I tifosi del Villarreal ricordano le vittime di Hillsborough

Il Sottomarino giallo ha reso omaggio ai fans del Liverpool, il giorno dopo la sentenza del tribunale inglese che ha discolpato i fans dei Red Devils per la tragedia nello stadio di Hillsborough avvenuta nel 1989. Al di sopra di ogni possibile rivalità sportiva, al momento in cui sul terreno del Madrigal sono entrate le due squadre, i fans del Villareal hanno esposto uno striscione su su cui appariva ‘You’ll Never Walk Alone’ ed il numero 96, la triste cifra che ricorda i morti nella calca dello stadio.

Inoltre, dai megafoni dello stadio sono scese le note della canzone dei Fab Four di Liverpool, ovvero i Beatles, ‘Yellow Submarine’ (sottomarino giallo), che a partire dalla stagione 1967-68, è legata al club spagnolo. Inoltre il club ha reso disponibile per tutti i tifosi una sciarpa sulla quale era leggibile il motto del club inglese.

La prima corsa automobilistica della storia: un solo concorrente!

Il 28 aprile 1887 nacque la prima corsa automobilistica della storia, seppure l’automobile fosse ancora nella fase di sperimentazione’idea di una corsa venne lanciata dal giornalista francese Paul Faussier, direttore del settimanale Le Velocipede, che invitò a partecipare tutti gli interessati che fossero già proprietari delle allora rivoluzionarie scatole di ferro.

Sebbene Faussier fosse moderatamente ottimista, il suo sognò sembrò svanire all’improvviso il giorno della corsa: un solo pilota si era presentato ai nastri di partenza.

Si trattava di Goerges Bouton, comproprietario di una fabbrica di motori assieme al socio Albert de Dion. Una moltitudine si era riunito per osservare la prova, la maggioranza era accorsa solo per osservare da vicino quelle strane carrozze che avevano i cavalli non in carne ed ossa ma all’interno della carrozzeria.

La prima auto “agonista” in realtà era un quadriciclo di vapore costruito presso la fabbrica dei due soci, a cui era stato applicato un piccolo generatore. Il percorso, interamente nel circondario di Parigi, andava dal Ponte di Neuilly al bosco di Boulogne, andata e ritorno per un totale di 32 chilometri.

Siccome non vi erano avversari per Bouton la corsa era unicamente contro il tempo e nei pressi del bosco, il pilota ebbe una sorpresa: numerosi spettatori si erano assiepati nell’attesa del passaggio, in postazioni che mettevano in pericolo la loro stessa incolumità.

Per fortuna la tragedia venne evitata, grazie alle prontezza di riflessi che permise di frenare il veicolo e di fare ritorno al traguardo. Il primo cronometrista della storia, un inglese, certificò in un’ora e 14 minuti il tempo impiegato, per la ragguardevole media di 26 km/h !!!

Da quel momento il mondo sportivo si sarebbe arricchito di un’ulteriore disciplina: il seguito pubblicitario che nacque in conseguenza dell’evento fu notevole.

L’originalità di un arbitro: dare consigli di bon ton prima della partita

Riuscì ad arbitrare anche in Liga Fernando Sosa Saavedra, direttore di gara nato a Las Palmas ed appartenente alla sezione arbitrale delle Canarie in Spagna. sosa saavedra

Infatti nei primi anni Ottanta, quando ancora scendeva sul terreno di gioco della serie cadetta, aveva una particolare usanza. Al momento del riconoscimento dei calciatori, quando entrava nello spogliatoio delle due squadre, consegnava al dirigente accompagnatore un foglietto che recitava un motto curioso: “Vine al mundo para vivir tranquilo. No me hable de futbol. Si tiene ganas de discutir, busque a alguien como usted” (Sono nato per vivere tranquillo. Non parlarmi di calcio. Se hai voglia di discutere, cerca qualcuno come te).

