Luviana, la moglie ballerina di Clarence Seedorf

Tante coppe dei campioni ha alzato al cielo quante le squadre per cui è sceso in campo (più o meno): Clarence Seedorf, dopo aver dominato sui campi di gioco per oltre un decennio, punto di riferimento per i propri compagni nonchè vero allenatore in campo, non ha saputo dribblare l’amore nella vita privata. L’olandese è infatti un romantico marito innamorato della sua Luviana, ex ballerina brasiliana, al suo fianco ormai da molti anni. “L’ho incontrata in un bar, era tutto buio, lei era vestita di nero e l’unica cosa che si vedevano erano gli occhi e il suo sguardo, il resto l’ho apprezzato dopo”, raccontò l’ex di Inter, Milan e Real Madrid in merito all’approccio che ebbe con la sua attuale moglie.

Luviana non ha mai apprezzato il fatto di fare la belloccia, rimanendo “passiva” di fianco al marito, come un trofeo da esibire.
Titolare di un salone di bellezza a Milano, dopo aver svolto la carriera di ballerina. Carismatica, è accanita tifoso del Botafogo, il club in cui il marito Clarence iniziò la carriera di allenatore dopo aver lasciato il Milan e l’Italia.

Seedorf avrebbe scelto proprio il Fogao dopo aver promesso alla moglie che un giorno avrebbe giocato con i bianconeri brasiliani. E’ nata nel 1976.

Le frasi famose di Fabio Caressa

Se fosse un calciatore, Fabio Caressa sarebbe un uomo tuttofare, un utility o come forse inventerebbe lui l’espressione, un tuttocampista. Salito agli onori della cronaca durante i Mondiali di Germania 2006, quando le sue introduzioni ai matches dell’Italia divennero celebri e celebrate per la modalità artistica, i riferimenti storici e gli auspici favorevoli che invocava, le telecronache con Beppe Bergomi sono diventate eventi che vanno al di là della partita.

Ecco allora che leggerle pare quasi il modo per rievocare i momenti magici degli Azzurri di Marcello Lippi e non solo.

LE FRASI CELEBRI DI FABIO CARESSA

Alza la coppa, capitano! Alzala alta al cielo, capitano, perché questa è la coppa di tutti gli italiani! Perché oggi grazie a voi abbiamo vinto tutti! Alzala alta perché oggi è più bello essere italiani!

Dieci minuti prima di entrare in campo, sto lì con la testa china, cerco il massimo della concentrazione, poi l’allenatore mi dice le ultime cose, già le so, me le ha dette 100 volte. Le ho pensate 1000. Poi c’è il rito, ogni squadra ha il suo, un urlo forte e siamo pronti, adesso ci siamo, adesso andiamo fuori, adesso andiamo a vincere. Dallo stadio Niedersaksen di Hannover Italia-Ghana, oggi sapremo chi siamo.

Ci sono stadi che valgono per il nome, e per la storia; stadi dove il calcio è un’altra cosa, dove sembra una religione. Forse è per questo che giocare al Bernabeu sembra qualcosa di trascendente, quasi una missione; perché vincere qui non conta per la classifica, non per la Champions, e forse neanche per la carriera, vincere qui conta perché vincere qui ti fa sentire più Uomo! [Real Madrid-Juventus, 5 novembre 2008]

Intorno a loro territori ostili. Fieri nella piana del Campo Nuovo attendono. Gli sguardi scrutano la conquista. Il rumore dei nemici ha annunciato il loro arrivo. Salde le gambe sostengono il coraggio. Oggi è il giorno segnato nel destino delle loro vite. Quella che volge al crepuscolo, deve essere la sera della gloria. [Barcellona-Inter, 28 aprile 2010]

Siamo nell’era del villaggio globale. Eppure conta ancora il piccolo mondo quotidiano, il panettiere, l’amico bar, i colleghi d’ufficio. Navighiamo e chattiamo, ma è il rapporto con chi abbiamo vicino che cambia il nostro umore. Ecco perché, un derby così, nel suo piccolo, a Genova, conta di più! [Genoa-Sampdoria, 28 novembre 2009]

Oggi siamo esploratori di un continente ignoto. Non sappiamo fino a dove si estende; non sappiamo cosa ci troveremo di fronte. Ma abbiamo delle certezze. Il cammino è ancora lungo, il campo base è alle spalle. Abbiamo lasciato lì le nostre paure. Vogliamo andare avanti. Fino all’Eldorado. Dal Fritz-Walter stadium di Kaiserrslauten Italia-Australia.

