Assen: perchè il GP di moto si corre di sabato

Ogni anno, all’ultimo week-end di giugno, ci accorgiamo che la MotoGP corre di sabato, sempre e solo in Olanda? Perchè?

Il motivo per cui il Motomondiale corre sul circuito di Assen in anticipo al sabato rispetto alla canonica domenica è esclusivamente di ordine religioso. Se infatti il calendario prevede nell’ ordine prove libere (giovedì), qualifiche (venerdì) e l’evento-clou,  Gara, al Sabato è perchè ci troviamo in una parte dei Paesi Bassi con un forte sentimento Calvinista.

Nel distretto geografico di Assen, Capoluogo della provincia di Drenthe, vi era una fervente passione religiosa: dunque la domenica veniva considerata come la giornata dedicata all’assoluto riposo e pertanto anche ogni sorta di manifestazione era “vietata”.

Il Gran Premio d’Olanda, che cominciò a disputarsi a partire dal 1949, doveva quindi rispettare il sentimento popolare e fin dalla sua prima edizione venne calendarizzato al sabato.

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Tuttavia, mentre si affievoliva il sentimento religiosa, la tradizione prendeva il suo posto: da qui pertanto l’idea di mantenere comunque al sabato l’appuntamento con le due ruote. Se la MotoGP è fissa al sabato, l’arrivo nel mondo del motociclismo della Superbike ha permesso a quest’ultima di posizionarsi da subito regolarmente alla Domenica, evitando di creare una possibile tradizione.

Dal 2016 si cambia: si corre di domenica

Anche le migliori tradizioni si possono rompere. Ecco allora che l’Olanda ed Assen si “adeguano” alla religiosità della domenica. Dal 2016 il GP di motociclismo infatti, si correrà di domenica: “Spostare il TT a domenica è il miglior modo per adeguarsi allo spirito dei tempi. Sarà mantenuta la tradizione dell’ultimo fine settimana di giugno, in modo che il passaggio da sabato a domenica possa essere visto come una vecchia tradizione con un tocco moderno” come scritto nel comunicato ufficiale degli organizzatori.

Pertanto da quest’anno siete avvertiti, sempre e solo di domenica, anche ad Assen!

Dove si trova il circuito di Assen

Il circuito di Assen è situato a circa 30 km a sud di Groningen e 200 km a nord di Amsterdam: è raggiungibile attraverso l’autostrada A4 e, successivamente, l’A9, l’A1 e l’A28 prendendo poi l’uscita numero 32 (Assen-Zuid). Il circuito di Assen si chiama anche Van Drenthe B.V e TT Circuit ed è situato al Postbus 150 – 9400 AD Assen

Come arrivare ad Assen

IN AEREO 

Aeroporto di Schipol (Amsterdam) distante 200 km dal circuito

Aeroporto di Groningen (Eelde) distante 22 km dal circuito

IN MOTO-AUTO

Chi arriva in aereo ad Amsterdam dove poi percorrere l’autostrada A4 in direzione Utrecht e poi imboccare la A9 per Amersfoort. Dalla A9 si passa poi sulla A2 e successivamente sulla A1 in direzione sempre in direzione Amersfoort. Prima di raggiungere Amersfoort prendere per la A28 in direzione Zwolle -Groningen ed uscire ad Assen-Zuid (uscita n.32). Il circuito è a soli 100 metri dall’uscita dell’autostrada.

Vogliono imitare rigore Messi-Suarez, che figuraccia!

Provare ad imitare i campioni famosi come gli assi del Barcellona Messi e Suarez e franare decisamente, facendo una delle peggiori figuracce della storia del calcio.

E’ accaduto in Zimbabwe, quando dopo il fischio dell’arbitro, due calciatori della compagine dei Dynamos…..sono entrati nella Hall of Fame degli orrori.

Montecarlo: il Gp in casa nato per volere di un tabaccaio

Per Montecarlo ed il suo Gp si sprecano negli anni i modi per definirlo: “circuito-salotto”, “autodromo cittadino”, circuito taboga”, una summa che ben fa intendere agli appassionati e non cosa significa il Principato e la sua corsa.

Correre lungo le strade di Montecarlo non può che far esplodere la fantasia dei giornalisti perché sui 3.340 metri del tracciato che si snodano attorno alle case, spesso abitate da ricchi, famosi e belli come gli attori e le attrici di Hollywood, i magnati dell’industria oppure i tanti che scelgono di vivere nella piccolo stato per motivi fiscali.