Sicuramente originale come tentativo di placare sul nascere ogni polemica oppure un modo per diventare protagonista prima ancora del fischi d’inizio: Saavedra calcherà i campi della massima serie spagnola per un paio di stagioni, senza acquisire la fama di “duro”.

Il Wankdorf di Berna (Stade de Suisse) lo stadio più ecologico al mondo

Wankdorfstadion (oggi Stade de Suisse)  è la casa dello Young Boys, una delle squadre più gloriose della confederazione. Costruito nel 1925, rimase aperto fino al 7 luglio 2001 quando il club lasciò temporaneamente la struttura, in attesa della demolizione e successiva ricostruzione dell’impianto in vista di Euro 2008, ospitato dal paese elvetico in coabitazione con l’Austria.

La storia

L’originale Wankdorf Stadium prevedeva inizialmente una capienza di 22.000 posti con soli 1200 posti interamente. Sebbene fin da subito i bernesi abbiano usato la struttura che prende il nome da quartiere in cui è inserito, il match internazionale fra le nazionali di Svizzera ed Austria, tenutosi l’8 novembre 1925, è considerato il battesimo, vedendo ben 18.000 persone assiepate sui gradoni.

Con la popolarità sempre più crescente del calcio, dopo la seconda Guerra mondiale venne aumentata la capienza, portata in un primo tempo a quota 42mila. Il successive allargamento arrivò in occasione dei Mondiali del 1954 che si tennero nel paese. Lo stadio venne demolito e ricostruito, facendolo diventare l’arena più grande in Svizzera e disponibile ad accogliere ben 64.000 spettatori

Sede di tre matches dei gironi iniziali, fra cui anche la sconfitta dei padroni di casa contro l’Inghilterra, ospitò il quarto di finale Ungheria – Brasile (2-0) e la celeberrima finale fra Germania ed Ungheria, nota come il Miracolo di Berna, con i tedeschi capaci di rimontare dallo 0-2 e trionfare segnando una tripletta nei secondi 45 minuti ad aggiudicandosi la prima Coppa del Mondo della loro storia.

Venne designata come sede della finale di Coppa dei Campioni 1960-61, con il trionfo del Benfica che batté il Barcellona con il punteggio di 3-2. I catalani trionferanno invece sullo stesso terreno nel 1989, quando per l’aggiudicazione della Coppa delle Coppe vinsero per 2-0 contro la Sampdoria.

Con l’organizzazione degli europei, l’anzianità della struttura (75 anni) resero necessaria una complete rivisitazione, anche alla luce dei parametri di sicurezza UEFA. Si decise allora per l’intera demolizione e, mentre il club si spostò in uno stadio limitrofo, dopo Quattro anni di lavoro la nuova opera poté essere inaugurata.

La nuova vita del Wankdorf Stadium: la ricostruzione

Lo stadio, chiamato Stade de Suisse, presenta ora 32.000 posti, tutti a sedere ed interamente coperti. Ma la vera novità è rappresentata dalla scelta ecologica per la realizzazione dell’opera. Sul tetto dello stadio si trova infatti la più grande installazione fotovoltaica del paese elvetico con una superficie di moduli solari di 8.000 metri quadrati per circa 800 kW di potenza che garantisce annualmente una produzione di energia elettrica di almeno 700 mila Kw/h (pari al consumo di circa 300 abitazioni).

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La tribuna più alta, chiamata plateforme énergie, ospita anche un vero e proprio centro di monitoraggio con un servizio di informazione al pubblico grazie al quale i visitatori possono conoscere il rendimento dell’impianto fotovoltaico e le diverse modalità di cessione dell’energia prodotta.

Al momento si tratta della più grande istallazione di questo genere a livello mondiale. “Con questo progetto siamo riusciti a dare un nuovo impulso all’energia solare anche all’estero: vi sono già stati diversi tentativi di imitarci”, dichiararono  i realizzatori dell’opera.

