Champions League: quando i campioni in carica hanno perso in finale

In inglese la chiamano Champions League Jinx, lo jettatore, uccello del malaugurio o semplicemente portasfortuna, ovvvero il fatto che chi ha vinto l’edizione precedente della Champions League, o Coppa Campioni per dirla all’antica, ha perso la finale successiva.

Finora nella storia della massima competizione per club è successo ben quattro volte. Ad aggiunger pathos per la finale di Cardiff del 3 giugno, da quando, dalla stagione 19991-92, il trofeo è stato ridenominato in Champions League, nessuno ha saputo ripetersi.

Ecco comunque i 4 precedenti finora registrati.

Milan: vincitore nel 1993/94, perdente nel 1994/95 contro Ajax;
Ajax: vincitore nel 1994/95, perdente nel 1995/96 contro Juventus;
Juventus: vincitore nel 1995/96, perdente nel 1996/97 contro Borussia Dortmund;
Manchester United: vincitore nel 2007/08, perdente nel 2008/09 contro Barcellona.

Per Milan ed Ajax l’evento si è verificato anche nella Coppa delle Coppe, che persero l’anno successivo la vittoria. La “rabbia” fu maggiore se si aggiunge il fatto che la sconfitta arrivò in matches nei quali affrontarono dei veri e propri underdogs come il Magdeburgo ed il Malines.

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Inter-Bayern: la Coppa Campioni del Triplete 2010 nerazzurro

E’ la prima italiana che realizza il Triplete: è l’Inter di Mourinho che nella splendida notte del Bernabeu, teatro ben noto ai colori italiani, trionfa contro il Bayern Monaco dopo una prestazione perfetta sotto il piano tattico ed uno strepitoso Diego Milito che fa bene quel che sa fare, cioè goals decisivi, risultando il protagonista della stagione con il suo sigillo nei tre matches decisivi per le vittorie in campionato (a Siena), in Coppa Italia (a Roma) ed appunto a Madrid per la Champions League, la terza nel palmares nerazzurro dopo i due successi dell’epoca Moratti (padre Angelo) negli Anni Sessanta.

Il tabellino

22 maggio 2010, Stadio Santiago Bernabeu di Madrid

BAYERN MONACO-INTER 0-2 (p.t. 0-1)

BAYERN MONACO (4-4-1-1): Butt; Lahm, Van Buyten, Demichelis, Badstuber; Robben, Van Bommel, Schweinsteiger, Altintop (dal 18’ s.t. Klose); Mueller; Olic (dal 38’ s.t. Gomez). (Rensing, Contento, Gorlitz, Pranjic, Tymoshchuk). All. Van Gaal.

INTER (4-2-3-1): Julio Cesar; Maicon, Lucio, Samuel, Chivu (dal 23’ s.t.Stankovic); Zanetti, Cambiasso; Eto’o, Sneijder, Pandev (dal 33’ s.t. Muntari); Milito (dal 46’ s.t. Materazzi) (Toldo, Cordoba, Mariga, Balotelli). All. Mourinho. ARBITRO: Webb (Ing).

MARCATORI: Milito al 35′ p.t. e al 25′ s.t.

Ammoniti: Demichelis, Van Bommel e Chivu per gioco scorretto.

Il video del match

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La prima Coppa dei Campioni in Italia: Milan-Benfica 2-1 del 1963

E’ il tempio di Wembley, Londra, ad accogliere Milan e Benfica nella serata di mercoledì 22 maggio 1963. Non è ancora tempo di trasmissione live di partite di calcio,: la RAI trasmetterà l’incontro in differita e così gli italiani conosceranno solo dopo alcune ore che per la prima volta la Coppa dei Campioni è sbarcata in Italia.

Ma chi non ha resistito, e non saranno pochi, si sintonizzarono sulle onde medie della radio dove il mitico Niccolò Carosio raccontò la partita.  E per i rossoneri, il successo nella capitale inglese, aprirà la lunga e gloriosa storia dei rossoneri in Europa.