La fisionomia si è però decisamente  modificata con il passare degli anni: dallo stile liberty dominante alle torri con vista mare e magari un piccolo yacht parcheggiato sotto casa.

Come nacque il GP di Montecarlo

L’idea di trasformare per una settimana il tranquillo principato in un rombante carosello di macchine venne nel 1928 ad un ricco fabbricante di sigarette monegasco, Antony Noghes, che era presidente dell’Automobile Club e buon amico del principe Louis II.

Diversi i motivi che avevano spinto Noghes ad attivarsi per realizzare una corsa: dal turismo che ne avrebbe tratto notevoli vantaggi, la pubblicità gratuita tramite la stampa che avrebbe citato il principato per qualche giorno, e non da ultimo, Montecarlo avrebbe affermato la propria importanza nei confronti della Francia.

Colloqui fra il principe e lo stesso “motivatore” diedero inizio al programma. Gli esperti del locale Automobile Club studiarono il percorso, il meccanismo della competizione e la fase esecutiva del progetto, poichè la data del primo GP era già stata fissata nel 14 aprile 1929.

Venne scelto un giorno di primavera in considerazione del flusso turistico che, in quel periodo e in quell’epoca, subiva un forte rallentamento.

Il tracciato partiva dal boulevard Albert I, un viale che si affacciava sul porto e che era, in quell’epoca, costeggiato da una serie di grandi palazzi. Poi la prima curva, detta di S.te Devote, poiché la strada passava vicino alla chiesa di Santa Devota, protettrice del Principato.

Poi si saliva, come tuttora, fino al sinistro-destro molto stretto del Casino, discesa fino alla curva a destra del Mirabeau. Continua fino alla curva la più lenta del mondo della Formula 1: Virage Fairmont (ex Virage Loews), dove si trova il Fairmont Hotel Monte-Carlo. La sezione Portier conduce al mare, dove la pista passa sotto un tunnel per uscire alla «chicane» vicino al porto. Arriva poi la curva a sinistra del « Bureau de Tabac », la sezione della Piscina, poi la curva a destra della Rascasse, seguita dalla curva Anthony Noghes, poi infine la linea degli stand.

monaco curvaDa notare che fino al 1973 il passaggio coperto si chiamava Tunnel del Tiro al Piccione ed era lungo solo 98 metri. Poi, con la modifica del paesaggio architettonico, venne sostituito da una galleria di 397 metri sottostante un nuovo complesso alberghiero.

I primi problemi

L’arrivo del mondo delle quattro ruote in città non fu salutato da tutti con piacere inizialmente: una parte dei commercianti infatti veniva danneggiata dalla chiusura dei negozi, resa necessaria per motivi di sicurezza. Tuttavia un contributo speciale e la necessità di doversi sacrificare per il beneficio della comunità fece superare gli ultimi ostacoli.

Da quel momento Montecarlo entrò di diritto nel mondo automobilistico e senza apportare alcuna modifica al tracciato originale. Sparirono invece alcune strutture, con il passare degli anni, che avevano dato il nome a certi punti della pista.

Non esiste più la vecchia stazione, così come il vecchio albergo Mirabeu non è più in funzione da parecchio tempo.

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Gli incidenti mortali

Da sempre nell’occhio del ciclone, Montecarlo è spesso temuto per gli incidenti possibili data la strettezza delle strade e la mancanza, in taluni punti, delle vie di fuga in caso di sosta “forzata”. Numericamente sono stato moltissimi gli gli incidenti, ma per fortuna conclusi sempre senza grosse conseguenze.

Se per i tecnici la motivazione è da ricercarsi nella lentezza del tracciato, per i monegaschi è perché “qualcuno da lassù ci protegge”, come se Santa Devota avesse sempre avuto un occhio di riguardo per i piloti.

Solo in cinque occasioni la pista ha pagato pegno con la vita: quando Fagioli ebbe un incidente gravissimo alla guida della Lancia nelle prove del GP dedicato alle vetture Gran Turismo e morì dopo 15 giorni per le ferite riportate. Lorenzo Bandini, forse il decesso più celebre, rimase intrappolato all’interno della sua Ferrari in fiamme nel 1967 e morì qualche giorno dopo in ospedale.

Un incidente in Formula Junios costò la vita all’inglese Dennis Taylor nel 1962 mentre l’unica gara motociclistica disputata vide perire Norman Lincar. Da segnalare anche il decesso di un commissario, colpito alla testa da una ruota impazzita nel corso di una gara di contorno.

