Trash-talking: cosa significa, cosa è l’arte dell’insulto nella NBA

Cosa è esattamente il Trash-talking: dire parolacce nei confronti di una persona, sebbene avversario, non pare il tipico atteggiamento sportivo di cui vantarsi; tuttavia nel mondo professionistico americano, da cui trae origine il termine, risulta essere importante tanto quanto segnare una tripla, prendere un rimbalzo o smazzare un assist.

Obbiettivo di chi usa parole forte nei confronti dell’avversario è di intimidirlo, facendogli perdere la concentrazione opportuna, più che semplicemente umiliarlo. E’ infatti utilizzata nel corso del match, per minarlo nel morale e, grazie alla lingua inglese, le frasi utilizzate sono spesso figurative, con  giochi di parole e prese in giro.

La tecnica nacque però nella boxe ed a  definirla nei modi fu il grande campione Muhammad Ali e da allora è diventato comune per gli sportivi di altissimo livello di ogni disciplina l’utilizzo di questa pratica per intimidire, infastidire o irritare l’avversario in modo da costringerlo a sbagliare. A livelli dilettantistici è invece generalmente sconsigliato e malvisto, soprattutto nei campionati giovanili.

In campo NBA poi, il trash-talking è diventato una forma di gioco, una vera e propria guerra psicologica che alcuni giocatori attuano sulle loro vittime occasionali. I giocatori più abili in tale specialità sanno essere costanti e ripetitivi nel colpire l’avversario prescelto, quasi si trattasse appunto di un incontro di pugilato dove i colpi non vengono risparmiati.

Ovviamente sono le madri e le mogli/fidanzate ad essere l’oggetto delle attenzioni durante i 48 minuti: poi, il compito dei direttori di gara, appena entrano in gioco, risulta sempre sul versante della sanzioni, con falli tecnici ed espulsioni comminate a go-go.  Una delle possibile spiegazioni di tale comportamento risiede nella umili origini dei giocatori di basket. Nati, la maggioranza nei quartieri poveri delle grandi città e cresciuti sui playground dove ci si gioca l’orgoglio (oltre ai soldi in qualche caso), vincere significa essere rispettati ed ogni mezzo vale la vittoria.

Potendo fare un ranking virtuale, sicuramente trovato posto campioni del calibro di Michael Jordan, LeBron James, Kevin Garnett, Paul Pierce e Kobe Bryant mentre Larry Bird, sebbene provenisse da una famiglia contadina ma di sane origini, dovette crescere nel campetto di casa con i due fratelli più grandi ed allora….

Tanti gli episodi che si possono citare fra i quali spiccano:
la gara dei tiri da tre punti all’All Star Game del 1986, dove esordì con la frase (rivolta agli sfidanti) «Vi sto guardando per capire chi arriverà secondo», per poi vincere la gara;
durante una partita tra Boston e Philadelphia, in cui Bird segnò ben quarantadue punti e Doctor J solo sei, gli ricordava dopo ogni canestro quanti punti aveva segnato lui e quanti Julius. Bird fece innervosire così tanto Erving che il tutto sfociò in rissa e i due finirono entrambi espulsi.

Altro grande provocatore era Dennis Rodman, il quale, oltre al suo modo di giocare molto fisico, parlava molto in campo, offendendo tutta la famiglia dei suoi avversari e le loro capacità sessuali. Divennero famosi gli insulti con Karl Malone, che sfociarono in un incontro di wrestling pubblicizzato dalla WCW.

Altro “specialista” era Danny Ainge, famoso per parlare e offendere in un modo così preciso che rendeva quasi impossibile tirare un tiro libero.

Poi l’introduzione della tecnologia ha fatto nascere  le sfide ben prima della palla contesa d’inizio gara, tanto che la NBA ha dovuto adattare il proprio regolamento contro tali evenienze.