Il Tabellino

MILAN – BENFICA 2-1
Reti: 18’ Eusebio, 58’ Altafini, 66’ Altafini

MILAN: Ghezzi, David, Trebbi, Benitez, Cesare Maldini, Trapattoni, Pivatelli, Sani, Altafini, Rivera, Mora. Allenatore Nereo Rocco, Direttore Tecnico Gipo Viani.
BENFICA: Costa Pereira, Cavem, Cruz, Humberto, Raul, Coluna, Josè Augusto, Santana, Torres, Eusebio, Simoes. Allenatore Riera.
Arbitro: Holland (Inghilterra).

Il video della partita

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La prima squadra campione di calcio dell’Argentina

Sabato 12 aprile 1891 si giocava a Buenos Aires la prima giornata del primo campionato di calcio argentino. In quel pomeriggio solo due erano le partite in programma, essendo soltanto cinque le squadre esistenti e dunque ammesse, nel grande paese sudamericano.

Ad aggiungere fascino alla giornata, era anche il primo torneo che poteva essere considerato campionato nazionale, disputato al di fuori del Regno Unito e dell’Olanda, le uniche due nazioni al mondo ad averlo finora adottato. Ed al via del campionato si presentava anche il Saint Andrew, scuola di origini scozzesi; le altre contendenti erano Old Caledonians, Buenos Aires e Rosario Railway (la compagnia ferroviaria), Belgrano FC ed il Buenos Aires FC. Si era iscritto anche l’Hurlingham FC, ma non si presentò.

Nella giornata inaugurale i biancazzurri del Saint Andrew vinsero per 5-2 contro il Buenos Aires FC, mentre gli Old Caledonians trionfarono nettamente per 6-0 contro il Belgrano FC. Le due squadre continuarono nel corso del torneo a braccetto, inanellando successi a ripetizione ed arrivando, alla conclusione, a pari merito: sei vittorie, un pareggio ed una sconfitta. A 13 punti, vennero considerati campioni a pari merito.

Ma, per attribuire le medaglie, si decise di disputare uno spareggio in gara secca, il 13 settembre, presso il Flores Polo Club, nel quale il Saint Andrew s’impose per 3-1 dopo un tempo supplementare grazie ad una tripletta di Charles Douglas Moffatt.

La prima edizione non ebbe però immediato seguito: nel 1893 infatti venne creata una nuova istituzione, con il medesimo nome. La Federazione nazionale del calcio argentino, che vedrà la luce appunto in questa data, non darà mai il riconoscimento ufficiale a quel primo torneo nazionale.

Il St. Andrew’s Scots School era un’istituto privato senza fini di lucro di origini scozzesi e fondata il primo settembre 1838 da un gruppo di emigranti che aveva come obbiettivo educare i propri figli secondo la cultura, la lingua e la religione tipiche della Scozia.

Tali emigranti erano giunti in Argentina il 22 maggio 1825: originariamente il collegio era misto, e situato presso la chiesa presbiteriana di calle Piedras 55, in Buenos Aires e successivamente trasferita presso  Ituzaingó 1026, nel quartiere della metropoli noto con il nome di Constitución. Nel 1947 un altro trasferimento ad Olivos, come scuola unicamente per alunni maschi. Nel 1966 venne invece aperta la sezione femminile, mantenendo comunque la rigorosa separazione fra i sessi.

Nel 1980 venne finalmente introdotta la “parità dei sessi” ed inaugurato il nuovo istituto a Punta Chica (Beccar), sempre nella zona nord della Grande Buenos Aires. Nel 1988 infine, il grande passo, con l’inaugurazione dell’Università di San Andrés.

La conquista del primo titolo, sebbene in compartecipazione con gli Old Caledonians, diede grande prestigio all’istituto in quella fase storica. Addirittura fu ispirazione per l’Independiente, celebre club del calcio nazionale, che 15 anni dopo venne fondato. Tuttora, in segno di rispetto, la seconda divisa porta sul petto come simbolo la croce di Sant’Andrea inseita in una bandiera che ricorda quella scozzese.

La vita calcistica importante della scuola ebbe però vita breve. Dopo il successo del 1891, e la non disputa nel 1892, nel 1893 non effettuò l’iscrizione.  Sarà invece affiliata nel 189, arrivando penultimo ed i dirigenti preferirono cancellare l’affiliazione, facendolo definitivamente sparire dalla piramide del calcio.