Io sono orgoglioso se esiste un caressismo, vuol dire che è un modo di fare telecronaca riconosciuto. Il caressismo – se c’è – è riuscire a trasferire l’emozione che si vive sul campo a casa.

Sono abituati a navigare in mari pericolosi, a vivere il mistero della tradizione Maori, la forza, il coraggio, e la capacità di soffrire. [telecronaca di introduzione a Italia-Nuova Zelanda]

La cena di classe, ma solo maschi. Due cose urlate in faccia per sfogarsi, una stretta di mano dopo una litigata. Abbracciarsi forte per sentire il calore dell’amicizia. Ci sono cose che cementano un gruppo, ci sono momenti che diventano decisivi perché si superano insieme le difficoltà, e si guarda a nuovi orizzonti. [Napoli-Juventus, 18 ottobre 2008]

Una partita così può dare senso a una vita. Roma è la città della storia, eppure la storia passa anche da piccoli fatti: anche da una partita così. Perché se ci tieni a una partita così, se la vinci, per qualche ora ti cambia il modo di vedere il mondo. [Presentazione di Olympique Lione-Roma, 7 marzo 2007]

Ne è passato di tempo da quando la Chiesa ha approvato come tale un Miracolo. Quel giorno era sempre di mercoledì e, chiamatela fatalità, era il 13. Sono passati tanti anni da quel mercoledì 13, forse anche troppi. Non è che verso le 22:40 la Chiesa si dovrà di nuovo mettere al lavoro? [Schalke 04-Inter, 13 aprile 2011]

E finisce qui. L’Inter batte il Milan 4-3. Amici dell’Inter, amici del Milan, se siete seduti accanto a un vostro amico che tifa per l’altra squadra, stringetegli la mano. E’ stato uno dei derby più belli di tutti i tempi. [Al fischio finale di Milan-Inter, 28 ottobre 2006]

Certo che Quaresma col sinistro, come si diceva un tempo, non sale neanche sull’autobus. [Inter-Bari, 23 agosto 2009, dopo una rabona effettuata dal portoghese; è una citazione di Manlio Scopigno riferita a Luigi Riva]

Io sono un uomo di campo, io so cosa vuol dire combattere per vincere. Io sono un uomo di sport, io so cosa vuol dire vivere nel gruppo, leggere negli altri le tue stesse speranze. Io so cosa vuol dire avere un sogno comune e trovarsi ad un passo dal realizzarlo, io conosco i pensieri che attraversano le vostre menti, le paure che dovete vincere: io ci sono stato, io so che potete farcela, che farete di tutto, che sentite che vi siamo vicini. Adesso, ragazzi, adesso è il momento, noi ci crediamo. È il 9 di luglio del 2006, è l’Olympiastadion di Berlino, Italia-Francia, è la finale. [telecronaca di introduzione a Italia-Francia, 9 luglio 2006]

E che hai vinto sei a zero in Brasile contro il Brasile lo racconti ai nipoti, ai pronipoti, per generazioni e generazioni. [Brasile-Germania, semifinale, dopo il 6-0 di Schurrle]

 

Los Angeles Lakers: il logo dei giallo-viola della NBA

Los Angeles Lakers è una delle franchigie da sempre nell’elite della NBA, oltrechè ad essere uno dei teams più vincenti. Hanno avuto fra le loro fila stelle assolute che rispondono al nome di  Jerry West, Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar, Wilt Chamberlain, Shaquille O’Neal e non ultimo Kobe Bryant.