I prezzi dei biglietti

Non è certamente un GP accessibile alle tasche dei comuni mortali: città-stato rinomata per la sua vita costosa, anche il circuito ovviamente si è adeguato ai prezzi. Ecco il listino dei biglietti per la sola gara di domenica.

Terrasse VIP Platinium1 890,00 €
PACKAGE 2 JOURS750,00 €
LIGNE DE DEPART209,00 €
MONTE CARLO600,00 €
BUREAU DE TABAC514,00 €
PISCINE514,00 €
RASCASSE520,00 €
LE ROCHER/GENERAL ADMISSION100,00 €

 

Incredibile goal in Argentina: tre tocchi al volo senza toccare terra

Meravigliosa rete quella realizzata in Argentina, in un match valido per il B Metropolitana, la cadetteria nazionale. Il povero portiere dell’Atlanta Mauro Dobler, seppure vincente per 3-1, non si sarebbe mai aspettato di vedere la sua porta violata in tal modo.

Da un rinvio dell’estremo difensore del San Telmo e dopo un colpo di testa, l’attaccante uruguaiano Christian Alba Nievas lo supera con un pallonetto beffardo. Golazo! Sarebbe davvero il caso di gridare.

 

Curiosità della storia dei Mondiali di calcio

Il primo mondiale della storia, nel 1930 in Uruguay, fu l’unico a disputarsi in un’unica città, Montevideo. Nel 1966 invece, una nazionale, l’Inghilterra, paese ospitante, fu l’unica (tuttora) a disputare tutti e 6 gli incontri della fase finale in unico stadio, il tempio del calcio Wembley.

Il primo calciatore espulso in una partita dei Mondiali fu il peruviano Plácido Galindo, che nella sconfitta per 3-1 contro la Romania, nel 1930, venne allontanato dal campo. Il primo invece ad essere sanzionato con i cartellini giallo e rosso fu il cileno Carlos Caszely nel Mondiale di Germania del 1974.

I numeri sulle casacche apparvero soltanto in occasione dei Mondiali di Svizzera nel 1954.

Sempre nell’edizione elvetica, vi fu la prima coppia di fratelli ad alzare al cielo la Coppa del Mondo: i tedeschi Fritz e Ottmar Walter. L’evento si ripeterà solo nel 1966 con Bobby e Jacky Charlton in Inghilterra.

Nel Mondiale del Cile nel 1962, la Spagna si presentò ai nastri di partenza con quattro giocatori di nazionalità differente da quella iberica: Alfredo Di Stéfano (argentino), Eulogio Martínez (paraguaiano), Ferenc Puskas (ungherese) e José Emilio Santamaría (uruguagio).

Nel primo dei due Mondiali italiani, nel 1934, gli azzurri presentarono in campo i primi oriundi della storia del calcio: Luis Monti, Raimundo Orsi, Enrico Guaita e Attilio Demaría infatti erano nati in Argentina, con ovvie discendenze italiche, una moda ormai ampiamente sviluppata nel calcio moderno.

Il club Europa, la squadra che diede alla luce la Liga spagnola

Pare strano ma nel Vecchio Continente esiste tuttora una sola squadra che si chiama Europa! Questa è la storia del C.E.E. (Club Esportiu Europa), nato a Barcellona circa 100 anni fa e uno dei dieci fondatori della Liga Spagnola nel lontano 1928.

In quell’epoca le competizioni iberiche vedevano in cima alla lista due club del centro catalano, ovvero Barcellona ed Espanyol mentre l’Europa era un valido avversario per vittoria dell’iniziale torneo spagnolo. Anzi, la sconfitta nella finale contro l’Atletico Bilbao, permise alla società di far parte di un piccolo numero di squadre che diedero alla luce il massimo torneo spagnolo.

E ad accompagnare il club “continente” saranno altre nove squadre, non certamente poco note, come Real Madrid, Athletic Bilbao, Real Sociedad, Atlético Madrid, Espanyol, Barcellona, F. C. Barcelona, Racing Santander, Real Unión de Irún e Arenas de Getxo. Per tre anni la squadra riuscì a mantenere la massima categoria, mentre tornò ad alti livelli solo negli Anni 60 quando disputò cinque tornei di Seconda Divisione per poi tornare a militare fra le terza e la quarta divisione.

D’altronde vivere in termini calcistici in una città come Barcellona, con i blaugrana che praticamente “mangiano” a livello mediatico e non solo qualunque altro club, non è nemmeno facile. ecco allora che le soddisfazioni possono e devono arrivare sul piano diplomatico del riconoscimento a livello politico.