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MAREC, la squadra bulgara che omaggia l’eroe antifascista

Pronunciarlo o leggerlo in caratteri cirillici è praticamente impossibile, fino a che la lingua russa non sarà un must: Стефан Димитров Тодоров (Stefan Dimitrov Todorov) fu un eroe del partito comunista bulgaro, meglio  conosciuto come Станке Димитров (Stanke Dimitrov), ma ancora d più per il suo soprannome Марек, traducibile in Marec, o Marek .

Stanke Dimitrov nacque il 5 febbraio 1889 a Dupnitsa (località distante circa 50km dalla capitale Sofia) e durante la sua vita si distinse per attività politiche contrarie all’ideologia fascista che purtroppo imperversarono nello scorso secolo in Europa, portando al secondo e tragico conflitto mondiale. Le sue idee politiche addirittura, lo portarono ad adottare appunto il nickname di M.A.R.E.C. che non significava altro che Marxista – Antifascista – Rivoluzionario – Emigrante – Comunista.

A partire dal 1947, anche lo sport volle rendergli omaggio, attraverso la squadra di calcio del M.A.R.E.C. di Dupnitsa, militante nel campionato bulgaro. Fondata nel 1919 con il nome di Slavia, subì diversi cambi di denominazione (ben nove) fino al termine della Seconda Guerra Mondiale. La sua casa è lo Stadio Bonchuk, ed i colori sociali sono maglia rossa, pantaloncino bianco e calzettoni azzurri.

La fedeltà che lega i tifosi al club è ampiamente nota nel paese: le tifoserie rivali indicano Dupnitsa  come “la città con le ruote”, tale è la massa di fans che segue le imprese delle squadre nelle diverse città della Bulgaria. Fino al termine dell’epoca comunista, nel 1989, il centro era chiamato Stanke Dimitrov.

Al grande seguito e popolarità non si accompagna però un palmares eclatante, tanto che per i tifosi è già importante aver militato dal 2001 al 2008 nella serie A nazionale ed aver partecipato ad alcune edizioni della Coppa Intertoto.

Ma il suo risultato più eclatante fu in Europa: nel secondo turno della Coppa Uefa 1977-78, sconfisse nel match casalingo d’andata niente di meno che il Bayern Monaco per 2-0. Al ritorno, nel vecchio Stadio Olimpico della città della Baviera, i bulgari persero per 3-0 e vennero così eliminati dalla competezione.

Nel 2010 la federazione negò l’iscrizione al club per motivi finanziari alla Serie B e così la compagine dovette ripartire dall’ultimo gradino della piramide, corrispondente alla quarta divisione regionale.

Il cambio di nome, obbligatorio, portò ad una leggera modifica, in M.A.R.E.C. 2010 e da quel momento è ripartita la scalata ai vertici del calcio. Attualmente milita nella Трета аматьорска футболна лига (la terza serie amatoriale).

 

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Albo d’oro Eurolega-Coppa Campioni di basket

Nata come Coppa dei Campioni, fu il calcio ad essere ispiratore della competizione analoga di pallacanestro. Per lunghi decenni il torneo fu riservato unicamente alle squadre campioni nazionali (più la vincitrice della precedente edizione) con formule diverse ma che permettevano anche alla più piccola realtà cestistica del continente di cullare il sogno della vittoria.

Una prima modifica venne introdotta nella stagione 1990-91, quando vennero ammesse anche squadre piazzatesi ai posti d’onore dei tornei di pallacanestro più importanti d’Europa.

Poi, all’inizio della stagione, la prima seria spaccatura nella direzione del movimento sportivo a livello europeo: la ULEB (Unione delle Leghe Europee di Basket) registra il marchio Eurolega lasciato scoperto da FIBA Europe, la quale crea la Suproleague. Le società si dividono fra i due tornei in termini di partecipazione e dopo l’annata dello scisma, la situazione si ricompatta.

Le società, sotto la direzione dell’ULEB, hanno la meglio e da quel momento nasce, nei fatti l’Eurolega, che non è solo una competizione che permette di veder scontrarsi le più forti realtà, ma modifica completamente il concetto di ammissione al torneo.