Tra le frasi di Barkley, una diretta A.C. Green, noto per la sua forte credenza religiosa: “Se Dio è davvero così buono, perchè non ti ha dato un tiro in sospensione degno di questo nome?”. Anche Timmy “Bug” Hardaway si sente un grande Trash Talker: “Se qualcuno mi segna in faccia io sono in grado di prendere la palla, segnare in due o tre modi diversi e poi spiegargli che è impossibile fermarmi. Provare per credere”.

E per concludere, riportiamo una frase di Metta World Peace, al secolo Ron Artest, che ha ben chiaro chi sia il campione in tale categoria: “Paul Pierce è l’unico rimasto, è il migliore, io non ho mai fatto trash talker, contro di lui erano scontri molto competitivi, amo Paul Pierce, amo giocare contro di lui, è così difficile giocare contro di lui è veramente dura”.

Le frasi famose di Siniša Mihajlović

Ascoltando una conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic non ci si può annoiare: dietro quello sguardo da duro, a volte quasi infastidito nel parlare di fronte ai microfoni, si nasconde un personaggio dalle mille sfaccettature, che riconosce il giusto peso delle cose e sa attribuire meriti e colpe, anche a sè stesso, senza peli sulla lingua.
Ecco allora un sunto delle frasi più famose del tecnico serbo che ormai si è stabilito da anni nel nostro paese, prima come giocatore e poi sulle panchine di Catania, Fiorentina, Sampdoria, Milan e Torino.

LE FRASI FAMOSE DI SINISA MIHAJLOVIC

“Forse è sbagliato. Sarebbe difficile rifiutare di andare a allenare il Milan – non mi si presenterà mai questa possibilità – ma se succedesse non lo potrei mai fare, perché sono stato quattro anni nell’Inter e sono interista. Non lo potrei mai fare.”

Anche a me piacciono le fragole, ma non devono costare come le ostriche. 25 milioni sono tanti soldi per un giocatore comunque giovane che in prospettiva può diventare molto forte. [riferito a Alessio Romagnoli e al suo valore di mercato]

“Arrivare a guidare il Milan da ex avversario è più stimolante e mi attribuisce maggiore responsabilità”.

“Maksimovic? Per me è morto”. (Il giocatore, in rosa al Torino nell’estate 2016, decise di sparire dai radar granata per essere ceduto al Napoli, come poi avvenne)

“Dobbiamo tornare a far paura, con me l’impegno in campo non mancherà mai”.
“Chi non salta nerazzurro è… Sono anni che Milan non fa Milan, ci rifaremo nel derby”. (Poi perderà 1-0)
“Io faccio l’allenatore, lei la presentatrice”. (discussione in collegamento con la giornalista Mediaset Mikaela Calcagno)

[Alla frase «non è facile indossare la fascia di capitano a 22 anni», riferita al calciatore del Torino Marco Benassi, nel 2016] Non è facile svegliarsi alle quattro e mezza della mattina per andare a lavorare alle 6, fare tutto il giorno e non arrivare a fine mese. Questo non è facile. Essere capitano del Torino a 22 anni deve essere un piacere, un orgoglioso […]. È una persona fortunata come tutti noi che facciamo questo lavoro.

“I cavalli vincenti si vedono alla fine: e noi lo siamo”. (parlando del Milan, che allenava nella stagione 2015-16)

“Ci sono squadre che hanno il diritto di sognare di vincere e altre che hanno il dovere di vincere: il Milan fa parte di queste ultime.”
“Balotelli deve continuare a lavorare come sta facendo e deve essere contento di essere menato, se non prende botte significa che è scarso”.

