presto (ne sono convinto) ad appronfondire

Di spunti ce ne sarebbero moltissimi, a partire dalle altre storie che non abbiamo inserito nel libro, come la vittoria della Nord Corea Socialista sull’Italia; la vicenda del portiere Dukadam dello Steaua Bucarest che parò quattro rigori di fila nella partita contro il Barcelona a Siviglia vincendo la Coppa. Quest’ultima vicenda, ad esempio, è stata strumentalizzata dalla propaganda occidentale come mai prima, quasi.

 

Se potessi schierare idealmente una formazione composta da politici, di qualunque epoca, chi faresti giocare ed in che ruolo

Bella domanda.. Non sono molto bravo a far conciliare tattiche/calcio/politica ma un ruolo sicuramente ce l’ho ben chiaro: Pietro Secchia e Antonio Gramsci in attacco. In difesa metterei Lussu, Cossutta, Ingrao. Al centro campo non saprei davvero chi inserire. In porta certamente Spadolini, ma più per la “stazza fisica che per il partito rappresentato.

 

Calciatori, allenatori, presidenti, tifosi: una frase per identificare ciascuna di queste componenti del mondo del pallone

Non saprei ridurre a una frase questi quattro mondi così diversi tra di loro, di certo il mondo del calcio (così come globalmente) è cambiato molto. I calciatori, una volta, erano persone come Socrates o Yashin, modelli da seguire, o miti per una consistente parte politica come Sparwasser. Ora il capitale controlla (più che “comanda”, semplicemente) le vite di calciatori e allenatori imponendo un modello di vita pubblica e privata fatta di eccessi (penso ai contratti miliardari e alla tendenza di arricchirsi sempre di più). I presidenti agiscono sempre più come grandi capitalisti, dato che le società che gestiscono sono quasi tutte quotate in borsa. I tifosi ora non sono più “tifosi” nel senso stretto del termine ma “clienti”.

 

Cosa rappresenta per te l’espressione calcio moderno: modernità, abuso di un termine, verità che non ti appassiona.

Sono arrivato a questa domanda avendo già scritto, forse, o avendo fatto capire, quel che significa per me “calcio moderno”: un modello di calcio che non solo non mi appassiona ma che è sostanzialmente la rovina stessa del movimento calcistico. Il calcio dei grandi capitali non potrà durare così tanto, non con gli interessi milionari che circolano dietro alle società calcistiche. Il capitalismo, lo diceva anche Lenin, è destinato all’autodistruzione. Ora, magari questo sistema calcistico (e politico) avrà una fine tra centinaia di anni, o io non ne vedrò la fine e a causa di queste parole sarò tacciato di stupidità e simili, ma è quel che credo: il capitalismo è insostenibile e il suo riflesso nel mondo del calcio, il cosiddetto, calcio moderno, è destinato all’entropia.

 

Eddie Cavanagh, il primo hooligan della storia del calcio

Eddie Cavanagh non ha mai segnato in una finale di Coppa d’Inghilterra tanto meno in un match di Premier League e non è mai stato nemmeno vicino a diventare un professionista della pedata. MA la sua storia s’intreccia con quella della sua squadra, l’Everton nonché segna un evento nell’intero calcio inglese. Ma torniamo ai fatti.

La finale di FA Cup, tradizione tipicamente  british si disputa di sabato e quel giorno, il 14 maggio del 1966, anche Eddie è sugli spalti di  Wembley per vedere i suoi Toffies sfidare lo Sheffield Wednesday.

Nato a Huyton, un sobborgo di Liverpool, Eddie finora ha sempre vissuto dentro i confini della legge: nessun arresto, nessuna multa, nessun problema con nessuna. E la grande passione per il calcio ed il suo Everton, lo fa apparire soltanto un pò bizzarro, tanto che il suo appartamento ha le pareti dipinte rigorosamente  di blu.

Forse, il fatto di aver giocato per qualche anno nelle giovanili del Club, ma senza grande fortuna, lo ha spinto verso una passione maniacale.

La partita per i suoi colori si mette subito male: sotto 0-2 e senza dare  il minimo segno di reazione. Ma il calcio inglese è diverso: in cinque minuti una doppietta di Trebilcock porta le sorti in parità. I fans sugli spalti sono scatenati, la coppa non è più un miraggio e torna ad essere possibile!!!

Se non che Eddie esagera e, le cronache  non lo raccontano il perchè, la sua gioia valica ogni barriera, non nel senso letterale, ma fisico. Scavalca il cancello che lo separa dal campo e comincia una corsa all’impazzata verso i suoi giocatori, il suo obbiettivo è Trebilcock che ha riacceso le speranze.