Dopo alcuni anni in cui viene utilizzato il concetto di licenza per l’ammissione, nella stagione 2016-17 nasce l’Eurolega che può essere tranquillamente paragonata ad un torneo europeo per clubs, senza vincoli di vittoria nel rispettivo campionato.

Anno-vincitore-nazione
1958 Ask Riga (Urs)
1959 Ask Riga (Urs)
1960 Ask Riga (Urs)
1961 Cska Mosca (Urs)
1962 Dinamo Tbilisi (Urs)
1963 Cska Mosca (Urs)
1964 Real Madrid (Spa)
1965 Real Madrid (Spa)
1966 Simmenthal Olimpia Milano (Ita)
1967 Real Madrid (Spa)
1968 Real Madrid (Spa)
1969 Cska Mosca (Urs)
1970 Ignis Pall. Varese (Ita)
1971 Cska Mosca (Urs)
1972 Ignis Pall. Varese (Ita)
1973 Ignis Pall. Varese (Ita)
1974 Real Madrid (Spa)
1975 Ignis Pall. Varese (Ita)
1976 Mobilgirgi Pall. Varese (Ita)
1977 Maccabi Tel Aviv (Isr)
1978 Real Madrid (Spa)
1979 Bosna Sarajevo (Jug)
1980 Real Madrid (Spa)
1981 Maccabi Tel Aviv (Isr)
1982 Squibb Pall. Cantù (Ita)
1983 Ford Pall. Cantù (Ita)
1984 Virtus BancoRoma (Ita)
1985 Cibona Zagabria (Jug)
1986 Cibona Zagabria (Jug)
1987 Tracer Olimpia Milano (Ita)
1988 Philips Olimpia Milano (Ita)
1989 Jugoplastika Spalato (Jug)
1990 Jugoplastika Spalato (Jug)
1991 Pop 84 Jugoplastika Spalato (Jug)
1992 Partizan Belgrado (Jug)
1993 Csp Limoges (Fra)
1994 Joventut Badalona (Spa)
1995 Real Madrid (Spa)
1996 Panathinaikos Atene (Gre)
1997 Olympiacos Pireo (Gre)
1998 Kinder Virtus Bologna (Ita)
1999 Zalgiris Kaunas (Lit)
2000 Panathinaikos Atene (Gre)
2001 Maccabi Tel Aviv (Isr)*
2001 Kinder Virtus Bologna (Ita)**
2002 Panathinaikos Atene (Gre)
2003 Barcellona (Spa)
2004 Maccabi Tel Aviv (Isr)
2005 Maccabi Tel Aviv (Isr)
2006 Panathinaikos Atene (Gre)
2007 Cska Mosca (Rus)
2008 Panathinaikos Atene (Gre)
2009 Cska Mosca (Rus)
2010 Regal Barcellona (Spa)
2011 Panathinaikos Atene (Gre)
2012 Olympiacos Pireo (Gre)
2013 Olympiacos Pireo (Gre)
2014 Maccabi Tel Aviv (Isr)
2015 Real Madrid (Spa)
2016 Cska Mosca (Rus)
2017 Fenerbahce (Tur)
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Intervista con: Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello

Calcio e politica possono andare d’amore e d’accordo, non tanto per le fedi, quanto per gli intrecci, a volta pericolosi, spintisi oltre il rettangolo verde. E personaggi che poi hanno scritto la Storia, non sono rimasti immuni al fascino di un pallone che rotola, cercando di influenzarne la traiettoria o di seguirla secondo il personale interesse.

Conosciamo allora Marco Piccinelli, co-autore di Calcio e Martello assieme a Fabio Belli, edito da Rogas Edizioni.