(alla sua prima conferenza stampa alla Sampdoria) “Prima di iniziare la conferenza, vorrei spiegarvi i motivi per cui sono cui a Genova. Prenderò in prestito da J.F. Kennedy tre frasi che dirò alla squadra per rialzare la testa. Dirò ai giocatori di non chiedersi cosa potrà fare la Samp per voi ma cosa potete fare voi per la Samp. Ho allenato nella Serbia giocatori che non prendono stipendi, ma lavorano sperando un giorno in una grande chiamata. Non si devono mettere gli obiettivi personali davanti a noi, qua c’è solo il presente e la Samp. Qua c’è una maglia e bisogna avere l’onore di indossarla. Se sono diventato quello che sono, lo devo a quei 4 anni in blucerchiato. Credo che raggiungeremo la salvezza, ma per giocare bene dobbiamo lavorare in settimana, giorno dopo giorno con orgoglio e amore”.

” La parola dimissioni non esiste nel mio vocabolario: non lo farò mai, ho la mia dignità e il mio orgoglio. Non attacchiamo bene né difendiamo bene, siamo una via di mezzo: non siamo né carne né pesce”. (il suo Milan ha appena perso 4-0 col Napoli)
“Se fallisco io, qui serve un esorcista”.
“Il peggio deve ancora arrivare”. (durante l’annata al Milan, poi esonerato)
“Ultima spiaggia per me? Bene, allora andrò in montagna”.
“Volevi fare il simpatico? A me sembrava una presa per il c…”. (screzio con il giornalista Rai Marco Bucciantini dopo l’1-0 con l’Alessandria in coppa)

“C’è un dramma che esiste da tanti anni e che negli ultimi giorni è diventato sempre più pressante: quello dei migranti. Uomini, donne, bambini, moltitudini di disperati che fuggono da guerre, da genocidi, dalla fame, dalla povertà. È un problema che mi sta particolarmente a cuore perché l’ho visto con i miei occhi e vissuto nel mio Paese, quando la guerra civile stravolse la ex Jugoslavia. Anche i miei genitori e tanti miei familiari sono stati migranti in fuga dalla guerra. Loro nella tragedia sono stati fortunati ad avere un figlio o un parente in grado di aiutarli, ospitarli, farli trasferire. Ho aiutato, per quanto mi è stato possibile, tanta gente che non avevo mai visto prima, non ricordo più i loro nomi ma ricordo benissimo gli occhi di ognuno di loro e la sofferenza che c’era dipinta dentro.”

“Balotelli non è pronto di testa, da sempre… Vorrei restare ma parlerà il lavoro svolto, con Berlusconi tutto ok. Sesto posto? Non ci basta”.
“Se faremo schifo è giusto che io sia esonerato”.

Perchè i ciclisti bevono la Coca-Cola in gara?

Bere la Coca-Cola mentre si va in bici: è strano che lo faccia un ciclista amatoriale, ancor di più vederlo fare ad un professionista dello sport delle due ruote.

Eppure la celebre bevanda gassata va d’accordo con i corridori anche nel bel mezzo di una corsa: un sorso dalla lattina e via all’inseguimento di chi sta in fuga oppure a “menare” l’andatura in testa al gruppo.

Ma quali sono i benefici di bere Coca-Cola per un ciclista?

Attenzione, bere un pò della famosa bibita gassata non aiuta a vincere le corse, ma permette, soprattutto dopo il rifornimento a fine pasto, di migliorare la digestione per un aumento della secrezione dei succhi gastrici, dovuta alla presenza della caffeina nella bibita.

Inoltre, durando le corse 7-8 ore, per alcuni ciclisti risulta comodo, magari anche in situazioni d’emergenza e sprovvisti delle classiche barrette, ricorrere ad un lattina (in genere quelle mini) da cui attingere gli zuccheri necessari. Basti pensare che la Coca-Cola è uno dei main sponsor del Tour de France da diversi anni, tanto che in corsa non è raro vedere i ciclisti maneggiare lattine da 20cc, stando poi attenti che non finiscano sul manto stradale ed ostacolando la marcia dei colleghi.

Chi è Veronique Zidane, la moglie di Zizou

Ballerina e modella prima di diventare la moglie di uno dei più grandi calciatori del mondo: è la storia di Veronique Fernandez Lentisco felicemente convolata a nozze con l’ex di Real Madrid e Juventus, il francese Zinedine Zidane.