La squadra venne fondata in Detroit con il nome di Detroit Gems, prima di muoversi in direzione Minneapolis, Minnesota (chiamata la regione dei 10,000 laghi) che gli fece acquisire il nome di Lakers. Poi, lo spostamento definitivo a Los Angeles nel 1960, da dove hanno acquisito in popolarità e seguito, per essere nella città del cinema.

Il logo dei Lakers consiste nel nome, “Los Angeles Lakers” scritto in viola sopra un pallone da basket di color oro. Il testo medesimo, disegnato con strisce ai bordi delle lettere, indica movimento. Viola ed oro sono anche i colori della divisa ufficiale: il primo per per le partite esterne ed il secondo per i matches casalinghi. Per le partite che si disputano alla domenica e nei giorni festivi, la squadra losangelina indossa rigorosamente il bianco.


1961-1991
I Lakers adottano una differente versione per i primi 30 anni della loro storia. Il pallone è spostato verso destra, rispetto all’attuale inclinazione verso sinistra. Il motivo consiste nel fatto che il logo originale dei Minneapolis Lakers presentava tale scelta.


1957-1960
L’attuale logo dei LA Lakers è di stretta derivazione dei Minneapolis Lakers, come si può vedere sopra. Sulla sfera è inserita la mappa dello stato del Minnesota mentre la stella indica la città di Minneapolis, sede della squadra. La scritta MPLS Lakers sormonta il pallone.

ELEMENTI PRINCIPALI DEL LOGO LAKERS

I Los Angeles Lakers hanno modificato tre volte il logo nel corso della loro storia. L’attuale logo venne rifatto nel 1991.

Forma del Logo:

Il logo consiste in un pallone da basket che descrive la natura e l’identità della squadra; le lettere con le sottili strisce indicano la velocità con cui si esprime la squadra sul campo.

Colori del Logo:

L’uso dell’oro nel basket basketball proietta l’acutezza e l’originalità che osserviamo nei Lakers mentre il viola rappresenta la regalità.

Font del Logo:

Il font sembra essere abbastanza tradizionale; peraltro non è mai stato nemmeno modificato durante gli ani. Le uniche leggere modifiche hanno riguardato in minima parte il colore e la risoluzione.

Che fine ha fatto Toninho Cerezo, faro di Roma e Sampdoria

Fece parte del Grande Brasile che perse contro l’Italia di Pablito Rossi a Spagna 82 e non alzò mai al cielo una Coppa del Mondo, Toninho Cerezo rimane senza dubbio uno dei grandi centrocampisti che hanno scritto un’epoca nel calcio degli Anni 80.

Con alle spalle due edizioni dei Mondiali (1978 ed 1982), Cerezo trovò la definitiva consacrazione nel calcio italiano.

Antonio Carlos Cerezo nacque il 21 aprile 1955 a Belo Horizonte. Debuttò nel calcio professionistico nel 1972 con la maglia dell’Atlético Mineiro. Nel 1973 il passaggio al Nacional de Manaus e, dopo un solo anno, il rientro alla casa madre, dove rimase fino al 1983, quando gli si spalancarono le porte del calcio europeo. Il Presidente  della Roma Dino Viola lo volle nella Capitale, nell’anno post-scudetto, per puntare deciso alla Coppa Campioni. Purtroppo, come tanti ricordano, i sogni si spensero nella notte dell’Olimpico, dopo una lotteria dei rigori che fece piangere lacrime amare ai tifosi giallorossi.

Dopo tre stagioni all’ombra del Cupolone, fu la volta della Sampdoria. Erano gli anni in cui la coppia Vialli & Mancini erano la delizia della Genova doriana, ma sempre distanti dall’agognato scudetto. Il centrocampista brasiliano assicurava ritmo e geometrie e, sotto la direzione di Boskov, arrivò finalmente il tricolore nella stagione 1990-91.