Si dirige verso di lui per abbracciarlo, per Eddie è solo un modo di ringraziarlo per quello che ha appena fatto. E la  polizia? Non rimane inerte ovviamente, ed allora comincia una rincorsa per stopparlo, d’altronde i bobbies non conoscono la sua storia e la sua passione.

Sugli spalti il popolo blu segue il suo gesto con passione e lo incita fino a che sembra che il “collega” stia per cadere nelle mani delle forze dell’ordine. Ed allora Eddie, vestito di tutto punto, si lascia sfilare la giacca lasciando il poliziotto con un pugno di mosche sul prato verde. Ma finalmente il traguardo è arrivato: Eddie abbraccia i suoi idoli ed i poliziotti seguono la scena senza interromperlo, è chiaro che non vi era alcuna animosità nel gesto.

Infatti Cavanagh, dopo i saluti con i beniamini, verrà rispedito sugli spalti e sorvegliato a vista, senza venire arrestato.

La partita continuerà regolarmente di li in avanti, mettendo a dura prova le coronarie di Eddie: l’Everton segnerà ancora con Temple il 3-2 e non verrà riagguantato, la FA Cup sarà sua.

Il giorno seguente i media nazionali, oltre a risaltare l’enfasi della partita, pongono l’accento sulla fuga impossibile di Mister Cavanagh a cui verrà assegnato l’ironico appellativo di “The First Hooligan”.

Eddie Cavanagh scompare nel dicembre del 1999 in seguito di una malattia incurabile. Ma il suo nome rimarrà per sempre nella memoria dei tifosi inglesi, che purtroppo, negli anni successivi, daranno sfogo ai loro istinti bestiali e non la passione pura del buon Eddie dei Toffies.

 

Kat Kerkhofs, la moglie di Dries Mertens

Dries Mertens e Kat Kerkhofs: la coppia belga che potrebbe cambiare le sorti del Napoli. Stiamo ovviamente scherzando perchè se il folletto veste la maglia degli azzurri con un rendimento sempre crescente, la 28 enne è “soltanto” la moglie del calciatore della nazionale belga. La coppia, unitasi in matrimonio nel gennaio 2017, si è formata e cresciuta dopo un lungo fidanzamento durato ben nove anni, evento raro nel modo del calcio moderno dove spesso gli atleti cambiano fidanzata (o compagna) con la frquenza con cui cambiano maglia nel corso del calciomercato.

Kat Kerkhofs è nata a Lovanio, centro delle Fiandre, il 12 settembre 1988 e di professione è una blogger; dopo aver svolto la professione di giornalista in patria. Poi, come spiega lei stessa sul suo personale blog, dopo che il suo caro Dries firma nel luglio 2013 il contratto che lo lega al club del presidente De Laurentiis, lo segue alle pendici del Vesuvio.

Ha seguito in Mondiali di calcio in Brasile del 2014 come inviata per la radio fiamminga Studio Brussel.

Negli ultimi mesi alcune sue foto e dichiarazioni sono state spesso fonte di incomprensioni con i tiosi partenopei, alla luce del rinnovo di contratto che tarda ad arrivare.

 

Le frasi celebri di Walter Sabatini

Walter Sabatini ha sicuramente lasciato una traccia nel panorama del calcio italiano. Sebbene non vanti un palmares ricco di trofeo, è finora salito agli onori della cronaca per aver scoperto talenti a basso costo, e poi rivenduti dai presidenti avuti in carriera con laute plusvalenze.
Lazio, Arezzo, Triestina, Perugia e poi, Palermo e Roma, lo hanno definitivamente lanciato fra i dirigenti più ambiti dai clubs. Ora, il progetto Inter con gli occhi a mandorla ripone solide speranze nell’uomo di Marsciano, città dell’Umbria che ha dato i natali anche ad un campione del mondo che risponde al nome di Giancarlo Antognoni.

Le frasi famose di Walter Sabatini

“Cedere Lamela mi ha ucciso”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016).

” Io sono un europeo crepuscolare, solitario. Anzi, un etrusco”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016).