Sebbene la carriera di Zizou sia stata macchiata dalla celebre testa al nostro Marco Materazzi che gli costò il sogno (bis)Mondiale nell’ultima partita della carriera, i numerosi successi in carriera, fra cui la doppietta Mondiale-Europeo con la Francia, paiono continuare ancora a lungo, vissto che al primo anno da allenatore del Real Madrid ha già alzato al cielo la Champions League.

Ma torniamo alla bella Veronique, con cui il franco-algerino convolò a nozze nel 1994.


La coppia cominciò a frequentarsi nel 1988-89, quando la carriera di Zizou era agli inizi, militando nel Cannes. Sebbene la seconda stagione in Costa Azzurra non fu felice, calcisticamente parlando, l’amore era definitivamente sbocciato.

Di lontani origini spagnole (andaluse esattamente), Veronique è nata Rodez dans l’Avey­ron; i due si sposarono il 28 maggio 1994. Da allora è stato solo un crescendo di emozioni, con una famiglia allargata. La coppia ha infatti quattro figli: il primo, Enzo Alan Zidane Fernandez, nacque il marzo 1995, poi sono arrivati Luca Zinedine Zidane Fernandez (13 maggio 1998); Theo Fernandez (18 maggio 2002 ) e l’ultimo, Elyaz Zidane Fernandez venuto alla luce il 26 dicembre 2005.

Se ora si dedica essenzialmente a fare la moglie di un allenatore e madre di Enzo che pare anch’egli destinato ad un futuro luminoso sul prato verde, avendo fatto già esordio con la maglietta dei Blancos.

Iscrittasi a Biologia nel 1988, dopo un solo anno abbandonò gli studi per dedicarsi alla danza classica. Si iscrisse allora, contro il parere dei famigliari, alla Scuola Rosella High­to­wer a Cannes, dove  appunto fece l’incontro della Vita con Zinedine.

I suoi genitori vivono tuttora a Rodez, Aveyron.

Le frasi famose di Mauro Icardi

Di Mauro Icardi, finchè giocherà a calcio, i tifosi ricorderanno le sue reti che, a soli 23 anni, sono già arrivate a pioggia. Poi, probabilmente una volta appese le scarpette al chiodo, i biografi si scateneranno nella caccia a gossip in merito alla sua storia d’amore, al momento felicemente culminata nel matrimonio, con Wanda Nara.

Eppure, il calciatore argentino non si fa problemi a difendere la sua privacy: fulgido esempio il libro scritto e pubblicato nell’ottobre 2016 che tanto scosse l’ambiente dell’Inter, società e tifosi inclusi, che portò il giocatore a ridimensionare alcune citazioni inserite. Ecco allora alcune fra le frasi più famose che Icardi finora ha rilasciato al pubblico.

Le frasi famose di Icardi

Barcellona è sul mare ed è piena di centri commerciali. A Genova sono stato benissimo, mi mancavano solo i negozi. Ora sono a Milano, i top dello shopping, ma non c’è il mare. Cosa compro?

Sono concentrato sul lavoro e voglio dare il massimo in ogni partita. Al Mister non posso che dire grazie perché appena ho potuto allenarmi con continuità mi ha concesso una chance che ho cercato di sfruttare al meglio.

Da uomo… tante cose che si dicono anche nello spogliatoio. Ognuno sa tirare fuori il meglio da ognuno. Non parlo con tutti allo stesso modo, alcuni gli fa piacere e si parla di questo. Incoraggio compagno a fare il meglio (dopo la sconfitta rocambolesca dell’Inter a Firenze nell’aprile 2017)

L’allegria per me è come la carne grigliata: il piatto migliore al mondo.

Messi è grandioso, ma il mio mito è Batistuta, che l’Italia conosce. Vorrei essere come lui.

È una questione di cuore, mi sento sudamericano.