Dopo sei stagioni in Liguria (e nove complessive in Italia), il ritorno in patria. Ad attenderlo il Sao Paulo, con cui riuscì a giocare e vincere la Coppa Intercontinentale nel 1993, in finale contro il Milan. Mezza stagione al Cruzeiro (1994) e poi il ritorno al San Paolo nel 1995. Instancabile, proseguì il suo viaggio calcistico nella stagione 96-97 con l’América de Minas Gerais e chiuse la carriera con la sua prima squadra, tra le fila dell’Atletico Mineiro. Il palmarés pare infinito: 7  Campionati Mineiros, un Campionato Amazzonia, 2 Coppe Italia con la Roma e due con la Sampdoria, uno Scudetto ed una Supercoppa sempre i blucerchiati, un Campionato Paulista, una Libertadores, due Intercontinentali, due Recopa di Sudamérica ed una Supercoppa Sudamericana, tutto con il San Paulo. Con la maglia del Brasile, 74 partite e 7 reti complessive.

Il ritiro, avvenuto alla tenera età di 43 anni, non lo vide abbandonare totalmente il calcio: iniziò dapprima la carriera di allenatore nel paese natale, passando poi attraverso le esperienze in Giappone, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Attualmente è osservatore in Sudamerica per contro della Sampdoria.

Protagonista sfortunato del match del Sarrià contro l’Italia: un suo movimento errato favorì la terza e definitiva segnatura di Paolo Rossi che costò il biglietto di ritorno in patria ai verdeoro che gli costarono mesi di polemiche pesanti nei sui confronti nei mesi successivi in patria.

Il caso volle che giocò la finale di Coppa dei Campioni con la Sampdoria contro il Barcellona nel  maggio 1992, a 37 anni suonati. Pochi mesi dopo, giocò e vinse con il San Paolo, la Coppa Intercontinentale a Tokyo proprio contro i catalani, prendendosi la rivincita.

In Brasile venne soprannominato, a ragione, O Patrao da Bola (il Padrone del pallone).

Ebbe modo di giocare con entrambi i fratelli Vieira de Oliveira (Sócrates y Raí), appartenenti a due generazioni calcistiche diverse.

Negli ultimi anni, la cronaca brasiliana ebbe modo di interessarsi della sua vita privata. Leandro, uno dei suoi quattro figli, dichiarò di essere transessuale e di svolgere, con il nomignolo di Lea T., la professione di modello, oltre ad essere una musa di Givenchy. Tuttavia l’ex calciatore dichiarò di avere solo tre figli, cercando di smentire ogni voce in merito.

Venne eletto miglior giocatore della Coppa Intercontinentale del 1993, vinta con il San Paolo, la seconda consecutiva, ai danni del Milan di Fabio Capello.

Chi ha creato il logo della NBA: la storia della famosa silhouette

Il campionato di basket più famoso al mondo è senza dubbio la NBA: stars di ogni provenienza geografica si contendono ogni anno l’anello che assegna il titolo di campione del mondo dello sport della palla a spicchi.

Tuttavia lo sviluppo della National Basketball Association fu assai ardua: infatti la lega era in forte competizione con l’ABA, l’altra lega esistente nelle decadi 60-70 del secolo scorso, contendendosi spesso i migliori giocatori.

E per vincere la concorrenza occorreva essere al top sotto ogni punto di vista. Ecco allora che divenne fondamentale un logo che rendesse subito riconoscibile il torneo, rendendolo unico.

La NBA decise di affidare l’incarico al prestigioso disegnatore Alan Siegel affinché realizzasse l’opera.

Siegel volle trarre ispirazione dal disegno realizzato da Jerry Dior, che l’anno precedente aveva ideato  il logo per la MLB, la lega americana di baseball e volle partire dallo stesso concetto: la silhouette bianca di un giocatore, con una metà blu ed una rossa che ricordasse così i colori della bandiera americana.