(in riferimento a Totti) “Gli darei il Premio Nobel per la fisica”, le parole del ds nel giorno del suo addio. (Ottobre 2016)

Nel giorno del suo addio alla Roma, definì le sue ultime operazioni come “un mercato rissaiolo”. (Ottobre 2016)

“Pjanic? Forse neanche lui parte, dipende se riuscirò a compiere una manovra a coda di gatto maculato”. (Maggio 2016, prima dell’inizio del calciomercato)

Al termine di Roma-Genoa stagione 2013-14, il ds lanciò la notizia di un possibile addio importante in società: “Godetevi questa vittoria, non cercate sempre gli schizzi di sangue. Un po’ di sangue ci sarà, ma non sarà quello del mister”. (Dicembre 2015)

“Benatia è un mio idolo e gli ho voluto bene. Ci sono voluti due o tre mesi a Roma per far capire che fosse un bel giocatore, dicevano che era molto lento. Lui è un fenicio, sta facendo il suo mercato per luglio. Ma il Bayern Monaco non lo cede, togliete questo nome di mezzo. Benatia sta già facendo il commercio per luglio, perché adesso il Bayern Monaco non lo dà. E intanto mette le bollette a mollo”. (Dicembre 2015)

“Dodô è stato venduto, ma non mi aggredite, perché ho avuto la convinzione che il ragazzo non avrebbe potuto crescere in questo ambiente che lo ha sempre bastonato. Non siete responsabili della cessione di Dodô, ma ho dovuto tenere conto anche di questo aspetto. Ho fatto una scelta molto impegnativa per me, ma credo di essere stato equo nei suoi confronti. Magari ora prenderà anche qualche 7 in pagella, qui non è mai successo, qui prendeva 6 striminziti quando la squadra vinceva 3-0. Forse succedeva perché ho imprudentemente detto che sarebbe stato un campione. È stato ceduto prevalentemente per salvargli la vita”. (Settembre 2014)

“Non nego di aver ascoltato delle offerte, fatto salvo che nella mia testa c’era di non venderlo; farà molto bene. È anche vanita, mi piace poter dire no a grandi offerte”. (Settembre 2014)

“Ovviamente mi inquieta un po’ parlare di Lotito. Non posso dimenticare che è stato il mio presidente. Da lui pretenderei che non dica che un signore non può parlare in quanto dipendente, perché è una dichiarazione da padrone delle ferriere.”

“Garcia ha ricevuto proposte che si possono definire irrinunciabili, ma intende onorare il suo contratto. Non andrà via da Roma fino a quando non avrà vinto lo scudetto.” (parlando del ex-tecnico francese)

“Devo dire che una cassa di risonanza impropria è stata prodotta attraverso dichiarazioni di Sissoko, che considero un menestrello alla ricerca di una corte che lo alberghi, spara sentenze, ipotizza prezzi di giocatori. Ha detto che gli sembra congruo un valore di mercato di 30 milioni, che io considero il prezzo del piede sbagliato di Benatia”. (Maggio 2014)

 “Mi sento più libero di lavorare senza Baldini al fianco, grande amico col quale ho condiviso decisioni e sopportato altre, come lui con me. Mi sento libero solo quando sono da solo e con la gente attorno a distanza ragguardevole. A tavola non voglio la destra occupata. Questo non riguarda il Baldini essere umano, persona magnifica e mio amico, ma se faccio le cose con lui le faccio con tempi e modi sbagliati. Lui sicuramente gode della mia assenza, l’ho trovato rigenerato al Tottenham”. (Settembre 2013)

“La Lazio vive anche fisicamente più lontano dalla città e i suoi sostenitori sono dispersi su un territorio più grande. Inutile nasconderlo: Roma è dei romanisti, che hanno un tifo doloroso, passionale, che si tramandano di generazione in generazione, più pronto a ricominciare. Il tifo della Lazio invece ha un tipo di espressione più pessimista”. (Novembre 2012)

“Avevo fatto un riferimento ad un programma quinquennale di memoria staliniana. Non è così, ovviamente, perché il calcio necessita di tempi diversi. Noi siamo in divenire, voi inerosabilmente e inevitabilmente fate un bilancio e parlate di annata fallimentare”. (Luglio 2012)

“Non c’è un regime khomeinista. La Roma è molto liberale cosi come lo è Luis Enrique”. (Febbraio 2012)

“Non sarà certamente un piano quinquennale di staliniana memoria, vogliamo fare molto prima e se non dovessimo riuscirci qualcuno avrà sbagliato”. (Febbraio 2012)

“Non abbiamo preso Zeman per farci uno scudo spaziale e difenderci tutti, permettendoci di fare sciocchezze. Noi vogliamo Zeman perché lui coincide con l’idea di calcio che abbiamo sempre voluto”. (Luglio 2012)

“Il Totti del domani non è ancora nato. Francesco è un giocatore insostituibile e nessuno che potrà agire al suo posto. Ci sono calciatori che non possono essere surrogati: Maradona non è mai stato surrogato, Rivera lo stesso e Totti non lo sarà mai. A prescindere dal valore di Lamela, che è innegabile”. (Ottobre 2011)