Nel calcio non si sa mai quello che può succedere. Il Barcellona ha i migliori giocatori al mondo, ma non sempre vince in Spagna e in Europa. Può succedere anche alla Juventus. Ecco perché dobbiamo essere pronti ad approfittarne.

Alle giovanili del Barcellona vivevo dentro il Camp Nou, praticamente dietro la porta. E i giorni di gara me ne stavo in camera a guardare film. E non creda che sia l’unico: ce ne sono parecchi di giocatori a cui non frega niente del calcio.

Io lavoro per migliorarmi, per giocare bene e per mettere in difficoltà l’allenatore.

Il calcio è uno sport che mi fa divertire. Però ci gioco e basta. Le partite non le guardo mai e di quel che succede nell’ambiente non so nulla.

Avevo nove e dieci in tutte le materie. Mia madre mi obbligava a studiare e io, zitto, lo facevo.

È da quando ho dieci anni che so di essere più maturo della mia età, e pure le madri dei miei amici me lo dicevano sempre. Merito di mia mamma, che m’ha lasciato libero di prendere le mie belle musate, facendomi capire che la vita non è Disneyland.

E senza dimenticare le frasi incriminate della sua autobiografia che tanto rumore hanno provocato……

“Ho trovato il coraggio di affrontare la Curva a fine gara, insieme a Guarin. Mi tolgo maglia e pantaloncini e li regalo a un bimbo. Peccato che un capo ultrà gli vola addosso, gli strappa la maglia dalle mani e me la rilancia indietro con disprezzo. In quell’istante non ci ho più visto, lo avrei picchiato per il gesto da bastardo appena compiuto. E allora inizio a insultarlo pesantemente: ‘Pezzo di merda, fai il gradasso e il prepotente con un bambino per farti vedere da tutta la curva? Devi solo vergognarti, vergognatevi tutti’. Detto questo gli ho tirato la maglia in faccia. In quel momento è scoppiato il finimondo”.

Le conseguenze: “I dirigenti temevano che i tifosi potessero aspettarmi sotto casa per farmela pagare. Ma io ero stato chiaro: “Sono pronto ad affrontarli uno a uno. Forse non sanno che sono cresciuto in uno dei quartieri sudamericani con il più alto tasso di criminalità e di morti ammazzati per strada. Quanti sono? Cinquanta, cento, duecento? Va bene, registra il mio messaggio, e faglielo sentire: porto cento criminali dall’Argentina che li ammazzano lì sul posto, poi vediamo”. Avevo sputato fuori queste frasi esagerate per far capire loro che non ero disposto a farmi piegare dalle minacce […] “Una settimana dopo, un capo storico viene da me: pretende ancora le mie scuse. Io risposi così “Non devo chiedere scusa a nessuno di voi, se vi va bene perfetto, altrimenti ciao”

Quando il Chelsea perse il titolo per una scappatella

Punireste il vostro miglior giocatore per una marachella quando manca poco alla fine del campionato e siete in lizza per il titolo?

Questo il dilemma che si pose il tecnico del Chelsea a tre giornate dal termine del campionato 1964-65, con i Blues che avevano tutte le carte in regola per aggiudicarsi la vittoria finale.

Il club londinese doveva disputare le ultime tre partite del torneo tutte in trasferta, nel nord-est del paese, cosa insolita se paragonata ai tempi moderni.  Liverpool, Burnley e Blackpool erano le tre tappe finali del cammino, e tutte da effettuare in una sola settimana.

Così la dirigenza decise di rimanere lontano da case nel momento-clou, per evitare lunghe trasferte su e giù per il paese. Blackpool venne eletta a sede del ritiro: grosso errore. Dopo aver perso per 2-0 contro il Liverpool il 19 aprile 1965, bisognava attendere nella località, nota per essere uno dei centri balneari più importanti del paese, fino al sabato successivo prima di scendere in campo. Il coprifuoco deciso dall’allenatore non fermò però otto giocatori del Blues che lasciarono l’hotel di nascosto in piena notte.