Berna non è l’unico esemplare svizzero: infatti sono ben tre gli stadi di calcio che dispongono di una centrale solare, seppure di dimensioni inferiori: lo stadio St. Jakob di Basilea (dal 2001), il Letzigrund di Zurigo (dal 2008) e l’AFG Arena di San Gallo (dal 2009).

Per l’Italia il battesimo calcistico nel nuovo impianto fu di fuoco: nel primo incontro del gruppo C, il 9 giugno 2008, gli azzurri diretti da Donadoni furono travolti per 3-0 dall’Olanda.

Calcio ma non solo

Lo Stade de Suisse, aperto 365 giorni all’anno, non è sede solo di incontri calcistici. Ideato come struttura polifunzionale, è presente un centro commerciale ed è sede di diverse attività sociali. Inoltre hanno luogo fino a tre concerti all’anno (numero massimo). Sul prestigioso prato bernese si sono già esibiti artisti del calibro dii Robbie Williams, Bon Jovi, Bruce Springsteen, Pink, i Muse, Herbert Grönemeyer, gli AC/DC e i Red Hot Chili Peppers.

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Maradona, il fenomeno appare a Spagna 82

Nell’estate del 1982 l’Argentina combatteva su due fronti. Se in un caso si trattava di un dramma, storico e politico, che vide i sudamericani impegnati in un conflitto bellico per la sovranità delle Malvinas (Falkland), temporaneamente conquistate dagli argentini dopo 150 anni di corona inglese con un blitz voluto dai Generali, in campo calcistico l’albiceleste viaggiava in Spagna per la difesa del titolo mondiale vinto in patria quattro anni prima.

Ma entrambe le spedizioni si rivelarono un fallimento: la guerra inizialmente arrise agli argentini, ma l’intervento massiccio delle forze armate inglesi decretarono la sconfitta che umiliò lo spirito nazionale e che aprì l’anno successivo le porte alla fine della terribile dittatura dei militari e che avrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica il caso dei desaparecidos.

Nel calcio la nazionale, guidata ancora dal Flaco Menotti, mostrò subito le difficoltà di mantenere fra le sua mani il titolo: sconfitti nel match inaugurale dal Belgio, superò nell’ordine Ungheria ed El Salvador, guadagnandosi l’accesso alla seconda fase, quella svolta nel catino del Sarrià. Due sconfitte, contro Italia e Brasile, ed il mesto rientro alla base.

Ma sarà ricordato Spagna 82 per essere stato il primo Mondiale di Diego Armando Maradona: appena due settimane prima dell’inizio della rassegna, il Barcellona aveva confermato l’acquisto del campione argentino, allora 22enne.

Le cifre non ufficiali, parlavano di 1.300 milioni di pesetas (al cambio attuale circa 7,8 milioni euro), di cui circa la metà andavano all’Argentinos Juniors, il club dove El Diez mosse i primi calci,  un decimo al Boca Juniors che in quel momento era detentore del cartellino ed il resto costituiva l’ingaggio per il calciatore.

Le cifre, se paragonate ai tempo moderni, non paiono importanti, ma negli Anni Ottanta il calcio non era ancora un fenomeno economico come ai tempi attuali. Inoltre la Spagna, uscita da pochi anni dalla dittatura del Generale Franco, non era una potenza calcistica in termini finanziari.

Tuttavia il clamore mosse il Ministero del Commercio iberico che inviò al Governo una nota critica avversa all’importante somma di denaro che lasciava il paese; per Maradona soltanto una delle tante telenovelas che lo accompagneranno nel corso della sua carriera e non solo.

fotografia Maradona allenamento

Non essendo ancora un’epoca di facile accesso alle immagini e notizie, erano solo i matches amichevoli disputati dall’albiceleste nelle diverse tourneè a mostrare le doti del campione. A 18 anni,inserito nel listone dei 40 per i Mondiali di casa, venne alla fine escluso non potendo così partecipare alla vittoria, la prima dei sudamericani nella rassegna iridata. Tuttavia Maradona rimase nel ritiro con il gruppo per tutto il tempo del campionato, utile, se così si può dire, per alzare il tasso tecnico degli allenamenti.