“Totti è innominabile, è una divinità. Totti è il progetto tecnico della Roma. Intorno a lui la Roma sarà modellata. Totti è come la luce sui tetti di Roma, dilaga, non va mai via”. (Giugno 2011)

“La Roma vincerà uno scudetto non so quando, ma non smetterò di fumare”. (Giugno 2011)

Steve Bartman, il tifoso che fece perdere le World Series ai suoi Chicago Cubs

Quando un tifoso diventa più famoso di un campione della MLB: per i Chicago Cubs, che non vincevano le World Series di baseball dal 1908 sembrava essere arrivata al stagione giusta. Dopo una stagione regolare condotta sempre ai vertici, i play-offs 2003 stavano confermando le impressioni di tanti addetti ai lavori: la maledizione della Capra verrà presto sconfitta, i Cubs torneranno ad essere sul tetto del mondo nello sport del batti e corri. Ma….un tifoso troppo amante del protagonismo si mise di mezzo, e fu il patatrac..

Questa è la storia di Steve Bartman, che divenne personaggio la sera del 14 ottobre 2003.

Sesta partita della serie finale della National League (NLCS), necessaria per stabilire chi accederà alle World Series, l’atto conclusivo al meglio delle sette gare e che stabilirà la miglior franchigia di baseball al mondo. Al Wrigley Park di Chicago i locali Cubs affrontano i Florida Marlins, con i padroni di casa in vantaggio nella serie per 3-2. Ma non solo: gli “orsetti” dominano gara-6 ad all’ottavo inning conducono con un netto 3-0.

Con un eliminazione, il battitore dominicano dei Marlins Luis Castillo  si presenta al piatto. La sua battuta, alta e profonda, si sta per spegnere in foul, appena dopo la recinzione. L’esterno sinistro dei Cubs Moisés Alou la rincorre, speranzoso di raccattarla al volo e, sebbene sembri un tentativo azzardato, per una stella del baseball, non è un’impresa da Superman.

Ma appena spicca il balzo per andare in alto oltre la recinzione, una mano furtiva lo sorprende agguantando la pallina. Incredibile!! Alou va su tutte le furie, lanciando il suo guantone in cielo, quella palla sarebbe stato il secondo out ed il traguardo ancora più vicino. Inutile il tentativo del manager di casa di chiedere l’interferenza: sebbene all’epoca non ci fossero nell’impianto i grandi monitor che mostrassero le immagini delle azioni, gli arbitri avevano correttamente visto che l’incauto spettatore non aveva affatto invaso il terreno, ma solo disturbato il suo “campione” e dunque tutto regolare.

Vabbè, pensarono i giocatori e gran parte del pubblico, siamo sempre in vantaggio e ce la faremo. Le ultime parole famose. I Marlins segnarono otto punti(!!!) in quell’inning, vincendo la partita per 8-3. Due giorni dopo sbancarono ancora il Wrigley Field per 9-6, guadagnandosi l’accesso alle World Series che poi vinceranno.

Ed il tifoso? La catena televisiva Fox cominciò a mostrare in sequenza le immagini incriminate ed i parenti ed i conoscenti di quel tifoso lo identificarono chiaramente. Se allo stadio i suoi “colleghi” cominciarono con caterve d’insulti e lancio d’oggetti, costringendo il servizio d’ordine a scortarlo fuori dallo stadio, i media riuscirono a dargli un nome e cognome.

Si trattava di Steve Bartman e per lui iniziò l’Inferno. La Polizia stazionò per giorni fuori da casa ,onde evitare assalti all’arma bianca mentre il governatore dell’ Illinois propose un programma di protezione sulla falsariga di quello per testimoni scomodi. Di contro Jeb Bush, governatore della Florida, lo stato dei Marlins, lo invitò a trasferirsi al sole di Miami.

Giorni dopo, Bartman con un comunicato vole rendere pubblico il suo pentimento per il gesto compiuto. Si aprì una seconda vita per il fan dei Cubs, che cominciò a rilasciare interviste (ben pagate) ed a ricevere regali da tifosi avversari, ben felici di aver contribuito a mantenere la serie negativa della franchigia. Poi anche i suoi autografi cominciarono ad avere un valore mentre divenne protagonista di un spot pubblicitario in occasione di un SuperBowl.