 

Come nasce la passione per il calcio: presentati al pubblico di barcalcio.net e perché il calcio è la tua passione

Mi chiamo Marco Piccinelli, sono giornalista e studente universitario.  La passione per il calcio, in realtà, nasce recentemente. Non mi ha mai appassionato il pallone di cui si parlava nel periodo liceale, di cui si dibatteva il lunedì il giorno dopo la domenica di campionato, in cui ci si accapigliava per il rigore non dato e per “il moviolone”, di biscardiana e maccio-capatondiana memoria. Mi piaceva il “calcio di nicchia”, amavo il Venezia quando era in Serie A (ero piccolissimo, un bimbetto delle elementari) e sono rimasto fedele a quella squadra, a tutte le vicende che sono accadute e ripetute, come i fallimenti e le ripartenze della società, appassionandomi, ora, alle vicende del Venezia 1907, squadra di Terza Categoria veneta che ha acquisito il simbolo del centenario (quello della salvezza centrata da Paolo Poggi, per capirci) e gli ha dato nuova linfa e più ampio respiro, nonostante la categoria che occupa. Ho avuto la fortuna di collaborare con una testata regionale di sport dilettantistico e giovanile (il Nuovo Corriere Laziale) e questo non ha fatto altro che aumentare la predilezione per gli argomenti “di nicchia” e, in questo caso, al “calcio di nicchia”, dilettandomi con partite di Eccellenza, Promozione, Prima, Seconda e Terza Categoria.

 

Calcio e politica: perchè hai voluto approfondire il legame o scoprirlo 

Prima, per la verità, è arrivata la politica: ho iniziato a seguire qualche riunione di qualche collettivo studentesco nel periodo del liceo, di quelle “formazioni” studentesche che nascono e muoiono nel giro di un anno scolastico. In quel periodo mi sono avvicinato alle idee del comunismo, ho iniziato a militare nel PdCI di Tor Bella Monaca (nel ‘fu’ Partito dei Comunisti Italiani) e ora nel Partito Comunista e nel Fronte della Gioventù Comunista.

Il legame fra le due tematiche è avvenuto quasi naturalmente: quando mi sono avvicinato al FGC il movimento del calcio popolare a Roma era dominato da una squadra di Terza Categoria, l’Ardita San Paolo (successivamente ‘Ardita’), gestita come si confà ad una squadra di calcio popolare e popolata (chiedo scusa per il bisticcio) da compagni del Fronte. Partecipavano alla vita della squadra, andavano a sostenere la squadra, gremivano i gradoni di qualsiasi campo e macinavano chilometri per seguire i propri colori. Banale, verrebbe da dire, ordinario per qualsiasi ultrà o sostenitore della propria squadra. L’Ardita, però, era diversa, era davvero un’altra cosa. Sfortunatamente ho vissuto solo gli ultimi due anni di vita della squadra, il cambiamento del nome da Ardita San Paolo ad Ardita, dunque lo spostamento dal quartiere a Pietralata, ma le emozioni che ho vissuto sui gradoni del “Nicolino Usai” le porterò sempre con me. I sabati e le domeniche di questa stagione calcistica non sono più gli stessi senza i giallo-neri all’Usai. Ma tant’è…

 

Perchè nell’opera l’Europa dell’Est è al centro dei tuoi racconti

Il libro, scritto con l’amico e collega Fabio Belli, ‘Calcio e Martello’, tratta del calcio al di là della cortina di ferro, per così dire. Il calcio socialista, quello che ci interessava trattare e di cui abbiamo scritto, è stato un calcio considerato ‘minore’ fin dai tempi del mondo diviso in due, tra capitalismo e socialismo. Il calcio socialista, tuttavia, non è stato inferiore a nessun altro movimento occidentale: nel libro, ad esempio, abbiamo avuto modo di raccogliere le testimonianze dirette di chi ha giocato contro squadre della Germania Est, Oddi (Cesena – Magdeburgo), De Agostini (Juventus – Karl Marx Stadt) e Pruzzo (Roma – Carl Zeiss Jena), ebbene tutti e tre hanno avuto la stessa opinione: i giocatori tedeschi orientali non erano inferiori a nessuno. Nel caso di Pruzzo, poi, è ancora più definitiva la sua opinione, dato che ci ha detto, semplicemente: “erano più forti”, mettendo a tacere tutto quel che si è scritto il “dopo” della partita di ritorno (Carl Zeiss Jena – Roma) che ha visto l’eliminazione dei giallorossi dalla competizione internazionale. Se si calcola, poi, che a cavallo della dissoluzione del socialismo, tra il 1989 e il 1990, il Karl Marx Stadt, nient’altro che una squadra da metà classifica nella DDR Oberliga ha tenuto testa alla Juventus di De Agostini e Schillaci passando addirittura in vantaggio al Delle Alpi, ci si rende conto della dimensione dello “scontro” in atto.  Dico questo perché nei paesi socialisti ogni sport aveva pari dignità e considerazione: chi praticava atletica leggera aveva la stessa importanza (anzi, forse ne aveva di più) di chi dava calci ad un pallone. Esattamente il contrario di quel che accade in occidente. Politicamente e calcisticamente il socialismo era davvero “in espansione”, come avrebbe detto Max Collini (Spartiti/OfflagaDiscoPax): Sparwasser, Yashin, Lobanowskij, la Jugoslavia, l’Ungheria, gli arbitraggi “fantasiosi” nei mondiali dell’86 in URSS-Belgio che hanno impedito la vittoria definitiva del socialismo sul capitalismo (sia a livello di immaginario politico che calcistico/sportivo) sono state storie che l’occidente ha rimosso e che ha bollato come “inferiori”.
Il nostro piccolo lavoro, diciamo, si può incasellare come “manuale di primo approccio”, di “entry level” (per dirla all’inglese) di quel che fu quel mondo e di come l’occidente ha tentato di sottodimensionare  il movimento calcistico socialista.