In Spagna Menotti lo presentò al pubblico con un elogio ben chiaro della classe: “E’ il miglior giocatore del mondo”, ed i paragoni con Di Stefano e Pelè furono presto fatti. Il suo sinistro, imparabile pressoché da ogni posizione, era ufficialmente sbarcato nel mondo del calcio.

Tony Adams: doppietta con autorete in Inghilterra- Olanda 1988

Non sempre doppietta fa rima con felicità: chiedete a Tony Adams che nel match amichevole Inghilterra – Olanda nel tempio del Wembley, nel marzo 1988, segnò prima nella porta sbagliata, infilzando il compagno di squadra Peter Shilton e poi seppe farsi perdonare siglando la rete del definitivo 2-2 finale. E se aggiungete che gli venne annullata anche un altro goal….

Pochi mesi dopo le due nazionali si affronteranno nel girone dei Campionati d’Europa che si svolsero in Germania: gli orange travolsero per 3-1 la Nazionale dei Tre Leoni con marco Van Basten che siglò la tripletta, infliggendo la sconfitta che eliminò di fatto la nazionale del ct Bobby Robson.

Nakata, il Perugia e la tourneè in Giappone con rarità

Non era il primo calciatore giapponese a sbarcare nella Serie A italiana Hidetoshi Nakata, acquistato dal Perugia per vestire la maglia degli umbri neopromossi nel torneo 1998-99.

Prima della stella nipponica era infatti arrivato Kazuyoshi “Kazu” Miura, che giocò nel Genoa nel 1994-95 e fu il primo calciatore del Sol Levante a siglare una rete nel massimo campionato italiano.

Ma torniamo a Nakata, che nell’inverno del 96 sostenne un provino addirittura un provino con la Juventus, ma all’epoca non venne ritenuto “idoneo” per  un top-club. A differenza del patron perugino Luciano Gaucci, che vide in Hidetoshi, allora appena 21enne, l’affare tecnico ed economico.

Se all’inizio pare unicamente una mossa di marketing, visto che la stesura del contratto richiede la consulenza di un pool di avvocati, commercialisti e fiscalisti, Nakata rivelerà ben presto alle platee tutto il suo talento. L’esordio, avvenuto il 13 settembre 1998 al Renato Curi, vede gli umbri affrontare niente di meno che la Juventus campione in carica. Finirà in maniera rocambolesca per 4-3 in favore dei bianconeri, ma il giapponese siglerà una doppietta in 7 minuti che riaprirà temporaneamente il match vedeva gli ospiti condurre per 3-0.

Da quel momento nasce, a livello turistico, l’asse Tokyo-Perugia che porterà molti fans nipponici in Italia per unire arte e calcio. Nasce la Nakata-Mania, che porterà ad un commercio di magliette del Perugia con il numero 7 dei grifoni ed il suo nome sul retro.

Terminata la stagione con la qualificazione all’Intertoto, nel mese di giugno il Perugia si recò in Giappone per una mini-tourneè di due partite: pochi giorni prima della partenza il presidente Gaucci poté annunciare l’accordo commerciale con Perugina, l’azienda storica che ha legato le sue fortune al territorio e alla sua gente e che tornò sulle maglie dei Grifoni dopo esserci stata nell’anno 1982-’83, quando gli umbri militavano in B.

Ma per la trasferta in Oriente la squadra indosserà una divisa con uno sponsor diverso: sarà infatti Buitoni ad apparire sul petto, ovvero il noto pastificio che, mediante uno dei figli, Francesco, aveva dato i natali allo storico marchio produttore del Bacio nel lontano 1907 e che poi, negli Anni Venti passerà interamente alla famiglia tramite l’acquisizione del pacchetto azionario.

Quella maglia non verrà mai commercializzata e rimarrà negli annali della storia del Perugia calcio.

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