La palla della discordia divenne un cimelio da Guinness dei Primati: 114 mila dollari vennero incassati da un avvocato di Chicago, presente allo stadio quella sera, che la vendette ad un ristorante. Anni dopo, divenne addirittura una ricetta: distrutta, una parte venne utilizzata per realizzare una salsa. Non si trattò di mangiare fili e pelle, quanto il distillato di vapore, frutto della lavorazione per distruggerla, venne utilizzato in cucina.

Il “rimanente” si trova invece presso il Museo dello Sport cittadino.

Il seggiolino di Bartman presso il Wrigley Field divenne luogo di pellegrinaggio. Poi, la vittoria nel 2016, ruppe finalmente l’incantesimo.

Il club ed i giocatori di quella tremenda notte difesero sempre l’operato del fan scatenato. Lo stesso Moisés Alou si schierò in sua difesa, alvo poi, anni dopo, dichiarare che lo aveva fatto solo per evitare ulteriori problemi.

Oggi il buon Steve Bartman vive ancora in città e non ha mancato di far pervenire le sue felicitazioni per il successo nelle World Series 2016, attraverso un comunicato reso pubblico dal suo avvocato.  Anche le cronache mondane non raccontano di averlo visto festeggiare il titolo nelle strade della metropoli, un trionfo atteso da più di un secolo, non fosse per il maldestro tentativo di presa.

Dmitri Rybolóvlev: chi è il presidente del Monaco

Il patron del Monaco, il russo Dmitry Rybolovlev, è uno degli ultimi miliardari ad essersi interessato al gioco del calcio. Nato a Perm il 22 novembre 1966, dopo aver vissuto a lungo in patria, si avvicina per motivi “personali” (perchè lo spiegheremo dopo) alla vita del Principato.

A dicembre 2011 acquista la quota di maggioranza del Monaco, circa il 66% del club monegasco che in quella stagione milita in Ligue 2. Avvia una campagna acquisiti faraonica, portando sulla panchina Claudio Ranieri con il quale vince il torneo cadetto nel 2013, e viene promosso in Ligue 1. Nell’estate 2013 non bada a spese: per 130 milioni di euro porta nel piccolo stato Radamel Falcao, João Moutinho, Ricardo Carvalho e James Rodríguez.

Gli inizi imprenditoriali

Entrò nel mondo degli affari assieme al padre, uno scienziato, dopo aver terminato gli studi in medicina presso il Perm Medical Institute.
Nei primi anni Novanta, aprì un fondo d’investimenti, cosa peraltro comune a diversi tycoons, cominciando a comprare azioni . Nel frattempo consolidò il controllo della Uralkali, la più grande azienda produttrice di
fertilizzanti ricavati dal potassio e nel 1995 venne nominato presidente.
Nel 2007 arrivò poi la quotazione alla Borsa di Londra.

Intanto incappa in qualche problema non di poco conto: Putin intende “controllare” tutte le materie prime nazionali e Rybolovlev viene “tirato dentro” all’omicidio di un imprenditore molto vicino allo “zar”: dopo dieci
mesi di galera esce grazie alla ritrattazione improvvisa di un testimone.

Decide di dare una svolta alla sua vita, in maniera netta: vende le azioni societarie alla cifra di ben $6.5 miliardi a Suleiman Kerimov, patron dell’Anzhi (quello di Eto’o) e ad altri uomini legati al Cremlino e sceglie il buen retiro tra Svizzera e Monaco.

Vita privata

Non manca l’interesse per le donne, che però gli provocheranno qualche problema finanziario. L’amore sboccia per la bella Elena sui banchi di scuola, poi sposata a 25 anni; dal matrimonio nascono due figlie, Ekaterina ed Anna.  Ma nascono i problemi: Dmitri ha una certa passione per le avventure extra-coniugali,  smascherate dalla moglie e per le quali chiede il divorzio. La causa gli costa, in primo grado, un assegno pari a $4.5 miliardi nel 2014 per chiudere la vicenda, la cifra più costosa mai pagata per una separazione tanto è vero che la stampa internazionale aveva definito quello di Rybolovlev «il divorzio del secolo». Un anno dopo l’ex-coppia raggiunge un accordo per “soli” $605 milioni.

Vive nel Principato in un “modesto” appartamento (chiamato La Belle Epoque), dato che è costato, secondo i ben informati, all’incirca $300 milioni. Secondo Forbes (2017) il suo patrimonio netto ammonta a 7,3 miliardi di dollari, circa €6,39 miliardi.

Anche sua figlia Ekaterina non bada a spese. Dapprima acquista l’isola greca di Skorpios che apparteneva agli eredi di Aristotle Onassis, e poi un appartamento a New York City per l’importo di $88 milioni.