Si mise alla ricerca di un’immagine  di gioco potesse essere fashion. Fondamentale fu l’amicizia con Dick Schaap, compagno di studi all’università di Cornell, che gli mise a disposizione l’archivio fotografico di Sport magazine. Fra le migliaia di immagini, rimase colpito da una foto che immortalava Jerry West, stella dei Lakers. L’autore dello scatto era Wen Roberts.

L’istante riprendeva West nell’atto di cominciare una penetrazione a canestro, tenendo la palla nella mano sinistra ed inclinato verso destra con il busto, perfetto per riprendere dinamismo ed il gioco del basket nello stesso momento.

Qualche opportuna modifica e poi, nel 1971, il varo definitivo del logo che tuttora identifica la pallacanestro Made in USA, un movimento sportivo che genera circa 300 milioni di dollari ogni anno.

Sebbene Siegel abbia sempre confermato di essersi ispirato ad un giocatore ben identificato, la lega americana ha sempre voluto smentire pubblicamente, a difesa dello spirito d’indipendenza del gioco ed istituzionalizzando l’immagine.  Infatti negli ultimi anni alcuni movimenti d’opinione hanno espresso l’idea che l’associazione con un giocatore bianco (oggi solo il 20%), sia poco “espressiva”. E lo stesso West si è detto favorevole che sia Michael Jordan ad essere il soggetto.

Siegel inoltre volle sempre porre l’accento sulla somiglianza con il logo della MLB, che aveva potuto visionare in occasione di un suo precedente lavoro. Disse infatti che J. Walter Kennedy, commissioner della NBA dal 1963 al 1975, gli riferì che “di base, voleva mantenere una relazione famigliare con il baseball e dunque usare il rosso, bianco e blu per posizionare il basket come un tradizionale gioco All-America”.

Siegel, assiduo frequentatore delle partite dei Knicks per più di 30 anni, ha incontrato West appena un paio di volte, presso un ristorante di Los Angeles e più recentemente in occasione di una partita dei Lakers allo Staples Center. Tuttavia l’ex stella del basket non mostrò mai, come ha ammesso lo stesso disegnatore, alcun particolar interesse verso chi lo aveva reso immortale al di fuori del campo.

 

 

 

Erik Breukink, l’olandese che sfiorò il Tour de France

Tanto vicino al successo di prestigio che poi lo vide svanire per continui colpi di sfortuna, questo potrebbe essere il sunto della carriera di Erik Breukink, ciclista olandese che calcò la scena professionistica dal 1985 al 1997.

Nato il 1° aprile 1964 a Rheden, iniziò a pedalare con i “prof” nel 1985, con la piccola squadra della Skala, dopo aver subito la forte delusione ai Giochi Olimpici di Los Angeles, quando con il quartetto della 100 km raccolse solo la medaglia di legno in virtù del quarto posto.

La vittoria che rimase nella mente dei tanti appassionati fu la tappa del Gavia, nel Giro d’Italia del 1988. Corsa nel bel mezzo di una bufera di vento e neve, l’olandese rimontò nella discesa battendo in volata il vincitore della corsa rosa, l’americano Hampsten. Salirà poi sul podio finale, in seconda posizione, ad un minuto e 43 secondi dal vincitore.

Dopo un triennio alla PDM (1990-92), Manolo Saiz lo volle con sè alla ONCE, come uomo di classifica per i Grandi Giri. La sfortuna lo colpì nella corsa francese: venne investito da un’auto e dovette ritirarsi.

Fra le sue vittorie più importanti, il Giro del Piemonte ed il Giro dei Paesi Baschi Inoltre vanta 2 tappe al Giro d’Italia, 4 al Tour, 2 al Tour di Romandia, 2 al Giro di Svizzera, 1 alla Vuelta de Catalunya ed una alla Vuelta di Spagna.

La curiosità: dal 1986, Erik Breukink è sempre stato presente al Tour de France, prima come corridore, poi come operatore del settore, prima come uomo delle pubbliche relazioni, poi direttore sportivo e commentatore per la tv olandese.