 

Dopo questo libro quali spunti andrai ben presto (ne sono convinto) ad appronfondire

Di spunti ce ne sarebbero moltissimi, a partire dalle altre storie che non abbiamo inserito nel libro, come la vittoria della Nord Corea Socialista sull’Italia; la vicenda del portiere Dukadam dello Steaua Bucarest che parò quattro rigori di fila nella partita contro il Barcelona a Siviglia vincendo la Coppa. Quest’ultima vicenda, ad esempio, è stata strumentalizzata dalla propaganda occidentale come mai prima, quasi.

 

Se potessi schierare idealmente una formazione composta da politici, di qualunque epoca, chi faresti giocare ed in che ruolo

Bella domanda.. Non sono molto bravo a far conciliare tattiche/calcio/politica ma un ruolo sicuramente ce l’ho ben chiaro: Pietro Secchia e Antonio Gramsci in attacco. In difesa metterei Lussu, Cossutta, Ingrao. Al centro campo non saprei davvero chi inserire. In porta certamente Spadolini, ma più per la “stazza fisica che per il partito rappresentato.

 

Calciatori, allenatori, presidenti, tifosi: una frase per identificare ciascuna di queste componenti del mondo del pallone

Non saprei ridurre a una frase questi quattro mondi così diversi tra di loro, di certo il mondo del calcio (così come globalmente) è cambiato molto. I calciatori, una volta, erano persone come Socrates o Yashin, modelli da seguire, o miti per una consistente parte politica come Sparwasser. Ora il capitale controlla (più che “comanda”, semplicemente) le vite di calciatori e allenatori imponendo un modello di vita pubblica e privata fatta di eccessi (penso ai contratti miliardari e alla tendenza di arricchirsi sempre di più). I presidenti agiscono sempre più come grandi capitalisti, dato che le società che gestiscono sono quasi tutte quotate in borsa. I tifosi ora non sono più “tifosi” nel senso stretto del termine ma “clienti”.

 

Cosa rappresenta per te l’espressione calcio moderno: modernità, abuso di un termine, verità che non ti appassiona.

Sono arrivato a questa domanda avendo già scritto, forse, o avendo fatto capire, quel che significa per me “calcio moderno”: un modello di calcio che non solo non mi appassiona ma che è sostanzialmente la rovina stessa del movimento calcistico. Il calcio dei grandi capitali non potrà durare così tanto, non con gli interessi milionari che circolano dietro alle società calcistiche. Il capitalismo, lo diceva anche Lenin, è destinato all’autodistruzione. Ora, magari questo sistema calcistico (e politico) avrà una fine tra centinaia di anni, o io non ne vedrò la fine e a causa di queste parole sarò tacciato di stupidità e simili, ma è quel che credo: il capitalismo è insostenibile e il suo riflesso nel mondo del calcio, il cosiddetto, calcio moderno, è destinato all’entropia.

 

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