Quando il tecnico Tommy Docherty venne informato dal portiere notturno che una porta d’emergenza era rimasta aperta e che alcuni elementi del team mancavano dalle loro stanze, si mise ad attenderli sull’uscio.

I “fuggiaschi” fecero rientro alle quattro del mattino: il giorno seguente Barry Bridges, George Graham, Marvin Hinton, John Hollins, Eddie McCreadie, Bert Murray, Terry Venables e la riserva Joe Fascione vennero immediatamente rispediti a casa, saltando il match successivo. Il Chelsea venne travolto per 6-2 dal Burnley, perdendo così tutte le speranze di vincere il campionato.

Per vincere lo scudetto, i Blues dovranno attendere 40 anni, quando nel 2004-05 la truppa guidata da Josè Mourinho (altro tecnico inflessibile), potrà alzare al cielo il trofeo dei vincitori della Premier League.

Che differenza c’è fra football e soccer

Confondere calcio e football americano? A prima vista impossibile, eppure se parlate con un americano, fate ben attenzione ad usare la parola soccer invece di football, che si riferisce allo sport americano, sempre giocato in 11vs11, ma ben protetti da casco ed imbottiture resistenti sulle articolazioni e sul petto.

Ma perchè in USA si usa solo e soltanto la parola Soccer? Scopriamolo.

Un recente studio a cura del professor Stefan Szymanski dell’Università del Michigan ci aiuta nel comprendere perché, sebbene la lingua anglosassone sia comune, esista tale differenza.

La parola “soccer,” che arriva dalla Gran Bretagna dove venne coniata più o meno 200 anni fa, deriva dall’assonanza con il nome ufficiale del gioco “association football.” Siccome da tale disciplina nacquero altre “costole”, primo fra tutti il Rugby Football, c’è da credere che i britannici abbiano accorciato in un più colloquiale soccer per facilitare la comprensione del discorso.

“Il gioco del rugby football venne accorciato in ‘rugger,’ un termine riconosciuto dall’attuale lingua inglese britannica fino ai giorni nostri mentre association football game venne plausibilmente accorciato in ‘soccer’” come riporta Szymanski.

Gradualmente, la parola “soccer” guadagnò in popolarità negli Stati Uniti per distinguersi dal football americano appunto. A partire dagli Anni 80 poi, anche i britannici cominciarono a farne uso, in quanto cominciava a risentire sempre più del marchio a stelle e strisce.

Sempre nel suo interessante report, il docente adduce al fatto che negli USA sembra aver assunto un significato più democratico, in quanto l’uso è sempre più comune, oltre ad aver assunto lo status di nome proprio della disciplina, distinguendolo dall’altro football (quello americano).

Inoltre in Inghilterra, il termine soccer è stato declinato sempre più spesso per indicare il gioco del calcio praticato negli States, tanto che nella decade 80 la NASL, grazie all’arrivo ed ex-campioni dall’Europa, stava prendendo piede.

Le diatribe poi, a livello letterario, sono cresciute anche con riferimento al modo di seguire lo sport. Se in America le discipline devono essere soprattutto spettacolo, i fans sugli spalti devono aver il tempo di gustarsi del buon cibo (spazzatura) come se fossero davanti ad un teleschermo gigante. Mentre in Europa il calcio, in primis, viene spesso vissuto in equilibrio sul filo delle emozioni, tanto che allo stadio nei settori più caldi il match viene vissuto in piedi.

Infine, aggiunge Szymanski, il calcio nacque all’incirca fra il 220 ed il 680 d.c. e venne chiamato Football. Invece, quello che gli americani chiamano (a loro veduta) allo stesso nome, per il professore pare più simile ad una sfida tra motociclisti. Il casco infatti, non appartiene ad alcuno sport giocato con i piedi, tanto meno con le mani. Ed allora perchè non chiamarlo American Rugby ?