La passione iniziale per il calcio, praticato in gioventù, lo costrinse alla scelta finale: optò per i pedali e fu il suo successo.

  • Nell’edizione del Tour del 1990, quando era in lotta per la vittoria finale, lungo la salita del Tourmalet una serie di problemi meccanici lo costrinse a cambiare la bici per ben tre volte.
  • sebbene fosse un ottimo scalatore, la sua specialità era il cronometro. Vinse due titoli nazionali e, con la vittoria nel cronoprologo del Lussemburgo, conquistò la maglia gialla per un giorno nel 1989.
  • Organizzò, per un paio di stagioni, una corsa a tappe in patria che portava il suo nome, GP Erik Breukink. I vincitori furono Fabian Cancellara ed Erik Dekker.
  • Nel 1988 vinse la maglia bianca di miglior giovane della Grand Boucle.

Dopo essere stato in ammiraglia alla Rabobank, attualmente è direttore sportivo della Roompot-Oranje Peloton, team olandese in possesso di licenza Professional Continental.

Riassunto Piazzamento Grandi Giri

Giro d’Italia
1986: 71º – 1987: 3º – 1988: 2º – 1989: 4º – 1995: 59º

Tour de France: 1987: 21º – 1988: 12º – 1989: ritirato – 1990: 3º – 1991: ritirato – 1992: 7º – 1993: ritirato – 1994: 29º – 1995: 20º – 1996: 34º – 1997: 52º

Vuelta di Spagna: 1992: 27º – 1993: 7º – 1994: 19º

Joel Bats, il portiere di Francia eroe a Mexico86

Joël Bats fece la fortuna della Francia difendendo la porta, ed i Bleus la sua. Nato il 4 gennaio 1957 a Mont-de-Marsan, debuttò da professionista nel 1974 con la divisa del Sochaux, dove rimase fino al 1980, quando passò all’Auxerre. Cinque anni dopo, l’ultimo trasferimento nella capitale francese, vestendo la maglia del PSG, con la quale si ritirò nel 1992. Se il palmares nazionale vede un solo titolo, con la casacca dei Bleus vanta un tiolo europeo, vinto in casa nel 1984 ed un terzo posto a Mexico 86, per complessive 50 partite. Aveva debuttato nel 1983 contro la Danimarca, perdendo 3-1.

Nella nazionale, dove vantava compagni del calibro di Platini, Fernandez e Tigana ebbe il suo più alto momento calcistico. Nel match dei quarti di finale di Mexico 86, parò durante i tempi regolamentari un rigore a Zico mentre durante la “roulette” finale fermò Socrates, regalando ai galletti l’accesso alla semifinale.

Nel 1982 soffrì un grave problema di salute: un cancro ai testicoli fece temere per la sua vita, poi per fortuna, guarito, potè tornare a giocare. Come rivelò diversi anni dopo, ricordando la malattia superata, i giorni passati in ospedale furono per lui utili per dedicarsi alla letteratura. “Dovevo fermarmi, dovevo lasciare il calcio e pensare a guarire. In ospedale mi assegnarono una curiosa terapia. Mi ordinarono di scrivere durante la cura che sarebbe seguita all’intervento chirurgico, e io obbedii al medico come se fosse stato un altro allenatore”.

Durante la sua permanenza in ospedale, pubblicando poi due volumi. Da uno, dal titolo Solitude, trasse una canzone per bambini, intitolata L’escargot (La lumaca).

Il divorzio dalla moglie, a metà Anni 80, lo portò nel baratro della depressione, da cui però seppe uscirne bene.

Il caso volle che agli inizi di carriera divise la maglia da titolare con Albert Rust, che sarà poi suo vice durante i Mondiali messicani.

Oggi Bats, rimasto nel mondo del calcio, è il preparatore dei portieri dell’Olympique de Lyon. Tentò anche una breve carriera da allenatore, un biennio al PSG ed un anno anche al Châteauroux, sul finire degli Anni Novanta. Poi, il rientro definitivo al vecchi amore, i pali di una porta.