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Il club infatti venne ricevuto in maniera ufficiale a Bruxelles, presso la sede dell’allora Comunità Economica Europea, portandone anche il nome. Sul campo da gioco invece, l’Europa è riuscito nell’impresa, è il caso di dire, di vincere ben due edizioni della Copa de Catalunya (1997 e 1998) contro il Barcellona che poteva vantare assi che corrispondevano al nome di Figo, Guardiola, Rivaldo e guidato in panchina dall’olandese Van Gaal.

Nelle fila dell’Europa militarono giocatori dell calibro di Ramallets, Czibor ed Eulogio Martínez, protagonisti in campo internazionale rispettivamente con Spagna, Ungheria e Paraguay, oltre ad aver potuto vantare talenti negli anni 50 e 60. Anche in campo giovanile non manca l’impegno societario, perché attualmente il vivaio può vantare una scuola calcio con ben 350 bambini di età compresa fra i 5 ed i 10 anni, oltre a vantare selezioni in ogni fascia d’età. Il club ha festeggiato nel 2007 il suo centenario.

Gioca nella Tercera División, la quarta serie del campionato spagnolo. L’inno ufficiale della società è intitolato “Europa, sempre endavant!” (Europa, sempre avanti!) ed i colori sociali sono il bianco e l’azzurro. Lo stadio di casa si chiama Nou Sardenya, dal nome della via preso cui si affaccia e venne costruito, ed inaugurato, nel 1940 grazie anche alla cifra pagata dal Fc Barcellona per acquistare il portiere degli “europei” Ramallets.

Mourinho: da Van Gaal (vice) a Van Gaal (al suo posto) passando per Porto

La storia di Mourinho parte sicuramente dalla gavetta: da assistente al Barcellona, prima di Bobby Robson e poi dell’olandese Van Gaal (che coincidenza curiosa della vita) poi il ritorno in patria, Benfica, Uniaio Leira e poi la consacrazione a livello europeo con il Porto, tanto da salire in cima al mondo con la conquista della Coppa Intercontinentale.

Ora l’arrivo al Manchester United, altro club di prestigio per il lusitano che ha collezionato nel corso della sua carriera top teams e vittorie di spessore. Ma al nome dello Special One  è soprattutto collegata l’ultima vera vittoria a sorpresa in Champions League.

Correva la stagione 2003-2004, quando il Porto vinse il trofeo continentale e Mourinho iniziò la sua carriera di vincente che lo avrebbe poi portato a diventare uno degli allenatori con più trionfi ( e fra i più pagati). Dopo aver chiuso la fase a gironi al secondo posto (dietro Real Madrid e davanti a Marsiglia e Partizan Belgrado), il Porto affrontò il Manchester United agli ottavi di finale. La squadra inglese allenata da Ferguson era una delle più forti in quel momento; dopo la vittoria casalinga per 2-1, i portoghesi, grazie ad un gol di Costinha al novantesimo all’Old Trafford, si regalarono l’accesso ai quarti di finale.

In casa al Dragao, i francesi del Lione furono battuti con il più classico dei risultati, il 2-0. Al ritorno, una rete di Maniche nei primi minuti, spense subito l’ardore dei transalpini che rimediarono in extremis il pareggio in un match che si concluse per 2-2.

In semifinale si presentò davanti alla banda di Mourinho un’altra outsider: gli spagnoli del Deportivo La Coruna, che avevano precedentemente eliminato in sequenza le due finaliste dell’edizione precedente, Juventus con un doppio 1-0 e Milan, superato dopo la sconfitta a San Siro per 4-1 e demolito in casa per 4-0.

La squadra spagnola si confermò un osso duro da battere: l’andata, ancora in casa, si chiude a reti inviolate, ma al ritorno, un rigore di Derlei è sufficiente per superare l’ostacolo Depor e far volare porta l’undici portoghese in finale.

Nell’ultimo atto non c’è storia, il Porto batte il Monaco 3-0 e si aggiudica la sua seconda Coppa Campioni, dopo il successo, anche allora sorprendente, del 1987 contro il Bayern Monaco. La squadra zeppa di futuri campioni (Maniche, Carvalho e Deco fra tutti) verrà ricordata e celebrata per sempre in madrepatria. Ad oggi la vittoria del Porto viene tuttora considerata come l’ultima vera sorpresa nel torneo continentale. Che sia la volta di Ranieri e del suo Leicester nella stagione 2016-17?